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L'Algeria del dopo Bouteflika apre agli investitori stranieri, Italia in pole position

L'Algeria del dopo Bouteflika apre agli investitori stranieri, Italia in pole position
Algeri , 11 mag 2020 15:09 - (Agenzia Nova) - L’Algeria ha aperto uno primo e importante spiraglio agli investitori stranieri in un momento chiave della transizione del potere dopo l’uscita di scena di Abdelaziz Bouteflika. Il nuovo pacchetto di misure fiscali per ridare ossigeno all’economia del paese membro dell’Opec, soffocata della pandemia di coronavirus e dal ribasso dei prezzi petroliferi, include diversi segnali incoraggianti, come la possibilità per gli investitori di apportare propri finanziamenti e l’apertura alle importazioni di autoveicoli, abbandonando il macchinoso sistema dei kit Ckd e Skd. Non solo: il presidente della Repubblica, Abdelmadjid Tebboune, ha fatto riferimento al superamento regola 49/51 che finora ha sempre garantito agli algerini la quota di maggioranza, un grande disincentivo soprattutto per le piccole e medie imprese straniere.

Quest’ultimo punto in particolare non riguarda i settori considerati strategici, come ad esempio le prospezioni offshore, ma potrebbe aprire la corsa per la conquista della diversificazione dell’economia algerina, quasi interamente basata sulle esportazioni di idrocarburi: l’industria, ma anche le infrastrutture di cui il paese è carente potrebbero andare appannaggio degli investitori occidentali. In questo contesto l’Italia si trova in pole position, ma dovrà difendersi dai tentativi di spallata della Francia, uscita sconfitta dalla partita delle nomine politiche dopo la vittoria di Tebboune alle elezioni presidenziali dello scorso dicembre e pronta a buttarsi a capofitto nel mercato del suo ex “territorio metropolitano”.

Un punto chiave è la soppressione dell’obbligo per l’investitore di fare ricorso a soli finanziamenti locali, aprendo quindi alla possibilità di apportare propri finanziamenti. In questo modo si moltiplica e non poco la “potenza di fuoco” degli investimenti diretti esteri, grazie al possibile ingresso in campo del comparto bancario e del settore assicurativo-finanziario specializzato nell’internazionalizzazione. L’Italia, grazie al polo Sace-Simest del gruppo italiano Cassa Depositi e Prestiti, potrebbe giocare sotto questo aspetto un ruolo di primo piano. L’apertura di Tebboune, infatti, è potenzialmente decisivo per il rilancio della cooperazione economica italo-algerina.

Da una parte, infatti, le aziende italiane potrebbero diversificare i settori di investimento andando oltre idrocarburi e infrastrutture; dall'altra sarà possibile sviluppare veri partenariati industriali senza più avere la “spada di Damocle” del 49/51. Negli ultimi anni l’interscambio commerciale tra Italia e Algeria è calato, anche se rimane sopra gli 8 miliardi di dollari, in gran parte assorbito dagli idrocarburi. Eppure per le imprese italiane, l’Algeria rimane un partner economico estremamente interessante: la popolazione è in crescita, il paese è vicinissimo all’Italia, è ricco di risorse e con molti settori ad alto potenziale ancora da sviluppare.

Un punto focale è la revisione del sistema 49/51 per i settori e le attività considerate “non strategiche”. Su quest’ultimo aspetto, Tebboune ha chiesto che la nuova norma sia soggetta “a testi regolamentari trasparenti per evitare qualsiasi interpretazione o ambiguità”, chiedendo al riguardo l’avvio di uno “studio approfondito condotto da esperti”. Un “altolà” figlio anche della campagna anti-corruzione che negli ultimi mesi ha praticamente azzerato il sistema clientelare che per decenni ha lasciato le chiavi dell’economia nelle mani della cerchia vicina all’ex presidente Abdelaziz Bouteflika. Maggiori dettagli su questo studio devono ancora annunciati, ma è incoraggiante che il capo dello Stato – in pessime relazioni con Parigi e in ottimi rapporti con Roma – voglia mettere dei propri “paletti” su una questione così delicata.

Anche per quanto riguarda gli idrocarburi, il contesto attuale sembra sfavorire i francesi. Il gruppo Total ha recentemente annunciato la sua incapacità di acquisire le attività petrolifere e di gas della compagnia statunitense Anadarko in Algeria. Total aveva concluso a maggio 2019 un accordo con l'American Occidental Petroleum per il riacquisto di 8,8 miliardi di dollari di attività di petrolio e gas di Anadarko in Algeria, Ghana, Mozambico e in Sudafrica, nell'ambito di un'offerta pubblica di acquisto di Occidental su Anadarko. L’operazione algerina avrebbe consentito al colosso francese di acquisire oltre il 40 per cento della produzione petrolifera algerina, stimata in oltre un milione di barili al giorno. Ma lo scorso dicembre 2019, l'Algeria tramite il suo nuovo ministro dell'Energia, Mohamed Arkab, aveva indicato che la sua società pubblica Sonatrach avrebbe esercitato il suo diritto di prelazione sulle attività di Anadarko nel paese.

I rapporti di Parigi con le nuove autorità in Algeria, del resto, sono partiti con il piede sbagliato. Il titolare dell’Eliseo, Emmanuel Macron, si è limitato a “prendere atto” della vittoria di Tebboune: una scelta che ha profondamente irritato le autorità algerine, ma anche i dimostranti del Movimento popolare “Al Hirak” che percepiscono la posizione di Parigi come un’indebita ingerenza nella loro “rivoluzione del sorriso”. Gli algerini, infatti, sono molto seccati per la politica dei “doppi standard” adottata da Parigi: non si capisce, infatti, per quale motivo Parigi si sia congratulata ad esempio con la vittoria del presidente egiziano Abdel Fatah Al Sisi, avvenuta in un contesto elettorale non meno trasparente di quello algerino, ostentando una fredda “presa di coscienza” della vittoria di Tebboune ad Algeri.

Un altro colpo delle nuove autorità algerine agli interessi francesi, oltre al caso Total, è arrivato con la chiusura della fabbrica della Danone nel dipartimento di Blida. Per non parlare della fabbrica Renault Algeria di Orano, costretta a bloccare ufficialmente la produzione fino a nuovo ordine, mettendo 1.300 dipendenti in temporanea interruzione del lavoro. La verità è che Parigi e Algeri sono ai ferri corti dalle dimissioni dell'ex capo dello Stato Abdelaziz Bouteflika: molti in Algeria hanno accusato la Francia di aver tentato di interferire negli affari interni del paese, influenzando il movimento popolare “Al Hirak” nel 2019 ha riempito le piazze del più grande paese dell’Africa. L’approccio della Francia all’elezione Tebboune, vincitore al primo turno con il 58,15 per cento delle preferenze in una votazione contraddistinta dalle manifestazioni dell’Hirak e da una bassissima affluenza, pari appena al 39,9 per cento degli aventi diritto, è stato decisamente massimalista. Ora la linea francese, tesa a cavalcare le proteste per chiedere un cambio radicale di regime, sembra essersi ammorbidita, complice anche una ritrovata stabilità da parte dell’establishment algerino. Ma il sentimento di “cordiale ostilità” perdura ancora oggi.

Lo scorso 8 maggio, nell’anniversario del massacro di Setif e Guelma, quando le autorità coloniali francesi spararono sui dimostranti che avanzavano richieste di indipendenza dalla Francia, il capo dello Stato algerino ha invitato Parigi ad affrontare questa “orribile pagine della sua storia”. In un discorso alla nazione dai toni piuttosto duri, Tebboune ha detto che i fatti del 1945 "hanno definitivamente messo a nudo il vero volto della colonizzazione francese che ha sterminato, distrutto, bruciato, esiliato, violentato (...) e tentato di seminare i semi della discordia e divisione". Poi, il presidente ha rincarato ulteriormente la dose: “La repressione sanguinosa e selvaggia della colonizzazione abietta rimarrà un segno di infamia attaccato alla fronte del colonizzatore che ha commesso, per 132 anni, crimini inalienabili contro il nostro popolo”.

Occorre ricordare che la Francia ospita la più numerosa comunità algerina all’estero, le cui stime variano dalle 2 alle 5 milioni di persone, tra cui moltissimi berberofoni. Gli scontri che sovente esplodono nelle “banlieue” tra manifestanti e forze dell’ordine coinvolgono spesso membri della comunità algerina. Per la Francia, quindi, l’Algeria rappresenta un problema di sicurezza, senza dimenticare la dimensione economica. Il 10 per cento circa delle importazioni francesi di gas proviene dalla sua ex colonia e la Francia contende all’Italia il ruolo di primo investitore diretto in Algeria, esclusi gli idrocarburi, che rivestono un capitolo a parte.

Nel primo bimestre del 2020, l'Italia è diventato il primo importatore di beni algerini, superando la Francia. I primi cinque destinatari di beni algerini hanno costituito il 53,30 per cento delle esportazioni totali. L'Italia ha rappresentato il principale cliente, importando merci per 708,04 milioni di dollari - ossia il 14,45 per cento del totale delle esportazioni algerine - malgrado un calo del 43,61 per cento su base annua. A seguire si sono collocate la Francia con 649,28 milioni di dollari (13,25 per cento), la Turchia con 496,56 milioni (10,13 per cento), la Cina con 415,26 milioni (8,47 per cento) e la Spagna con 342,51 milioni (6,99 per cento). Quanto ai fornitori dell'Algeria, i primi cinque hanno rappresentato nello stesso periodo il 48,14 per cento delle importazioni totali. Questi sono stati la Cina con 1,073 miliardi di dollari (17,51 per cento delle importazioni totali dell'Algeria), la Francia con 589,70 milioni (9,62 per cento), l'Italia con 508,51 milioni (l'8,30 per cento), gli Stati Uniti con 395,84 milioni (6,46 per cento) e la Spagna con 383,36 milioni (6,25 cento). Nel primo bimestre del 2020, l'Algeria ha registrato un deficit commerciale di 1,23 miliardi di dollari, in aumento del 79,16 per cento su base annua. Nel 2019, la bilancia commerciale algerina ha registrato un deficit di 6,11 miliardi di dollari contro i 4,47 del 2018. (Ala)

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Emanuela Del Re
Rappresentante Speciale dell'Unione Europeaper il Sahel
20 luglio 2021


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