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Israele: si fa sempre più largo l'ipotesi di nuove elezioni (le quarte in un anno)

Israele: si fa sempre più largo l'ipotesi di nuove elezioni (le quarte in un anno)
Gerusalemme, 08 apr 18:10 - (Agenzia Nova) - Esattamente un anno fa, 8 aprile 2019, gli elettori israeliani si preparavano ad andare al voto il giorno successivo, 9 aprile, per formare un nuovo governo, dopo la decisione del leader di Yisrael Beytenu, Avigdor Liberman, di ritirare nell’autunno del 2018 l'appoggio all’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu. Dopo un anno, tre tornate elettorali e la crisi mondiale scaturita dalla pandemia da Covid-19, in Israele non c’è un governo e non sembra del tutto esclusa l’ipotesi di un ulteriore ritorno alle urne. Tuttavia, a differenza delle elezioni precedenti, l’attuale premier avrebbe alcuni punti a suo favore, non ultimo la percezione della gestione dell’emergenza sanitaria. Dopo il voto del 9 aprile e 17 settembre 2019, infatti, i leader dei due schieramenti che hanno ottenuto il maggior numero di voti, il Likud di Netanyahu e la coalizione Kahol Lavan (Blu e bianco) di Benny Gantz, non sono riusciti a trovare la maggioranza necessaria di almeno 61 seggi su 120 all’interno del parlamento, la Knesset, per formare il governo. Nel frattempo, tuttavia, si è andato assottigliando il sostegno elettorale alla coalizione di Gantz e alcune mosse preelettorali di Netanyahu, come una campagna elettorale condotta porta a porta, hanno consentito al Likud di ottenere ben tre seggi in più (36) rispetto ai 33 di Kahol Lavan alle elezioni del 2 marzo scorso. Malgrado il 16 marzo il capo dello Stato, Reuven Rivlin, abbia affidato a Gantz l’incarico di formare il governo, l’ex generale, trovatosi nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria a causa della Covid-19, ha deciso di gettare le basi, il 26 marzo scorso, per la formazione di un governo di unità nazionale proprio con Netanyahu. La scelta di Gantz ha provocato nell’immediato la rottura della coalizione di Kahol Lavan, l’alleanza anti-Netanyahu formata dal partito dell’ex generale, Israel Resilience, da Yesh Atid di Yair Lapid e da Telem di Moshe Ya’alon. Sul lungo temine, la rottura di Kahol Lavan potrebbe giocare senz’altro a favore di Netanyahu, soprattutto nel caso in cui il paese ritornasse alle urne.

Nelle ultime due settimane sono andati avanti i negoziati tra Likud e Israel Resilience per esaminare i punti dell’accordo di governo. Parallelamente, il governo tuttora in carica di Netanyahu si è trovato a gestire l’emergenza Covid-19, finendo con l’imporre la serrata totale al paese e da oggi il coprifuoco, in concomitanza con l’avvio delle celebrazioni per la Pasqua ebraica, Pesach. La gestione dell’emergenza potrebbe finire in ogni caso con l’assegnare a Netanyahu maggior sostegno da parte degli elettori nel caso di un’eventuale nuova tornata elettorale. Secondo quanto riferito ieri durante una conferenza online di Elnet, un’organizzazione non governativa che si occupa delle relazioni Israele-Unione Europea, dal giornalista israeliano Amit Segal, “il coronavirus è diventato il nuovo Iran”, ovvero la principale minaccia dello Stato ebraico. Un altro giornalista israeliano che ha preso parte alla teleconferenza, Barak Ravid, ha sottolineato che Netanyahu “fiorisce nelle crisi” e “dall’inizio della crisi è andato in televisione in prime time pronunciando messaggi apocalittici”. Secondo Ravid, “questa strategia avrà in ogni caso un risultato positivo di cui la gente sarà soddisfatta”. Infatti, ha proseguito il giornalista, “se dovesse andar male, il premier dirà che lo aveva preannunciato”, mentre “se dovesse andare bene, potrà attribuire al governo i meriti del superamento della crisi”.

Secondo quanto rivelato da un sondaggio diffuso oggi dal quotidiano israeliano “Jerusalem Post”, se si andasse al voto oggi il Likud avrebbe 42 seggi (sei in più rispetto a marzo), che insieme ai voti dei partiti della destra religiosa, consentirebbero a Netanyahu di avere una buona maggioranza nel parlamento con 64 seggi, senza quindi la necessità di allearsi con l’opposizione. Oggi, intanto, i partiti di Gantz e Netanyahu si sono scambiati accuse reciproche sullo stallo dei negoziati per formare il governo, che andrebbero in ogni caso posticipati di almeno una settimana, visto che oggi inizia la Pasqua ebraica. Al centro dello scontro tra i due partiti l’assegnazione della carica di ministro della Giustizia e di altri incarichi in magistratura, che Israel Resilience vorrebbe per sé. Tuttavia, a causa del processo a carico di Netanyahu per presunta corruzione rimandato a data da destinarsi, il Likud vorrebbe mantenere il controllo della magistratura. Intanto, il 13 aprile, quindi ancora in pieno periodo festivo, scadrà il termine concesso a Gantz per formare il governo. Sebbene il capo dello Stato possa concedergli un’estensione di due settimane, non è chiaro se in questo periodo l’ex generale sarà in grado di far leva su una serie di aspetti per negoziare con il Likud un accordo a suo favore. Al termine di un eventuale periodo di estensione per la formazione del governo, Gantz, come evidenzia un editoriale di Gil Hoffman sul “Jerusalem Post”, non avrà più carte su cui fare leva. Da parte sua Netanyahu, evidenzia Hoffman, è all’apice della popolarità in questo momento e, in chiave elettorale, ha tutto l’interesse a mantenere lo stallo attuale.

Un altro aspetto su cui Gantz e Netanyahu non sono d’accordo è l’annessione di circa il 30 per cento della Cisgiordania, in base al piano di pace presentato lo scorso 28 gennaio dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Gantz oggi ha dichiarato che il suo partito “vuole un governo nazionale di emergenza, ma non a ogni costo”. “Unire le forze durante la crisi è importante, ma in periodi come questo, la protezione della democrazia e lo stato di diritto per il futuro di Israele è critico”. Da parte sua, oggi il Likud ha fatto sapere che “dal primo momento è stato deciso che il governo di unità nazionale si sarebbe basato su due principi chiari: decisione condivisa su tutti i punti e avanzamento del processo di annessione della Cisgiordania”. “Purtroppo, all’ultimo momento Kahol Lavan si è tirato indietro da questi accordi, necessari per un governo equo”, si legge nella dichiarazione del Likud. Nel corso della teleconferenza di ieri di Elnet, il giornalista Amit Segal ha ricordato che “il 10 luglio inizierà il processo di annessione e, a causa del coronavirus, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non potrà agire”. Secondo il giornalista, Netanyahu vuole “lasciare un’eredità, vuole passare alla storia come un primo ministro che è andato avanti con l’annessione, non come un primo ministro incriminato”. “Sa che se si dimettesse, passerebbe alla storia come il primo premier a essere stato incriminato”. Inoltre, Netanyahu “vorrà procedere con l’annessione finché Trump sarà alla Casa Bianca”, circostanza non scontata dopo le elezioni finora previste a novembre. Da parte sua, l’altro giornalista che ha preso parte alla conferenza, Barak Ravid, ha evidenziato che “Netanyahu andrà avanti con l’annessione”, malgrado ci sia il parere negativo da parte dell’intelligence. La decisione di annettere parte della Cisgiordania, ha avvertito Ravid, potrebbe spingere l’Unione europea “a imporre sanzioni con l’aiuto di Ungheria e Repubblica Ceca”. Nel quadro del programma Horizon 2020, l’Ue ha stanziato circa 300 milioni di dollari per la ricerca e lo sviluppo, ma nel caso di annessione, ha aggiunto, Bruxelles potrebbe decidere di bloccare i finanziamenti in futuro. In generale, l’annessione “peggiorerebbe le relazioni di Israele con l’Ue e con gli Stati membri”, ha sottolineato Ravid.

Oggi sia il primo ministro palestinese, Mohamed Shtayyeh, che la Lega araba hanno messo in guardia da un’eventuale annessione della Cisgiordania a Israele. Nei giorni scorsi, anche l’associazione non governativa israeliana Commanders for Israel’s Security (Cis), al cui interno ci sono ex ufficiali militari ha messo in guardia dagli effetti dell’annessione, che potrebbe scatenare una reazione a catena, portando il collasso dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), che al momento controlla soltanto la Cisgiordania. La Striscia di Gaza, infatti, è guidata dal movimento palestinese Hamas dal 2007. "L'annessione unilaterale ha il potenziale per innescare una grave escalation e Israele non avrà alcun controllo su una possibile reazione a catena”, ha sottolineato il Cis la scorsa settimana, inviando una lettera a Israel Resilience, il partito di Gantz, per invitarlo a non procedere con l’annessione. L’annessione porterebbe al crollo delle agenzie di sicurezza palestinesi e dell'Autorità nazionale palestinese, secondo il Cis. In caso di collasso dell'Anp, sottolinea il Cis, Israele dovrebbe fornire servizi civili a 2,6 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania. "Il costo annuale dell’assunzione della responsabilità della vita dei civili nei Territori raggiungerebbe i 52 miliardi di shekel”, ha detto il Cis. Tale azione unilaterale metterebbe anche "messo a repentaglio il trattato di pace e la cooperazione in materia di sicurezza con la Giordania, il coordinamento con le forze di sicurezza palestinesi e il carattere molto ebraico dello Stato", ha affermato ancora il gruppo di ex generali. Il Cis ha invitato le "agenzie governative" a tenere una conversazione trasparente e onesta sull'impatto dell'annessione prima del voto della Knesset e del governo. "Prima di prendere qualsiasi decisione sull'annessione, il governo dovrebbe condividere con il pubblico tutte i risvolti e la strategia di uscita dalla conseguente situazione militare, economica e politica”, ha concluso. A oggi, quindi, permane lo stallo nella formazione del governo, non solo per le divergenze tra le due parti, ma anche per la pandemia da coronavirus, da più parti proviene l’invito a evitare azioni unilaterali, mentre l’esecutivo uscente in un modo o nell’altro potrebbe beneficiare della gestione dell’emergenza sanitaria, anche nell'ipotesi di una quarta tornata elettorale. (Res)
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