LIBIA

 
 

Libia: ecco la bozza dell'accordo per la riapertura dei pozzi di petrolio

Roma, 30 giu 2020 16:05 - (Agenzia Nova) - Il petrolio potrebbe presto tornare a scorrere in Libia dopo più di cinque mesi di stop, sciogliendo così un nodo cruciale a cui è legato il destino della guerra civile libica. Una bozza di accordo è stata proposta dalla National Oil Corporation (Noc), la compagnia petrolifera libica guidata Mustafa Sanallah, ai “paesi regionali dietro al blocco" che dal 18 gennaio scorso ha causato allo Stato libico perdite pari a circa 6,1 miliardi di dollari. Decisivo in tal senso, è stato l’intervento degli Stati Uniti e della Missione di sostegno internazionale in Libia (Unsmil), guidata peraltro dalla diplomatica statunitense Stephanie Williams, subentrata lo scorso aprile al dimissionario Ghassan Salamé. “Agenzia Nova” ha appreso da due diverse fonti libiche vicine al dossier cosa prevede l’intesa annunciata solo a grandi linee dalla Noc. Si tratta in realtà di una controproposta a una richiesta precedentemente avanzata dalle forze del generale Khalifa Haftar, il comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) e uomo forte della Cirenaica, e che va toccare il cuore della contesa: il conto su cui dovranno essere versati i proventi delle esportazioni petrolifere.

Il nuovo piano della Noc prevede l’apertura di un conto corrente in Libia “bloccato” dalla stessa compagnia petrolifera per un periodo di almeno quattro mesi. Durante questo arco temporale, le parti libiche dovrebbero trovare un accordo sulla distribuzione dei proventi fra le tre regioni storiche del paese: Fezzan (sud-ovest), Tripolitania (ovest) e Cirenaica (est). Intanto il petrolio tornerebbe a scorrere, scongiurando ulteriori danni alle infrastrutture che senza manutenzione si stanno rapidamente deteriorando. Entrambe le fonti consultate da “Nova”, tuttavia, sono molto prudenti sulla riuscita del piano. “Le possibilità che i pozzi di petrolio possano effettivamente essere riaperti sono pari al lancio di una monetina: 50 per cento”, spiega una prima fonte internazionale consultate da “Nova”. Secondo un’altra fonte vicina al dossier che ha preferito mantenere l’anonimato, le probabilità che la proposta della Noc abbia successo sono crollate dopo l’ingresso dei mercenari russi della Wagner nei pozzi petroliferi del Fezzan. “I russi stanno facendo la spola tra Sharara, El Feel e gli altri giacimenti della zona. Sembra che stiano installando delle postazioni di difesa anti-aerea per timore di un’avanzata turca”, aggiunge la fonte.

Fonti delle tribù della Libia meridionale hanno riferito ad “Agenzia Nova” che i mercenari russi del gruppo Wagner starebbero installando delle piattaforme per il lancio di droni armati. Si tratta al momento di indiscrezioni che non trovano riscontro sul terreno, ma che segnalano la crescente preoccupazione di Awlad Suleiman (arabi), Tuareg (berberi) e Tebu (etnico sahariani di ceppo etiope) per il cambio di scenario. Le tribù che fino adesso hanno fatto a gara per fornire sicurezza alle compagnie petrolifere della zona temono di essere scalzate da un nuovo attore, per giunta dotato di una tecnologia superiore. “Mentre prima alcune forze avrebbero potuto prendere con la forza questi campi, ora ci sono i russi”, ha aggiunto la fonte tribale libica. Una prima, parziale ripresa delle attività petrolifere era avvenuta a inizio giugno proprio nei campi petroliferi di Sharara ed El Feel. Tuttavia, entrambi i campi sono stati costretti a chiudere dopo l'intervento di alcune milizie armate e, più recentemente, di mercenari russi e di miliziani Janjawid sudanesi del Darfur.

Per comprendere la situazione in cui siamo oggi è necessario fare un passo indietro. Con una mossa a sorpresa, il 18 gennaio scorso, lo stesso giorno della Conferenza di Berlino per la risoluzione della crisi in Libia, il generale Haftar blocca i terminal di esportazione di greggio. Ma lo fa senza sporcarsi le mani, utilizzando gli esponenti delle tribù libiche alleate, non l’Esercito. Il pretesto è quello della distribuzione dei proventi del petrolio fra le regioni della Libia, giudicata poco equa dalla Cirenaica, e il presunto finanziamento delle “milizie terroristiche” con i proventi del greggio libico. La mossa in realtà vuol essere un tentativo di spallata alla Banca centrale di Tripoli. La distribuzione delle somme derivanti dalla vendita degli idrocarburi non spetta né al Gna, né alla Noc: è infatti una prerogativa esclusiva dell’istituto tripolino guidato dal potente governatore Sadiq al Kabir, quest’ultimo inviso perfino al capo del Consiglio presidenziale, Fayez al Sarraj. La prima richiesta di Haftar e dei suoi sponsor per la riapertura dei pozzi è quella di aprire un conto corrente all’estero dove depositare i proventi petroliferi. Una proposta giudicata però inaccettabile a Tripoli anche per una questione di sovranità nazionale.

La situazione militare sul terreno, nel frattempo, si è capovolta dallo scorso gennaio. Le forze di Haftar che assediavano Tripoli dal 4 aprile 2019 sono ora diventate a loro volta assediate a Sirte e Jufra, la nuova linea del fronte a ridosso della Cirenaica. Un ruolo predominante in questo ribaltamento lo ha giocato la Turchia: il secondo Esercito della Nato è infatti intervenuto con uomini, mercenari e assetti militari a favore delle forze del Gna, costringendo la coalizione della Cirenaica a battere in ritirata. La situazione militare sul terreno, secondo quanto appreso da “Agenzia Nova”, è adesso di calma relativa. Non ci sono scontri né combattimenti da giorni. Anche l’annuncio di domenica scorsa, 28 giugno, di tre presunti raid aerei dei caccia dell’Lna a ovest di Sirte rientra nella “guerra di propaganda” che (quella sì) non ha mai smesso di essere combattuta in Libia. Questa situazione di relativa calma ha permesso alla diplomazia di tornare a lavorare. Il recente interessamento degli Stati Uniti al dossier libico ha accelerato i tempi ed è in questo contesto che va letto il comunicato del cosiddetto “Movimento delle città e delle tribù libiche per la conversazione delle risorse petrolifere”, organizzazione guidata dalla tribù Magarba presente tra il sud della Libia e la città di Agedabia, luogo di nascita di Haftar.

Si tratta a ben vedere di un annuncio mediatico-propagandistico, teso a far passare il messaggio che sia proprio Haftar a decidere l’apertura e la chiusura dei pozzi di petrolio. Ma la realtà sul terreno è più complessa. E’ vero che la Cirenaica ha aperto uno spiraglio alla riattivazione dei terminal di esportazione, ma è stata “costretta” a farlo dalla mutata situazione militare, dall’intervento muscolare della Turchia, dal rinnovato interventismo degli Stati Uniti, dalla prospettive di danni permanenti alle infrastrutture del paese e dalla drammatica situazione economica in cui versa la Libia. Non è escluso un ennesimo cambio di scenario, con un possibile colpo di coda del “feldmaresciallo” libico e dei suoi sponsor esteri. Va monitorata, al riguardo, la situazione nel Fezzan, dove la presenza (o il ritiro) dei russi potrebbe essere la cartina tornasole di un’intesa più ampia non solo per la riapertura dei pozzi, ma più in generale per un cessate il fuoco permanente e l’inizio dei veri e propri colloqui di pace in Libia. (Asc)
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