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Giappone: solo il 30 per cento delle aziende negli Usa prevedono ritorno a normalità

Tokyo, 03 giu 06:19 - (Agenzia Nova) - Solo il 30 per cento delle aziende giapponesi che operano negli Stati Uniti prevedono che i loro dipendenti riprenderanno i ritmi di lavoro ordinari entro la fine del 2020, secondo un sondaggi pubblicato dall’agenzia di stampa giapponese Kyodo. Secondo il sondaggio, effettuato a partire dallo scorso 27 maggio dall’Organizzazione per il commercio estero del Giappone (Jetro), le aziende dei settori non manifatturieri intendono continuare a ricorrere al telelavoro in misura significativa, a prescindere dalla progressiva revoca delle misure di distanziamento adottate negli Stati Usa per fronteggiare la pandemia. Al sondaggio hanno preso parte 834 aziende giapponesi: il 15 per cento delle aziende non manifatturiere ha riferito che intende far lavorare i propri dipendenti da casa. Nella maggior parte dei casi la decisione è assunta dall’azienda, e non affidata ai singoli dipendenti.

Il 70 per cento delle aziende giapponesi che operano stabilimenti produttivi sul territorio nazionale apporteranno modifiche alle loro catene di fornitura a seguito della pandemia di coronavirus. E’ quanto emerge da un sondaggio del quotidiano economico “Nikkei”, da cui emergono gli sforzi del settore produttivo giapponese di adattarsi al brusco mutamento dello scenario globale. A mutare, oltre alle catene di fornitura, saranno anche pratiche consolidate, ad esempio tramite il ricorso sempre più massiccio al telelavoro, adottato come misura di emergenza necessaria a sostenere gli sforzi di distanziamento sociale, ma apparentemente destinato a permanere come elemento stabile dello scenario occupazionale giapponese. Il sondaggio, che ha interessato i presidenti e gli alti dirigenti di 132 grandi aziende giapponesi, è stato effettuato da “Nikkei” tra il 25 e il 28 maggio scorsi, dopo la revoca dello stato di emergenza sull’intero territorio giapponese. Il 72,1 per cento delle aziende che operano stabilimenti produttivi in Giappone ha citato la necessità di apportare modifiche alle catene di fornitura, perlopiù in risposta a una maggiore esigenza di flessibilità, ad esempio tramite la moltiplicazione dei fornitori. Il 90,9 per cento delle aziende consultate intende proseguire le pratiche di telelavoro presso i propri uffici.

Grandi aziende giapponesi come Hitachi Ltd e Nec Corp hanno annunciato che continueranno a ricorrere a misure di telelavoro, nonostante la decisione del governo del Giappone di revocare sull’intero territorio nazionale lo stato di emergenza legato alla pandemia di coronavirus. Lo riferisce il quotidiano “Mainichi”. Hitachi, ad esempio, ha riferito che circa il 70 per cento del personale aziendale ha lavorato da casa per ridurre il rischio di contagio a partire dallo scorso aprile, quando il governo ha proclamato lo stato di emergenza. L’azienda continuerà a promuovere il telelavoro per garantire la continuità delle operazioni aziendali nel caso di una seconda ondata di contagi. L’aziendap unta a mantenere in telelavoro circa la metà dei dipendenti almeno sino alla fine di giugno, ha dichiarato il vicepresidente di Hitachi, Hidenobu Nakahata. Nec ha riferito a sua volta che il personale dell’azienda continuerà a lavorare da casa. Aziende come Kobe Steel puntano a ridurre permanentemente il numero dei dipendenti che si recano nelle sedi di lavoro aziendali ogni giorno. Meiji Yasuda Life Insurance Co., che ha riaperto i propri uffici sull’intero territorio nazionale da martedì, 26 maggio, ha riferito che i suoi 30mila agenti di commercio continueranno a evitare i contatti diretti con la clientela, e visiteranno le abitazioni solo dietro consenso esplicito dei residenti.

L’economia del Giappone ha subito una contrazione del 3,4 per cento annuo tra gennaio e marzo 2020, registrando così il secondo calo trimestrale significativo a causa della pandemia di coronavirus. Lo certificano i dati pubblicati questa settimana dal governo giapponese, e rilanciati dalla stampa di quel paese. Il dato equivale a una contrazione trimestrale de-stagionalizzata dello 0,9 per cento. Tra ottobre e dicembre 2019 l’economia giapponese aveva subito una contrazione del 7,3 per cento a causa delle ricadute sui consumi dell’aumento dell’imposta sul valore aggiunto. La terza economia mondiale è entrata così in una fase di recessione tecnica, anche se il dato appare migliore rispetto alle stime degli economisti, che per il primo trimestre avevano previsto in media una contrazione economica del 5 per cento. Fonti governative citate dall’agenzia di stampa “Kyodo” hanno avvertito che il dato relativo al secondo trimestre 2020 (aprile-giugno) sarà assai peggiore, ed hanno definito quella attualmente in atto come “la crisi peggiore” dal Secondo dopoguerra.

La battaglia intrapresa dal Giappone contro il coronavirus ha acceso a Tokyo un campanello d’allarme in merito alla dipendenza del sistema paese dalle catene di fornitura della Cina. Già da alcuni mesi il paese sembra segnalare una inversione di tendenza rispetto al processo di integrazione e cooperazione economica che il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, aveva promosso convintamente negli ultimi anni, spendendo capitale politico e diplomatico per una normalizzazione delle relazioni con Pechino, e per il rilancio della “shuttle diplomacy” tra i leader dei due paesi. Sul fronte politico e diplomatico, tale indirizzo strategico cooperativo aveva già subito un durissimo colpo lo scorso anno, di pari passo con l’esacerbarsi dello scontro per il primato strategico tra la Cina e lo storico alleato del Giappone, gli Stati Uniti. L’emergenza sanitaria globale in atto dall’inizio di quest’anno ha però chiuso definitivamente un capitolo nel rilancio delle relazioni tra Giappone e Cina: la storica visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping a Tokyo, originariamente in programma per lo scorso aprile, è stata rinviata a data da destinarsi, ufficialmente a causa dei rischi di natura sanitaria e del contesto di crisi affrontato dal Giappone.

La visita di Xi doveva fornire l’occasione per la firma di una nuova Dichiarazione bilaterale congiunta, che avrebbe formalizzato l’apertura di un nuovo capitolo nelle relazioni tra i due paesi. In realtà, il governo conservatore giapponese ha colto l’occasione del rinvio con sollievo: all’interno della stessa maggioranza, e in segmenti sempre più consistenti dell’opinione pubblica, si registra infatti un rinnovato sentimento di ostilità nei confronti della Cina, esacerbato dalla linea repressiva riservata da Pechino alle proteste democratiche di Hong Kong e al governo indipendentista di Taiwan. Alla fine del mese di aprile, tale cambio di rotta del Giappone nei confronti della Cina ha assunto un carattere semi-ufficiale con una intervista al quotidiano “Nikkei” del segretario capo di Gabinetto del governo giapponese, Yoshihide Suga, la figura forse più autorevole e potente del Partito liberaldemocratico giapponese (Ldp) dopo Abe, nonché portavoce dell’attuale governo.

Nel corso dell’intervista, Suga affermava che la gestione dell’emergenza sanitaria aveva insegnato alle istituzioni giapponesi una dolorosa lezione in merito ai limiti della gestione burocratica a compartimenti, ed alle vulnerabilità di un apparato produttivo industriale troppo dipendente dalle catene di approvvigionamento internazionali, specie per quanto riguarda forniture essenziali come farmaci e materiale sanitario. Quanto allo stato delle relazioni con la Cina, Suga aveva sibillinamente citato l’importanza di un rapporto di “franchezza” tra Tokyo e Pechino per la sicurezza regionale e globale . Il segnale forse ancor più esplicito del cambio di rotta intrapreso dal Giappone sul fronte economico è giunto però con il primo pacchetto emergenziale da 240 miliardi di yen (2,2 miliardi di dollari) stanziato dal governo giapponese all’inizio del mese di aprile, per gestire le ricadute economiche della crisi. Tra le principali finalità del provvedimento figura infatti la rilocazione sul territorio nazionale della capacità produttiva trasferita dalle aziende giapponesi in Cina, o la distribuzione di stabilimenti e linee di produzione giapponesi dalla Cina a una molteplicità di altri paesi del Sud-est asiatico, così da limitare i fattori di rischio geografici e sistemici che gravano sulle catene di fornitura.

Questi ed altri segnali provenienti da Tokyo hanno innescato un acceso dibattito nel mondo politico cinese. A Zhongnanhai, quartiere di Pechino dove sono concentrati gli uffici dei vertici dello Stato cinese e delle sue principali agenzie, “regna ora una seria preoccupazione in merito al ritiro delle aziende straniere dalla Cina”, secondo fonti economiche citate dalla stampa giapponese. Le misure emergenziali adottate da Tokyo per il riequilibrio delle catene di fornitura sono state citate apertamente nei dibattiti dei decisori politici cinesi, che sino a pochi mesi fa guardavano ancora con fiducia alla prospettiva di una “nuova era” nelle relazioni sino-cinesi. Hanno suscitato preoccupazione a Pechino anche i resoconti di un incontro tenuto il 5 maggio scorso dal premier giapponese, Shinzo Abe, e da influenti figure della grande imprenditoria giapponese, incluso Hiroaki Nakanishi, attuale presidente della Japan Business Federation (Keidanren). In quell’occasione, Abe ha sottolineato che “a causa del coronavirus, meno prodotti giungono dalla Cina al Giappone”; ed ha aggiunto che “la gente è preoccupata per la tenuta delle nostre catene di forniture”.

Nakanishi ha concordato con il primo ministro, affermando che “dovremmo rilocalizzare in Giappone la manifattura ad alto valore aggiunto”, e che “per tutto il resto, dovremmo diversificare verso paesi come quelli dell’Asean”, l’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico. Tali dichiarazioni da parte dei vertici della politica e dell’economia giapponesi presentano implicazioni potenzialmente dirompenti: potrebbero infatti tradursi in una rivoluzione a lungo termine per industrie come l’automotive e l’elettronica, che sino ad oggi hanno basato i loro schemi produttivi al massimo sul concetto di “China plus one”: la concentrazione delle operazioni in Cina, con l’aggiunta di un solo altro paese come hub secondario per la diversificazione. Una transizione in questo senso da parte del Giappone e di altri importanti paesi industrializzati, a cominciare dagli Stati Uniti, potrebbe mettere in discussione il modello di crescita economica cinese. Lo scorso 8 aprile, due giorni dopo il varo del primo pacchetto economico emergenziale da parte del governo giapponese, il presidente cinese Xi Jinping ha avvertito il Politburo del Partito comunista che “con la progressiva avanzata globale della pandemia, l’economia globale fronteggia rischi al ribasso sempre più forti”. (Git)
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