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Braccio di ferro in Tunisia, istituzioni bloccate e influenze straniere

Braccio di ferro in Tunisia, istituzioni bloccate e influenze straniere
Tunisi, 17 lug 17:13 - (Agenzia Nova) - La situazione politica, economica e sociale in Tunisia, il paese della rivoluzione dei gelsomini del 2011 ed esempio di democrazia nei paesi arabi, si fa ogni giorno più preoccupante. L’argomento interessa da vicino anche all’Italia e non solo per prossimità geografica, ma anche per questioni di sicurezza nazionale. Proprio in Tunisia, infatti, doveva recarsi a breve il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese per discutere del dossier dei flussi migratori illegali e dei corridori umanitari al livello europeo. I recenti avvenimenti e il difficile contesto che sta attualmente vivendo il paese rivierasco, tuttavia, potrebbero far saltare la missione del Viminale. Il capo del governo Elyes Fakhfakh si è dimesso dall’incarico, incalzato dalle accuse di presunto conflitto d’interesse e sotto pressione da parte del partito islamico Ennahda per cambiare la maggioranza.

Prima di rassegnare le dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica, Kais Saied, l’ex manager del gruppo petrolifero francese Total ha rimosso tutti i ministri del partito islamico (tra cui il titolare del dicastero della Salute, Lotfi Zitoun) per poi rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti. Uno smacco per il partito musulmano guidato dal presidente del parlamento, Rachid Ghannouchi, che è stato battuto sul tempo da Saied: era infatti pronta una mozione di “censura” per sfiduciare Fakhfakh e al tempo stesso presentare un nuovo premier. Adesso invece spetterà al capo dello Stato avviare le consultazioni e scegliere la personalità più adatta a formare un nuovo governo, in conformità con l'articolo 89 della Costituzione. Ghannouchi, invece, è a sua volta oggetto di un’altra mozione di “censura” che se raggiungerà i 109 voti lo costringerà a lasciare la presidenza del parlamento.

Non migliora, quindi, la situazione anche dell’organo legislativo, teatro di bagarre, insulti tra deputati, proteste e sit-in che nella giornata di ieri hanno impedito l’elezione dei restanti membri della Corte costituzionale, un organismo giuridico considerato fondamentale per il completamento della transizione democratica tunisina iniziata nel 2011. Dopo l’ennesimo sit-in di organizzato dal Partito dei destouriani liberi (Pdl), formazione politica laica e nostalgica del passato regime di Ben Ali, lo sceicco Ghannouchi ha chiesto l'intervento del ministro dell'Interno e della sicurezza. In una lettera indirizzata al ministro Hichem Mechichi, un “tecnico” considerato comunque vicino a Ennahda, il presidente del parlamento ha chiesto l'intervento "anche con la forza" per evacuare il sit-in in parlamento e liberare i suoi spazi "il più presto possibile". La vulcanica leader del partito laico tunisino e nostalgico del regime di Ben Ali, Abir Moussi, e i membri del suo gruppo hanno protestato all'interno di una serie di spazi parlamentari, tra cui il palco della presidenza, interrompendo i lavori della sessione plenaria per chiedere le dimissioni di Ghannouchi.

Sul versante della sicurezza interna e delle tensioni sociali, preoccupa la situazione nella regione meridionale di Tataouine, dove le autorità hanno inviato l’Esercito per mettere in sicurezza le infrastrutture strategiche, dopo che un gruppo di manifestanti ha bloccato la valvola di pompaggio dell'oleodotto presso El Kamour. Tarek Haddad, portavoce del movimento "Sit-In El Kamour”, ha detto ad “Agenzia Nova” che la protesta proseguirà fino al soddisfacimento delle richieste avanzate. Il 17 luglio, un gruppo di manifestanti ad El Kamour ha chiuso la valvola di pompaggio dell'oleodotto locale. In precedenza sembrava che i dimostranti potessero desistere da questa misura di protesta che comporterà danni all’economia nazionale. Dopo la chiusura della valvola di pompaggio, nella regione sono stati schierati rinforzi militari e di sicurezza.

Tra le rivendicazioni del movimento rientrano l'attuazione dell'accordo di El Kamour del 2017 e la risoluzione dei problemi che riguardano diversi settori come la salute, lo sviluppo e l'occupazione. Haddad ha spiegato che queste proteste sono una difesa legittima delle risorse energetiche di tutti i tunisini in tutte le regioni del paese, aggiungendo che "la ripresa delle manifestazioni è arrivata dopo che il governo non ha rispettato i propri impegni contenuti nell'accordo di El Kamour" e che l'esecutivo "ha piuttosto scelto di difendersi con l'uso di gas lacrimogeni contro i manifestanti". Nello specifico, questi ultimi esigono l'assunzione di 1.500 persone nelle società petrolifere presente nella regione nonché quella di 500 lavoratori supplementari nelle imprese di giardinaggio dell'area. Al contempo, rivendicano un versamento annuale di 32 milioni di dollari a favore del fondo di sviluppo della regione. Haddad ha altresì affermato che "la relazione tra governatore e governo deve basarsi su rispetto e trasparenza, ma attraverso le pratiche del governo Fakhfakh è diventato chiaro che l'approccio perseguito da quest'ultimo è di imposizione della forza".

Anche la produzione di fosfati risulta bloccata, con la prospettiva di ingenti danni all’industria chimica ma anche all’agricoltura del paese. Il ministero dell'Energia, delle miniere e della transizione energetica della Tunisia ha lanciato oggi l’allarme per la gravità della situazione della Compagnia dei fosfati di Gafsa, la cui produzione è stata praticamente azzerata a causa dei sit-in e delle proteste sociali. In un comunicato stampa, il dicastero ha invitato i sindacati a rendersi conto della gravità della situazione, promettendo di applicare "vigorosamente" la legge contro "chi interrompe la produzione e i trasporti". La situazione all’interno della compagnia è “diventata critica” dopo “il blocco quasi totale della produzione di fosfati durante il mese di luglio", spiega il ministero dell’Energia, aggiungendo che la produzione non ha superato le 36 mila tonnellate dall'inizio di luglio 2020. Il trasporto dei fosfati via ferrovia è stato completamente interrotto, mentre quello su camion è quasi del tutto bloccato a seguito di sit-in dei disoccupati. Questa situazione ha portato le scorte delle fabbriche del Gruppo chimico tunisino a scendere ai livelli più bassi di sempre: tra 48 ore, secondo il ministero, il gruppo potrebbe chiudere del tutto le sue unità industriali.

La Compagnia dei fosfati, già in gravi difficoltà finanziarie, non è in grado di garantire la fornitura di fertilizzanti necessari per la prossima stagione agricola, per pagare gli stipendi dei suoi dipendenti e onorare i suoi impegni verso i suoi clienti, avverte ancora il ministero. Le già precarie finanze dell’azienda pubblica sono peggiorate dopo che la società non è stata in grado di adempiere ai suoi obblighi di base, come il pagamento dei contributi di sicurezza sociale dovuti (10,56 milioni di euro, equivalenti a 34 milioni di dinari) e delle tasse (11,19 milioni di euro, equivalenti a 36 milioni di dinari). Le perdite sono stimate a 149,15 milioni di euro (equivalenti a 480 milioni di dinari) alla fine del 2019. Il tasso di produzione dell'azienda è sceso a circa 3,6 milioni di tonnellate di fosfati all'anno, rispetto alla produzione compresa tra 8,1 e 8,3 milioni di tonnellate nel 2010. La società una volta al quarto posto nel mondo per la produzione di fosfati ha perso la maggior parte dei mercati tradizionali a causa della sua incapacità di onorare i suoi contratti.

In questo contesto, infine, si registrano crescenti ingerenze straniere in Tunisia, paese che per la sua vicinanza alla Libia è sempre più esposto ai conflitti regionali. Come spiegato ad “Agenzia Nova” da Soufiane Ben Farhat, giornalista, scrittore e analista politico tunisino, un altro elemento di criticità di Ennahda risiede nei presunti legami del partito islamico con la Turchia. “Hanno ritenuto che l’intervento turco in Libia e la presenza turca alle frontiere tunisine potesse essere determinante per il rafforzamento di Ennahda. Ma il presidente della Repubblica, Kais Saied, ha reagito impegnandosi con Algeria, Francia, Egitto e altri paesi che rifiutano la presenza militare turca a pochi chilometri dalle frontiere tunisine. C’è stata una piccola guerra non dichiarata tra Saied e Ghannouchi, considerato che quest’ultimo si è ingerito nel dominio della diplomazia che è riservato al presidente della Repubblica”. (Tut)
 
 
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