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Maghreb: 15 mila detenuti a piede libero per l'emergenza coronavirus

Maghreb: 15 mila detenuti a piede libero per l'emergenza coronavirus
Roma, 07 apr 16:20 - (Agenzia Nova) - Circa 15 mila detenuti sono stati liberati in Nord Africa per l’emergenza coronavirus, facendo emergere un aspetto spesso trascurato della pandemia: i rischi legati alla sicurezza e alla criminalità. Le autorità di Marocco, Algeria, Tunisia e Libia hanno disposto il rilascio di migliaia di detenuti dalle sovraffollate carceri dei rispettivi Paesi per evitare la diffusione dell’epidemia di Covid-19. Si tratta per lo più di criminali condannati per reati minori o che avevano già scontato gran parte della pena. In alcuni paesi disastrati come la Libia, dove da oltre un anno persiste uno stato di guerra civile, esiste tuttavia il rischio che gli ex detenuti non solo tornino a delinquere, non trovando alcuno sbocco lavorativo, ma finiscano per essere reclutate dalle parti attive nel conflitto armato. Non solo: le conseguenze economiche della grave congiuntura economica che abbiamo di fronte – una crisi probabilmente peggiore di quella del 2008/2009 - potrebbero spingere gli ex detenuti a tentare la traversata verso l’Europa, andando ad alimentare quei flussi migratori illegali che invece si erano recentemente affievoliti. L’unica eccezione nella regione è l’Egitto. Nonostante le richieste di organizzazioni non governative internazionali come Human Rights Watch e Amnesty International, il presidente-generale Abdel Fatah al Sisi ha deciso per il momento di non estendere alcuna grazie né di autorizzare amnistie.

In Marocco, al contrario, il sovrano in persona, Mohammed VI, ha concesso lo scorso 6 aprile la grazia reale a favore di 5.654 detenuti. Secondo quanto riporta l'agenzia di stampa ufficiale marocchina "Map", il monarca ha ordinato di adottare tutte le misure necessarie per rafforzare la protezione dei detenuti negli istituti penitenziari, in particolare contro la diffusione dell'epidemia del coronavirus, secondo quanto ha annunciato il ministero della Giustizia. "Nel contesto della costante attenzione prestata dal re ai detenuti negli istituti penitenziari e di riabilitazione, è stata concessa la grazia reale a beneficio di 5.654 detenuti", ha sottolineato il ministero. I detenuti che hanno ricevuto la grazia reale sono stati selezionati sulla base di criteri “strettamente oggettivi”, che tengono conto della loro età, del loro stato di salute e della durata della loro detenzione, nonché della buona condotta durante la loro detenzione, afferma la stessa fonte.

Sul versante delle migrazioni illegali va segnalato che nella giornata di ieri, 6 aprile, ben 53 persone sono riuscite ad attraversare illegalmente il confine tra il Marocco e l'enclave spagnola di Melilla. Una guardia civile è stata ferita in modo lieve durante lo sconfinamento di massa avvenuto intorno alle 5 del mattino. I migranti potrebbero aver approfittato del fatto che la Spagna sta mobilitando la maggior delle sue forze nella lotta contro la pandemia legata al nuovo coronavirus che ha causato oltre 14 mila vittime in tutto il paese. La città autonoma di Melilla e l'enclave spagnola di Ceuta rappresentano le uniche frontiere terrestri tra Africa ed Europa. Centinaia di persone cercano di accedervi ogni anno sfidando le alte recinzioni e le forze di sicurezza spagnole. Gli arrivi, tuttavia, sono in calo rispetto allo scorso anno: 1.140 migranti sono arrivati illegalmente a Ceuta e Melilla via terra tra l'inizio di gennaio e la fine di marzo, quasi il 16 per cento in meno rispetto al primo trimestre del 2019 (1.354), secondo i dati forniti dal ministero dell'Interno spagnolo. Sei imbarcazioni cariche di migranti sono riuscite da approdare nelle due enclave spagnole, contro le 17 nello stesso periodo dell'anno scorso.

Nella vicina Algeria, il presidente Abdelmadjid Tebboune - eletto lo scorso dicembre con un tasso di astensionismo da record - ha decretato il rilascio di 5.037 detenuti, sempre come parte delle misure contro la diffusione del coronavirus. Si tratta di persone condannate a non più di 12 mesi oppure a cui erano rimasti da scontare 18 mesi di carcere. Il capo dello Stato ha disposto anche una riduzione parziale della pena per i detenuti che si sono macchiato di reati non gravi e la cui età è pari o superiore a 60 anni. Va detto, tuttavia, che la giustizia algerina non sembra essere stata particolarmente intaccata dall’emergenza Covid-19. Anzi, per certi versi sembra che i giudici e i magistrati del paese nordafricano lavori meglio senza la pressione delle proteste di piazza del movimento Hirak, che ha deciso di sospendere temporaneamente le manifestazioni in strada. La polizia algerina sembra sempre essere particolarmente attiva in questo periodo emergenziale nell’arresto di giornalisti e dissidenti, in particolare quelli che mettono in dubbio le cifre sui contagi e i decessi per coronavirus diffusi dalle autorità.

In Tunisia, il paese culla della primavera araba, il presidente Kais Saied eletto lo scorso autunno ha disposto ben due grazie: una in occasione della festa nazionale dell’indipendenza del 20 marzo, liberando 1.856 detenuti; l’altra invece il 31 marzo scorso, garantendo la libertà ad altri 1.420 detenuti. Nel paese è in vigore un “lockdown” totale, con tanto di coprifuoco notturno. Le misure di contenimento del coronavirus resteranno in vigore almeno fino a metà a aprile, ma potrebbero essere ulteriormente prolungate con gravi danni alla precaria economia della nazione araba più vicina alle coste dell’Italia. Vale la pena ricordare che la Tunisia è prima nazione di provenienza dei migranti illegali sbarcati in Italia nel 2019 (almeno 2.654 secondo i dati forniti dal Viminale). Fra Italia e Tunisia è in vigore un accordo bilaterale che prevede il rimpatrio di 80 persone con due voli charter due volte a settimana. E’ intenzione della autorità italiane aumentare il ritmo del rimpatrio dei tunisini irregolari, ma l’orientamento del nuovo governo tunisino guidato dall’ex manager di Total Elyes Fakhfakh non sembra essere favorevole.

A destare maggiore preoccupazione, tuttavia, è senza dubbio la situazione in Libia. La combinazione di guerra, terrorismo, criminalità, traffico di esseri umani e coronavirus rischia di innescare una bomba a orologeria per l’intera regione. Il paese, nonostante le autonomie di cui godono le “città-Stato” come Misurata e Zintan e le tribù del sud come i Tebu, resta diviso in due amministrazioni: una con sede a Tripoli riconosciuta dalla Comunità internazionale e che governo sulla maggior parte della popolazione; l’altra di base a Bengasi che controlla di fatto quasi tutto il territorio nazionale. La procura della Libia occidentale ha recentemente ordinato il rilascio di 466 detenuti dalle carceri di Tripoli come parte delle misure precauzionali contro l’epidemia di coronavirus. I detenuti rilasciati includevano persone sotto interrogatorio, quelle ammissibili alla libertà condizionale e quelle incluse negli ordini di rilascio precedenti. Si tratta di cittadini “arabi e stranieri”, si legge in una nota diffusa su Facebook dal ministro della Giustizia del Governo di accordo nazionale (Gna). "Il rilascio arriva su raccomandazione del Consiglio supremo della magistratura al fine di ridurre il numero di prigionieri per evitare assembramenti", ha aggiunto il dicastero. Si tratta di un primo passo di una serie di misure volte a ridurre il sovraffollamento delle carceri libiche. Secondo il sito web informativo “Libya Observer”, considerato vicino al governo tripolino, è in programma anche un’amnistia per chi ha già scontato metà della pena in carcere, per gli anziani e per le persone affette da problemi di salute.

Da parte loro, le autorità giudiziarie e di sicurezza della Libia orientale potrebbero rilasciare fra pochi giorni centinaia di detenuti come misura per prevenire la diffusione del coronavirus nelle carceri. Il portavoce della polizia del governo della Cirenaica (non riconosciuto dalla Comunità internazionale), tenente Asadiq Al Zawi, ha dichiarato che a breve potrebbe essere disposta un’amnistia generale che interesserà i detenuti giudicati colpevoli di reati non gravi, che hanno già scontato metà della pena, che sono ritenuti “non pericolosi” per la società o che sono stati condannati a meno di cinque anni di carcere. "Il ministero della Giustizia ha preparato degli elenchi dei nomi di coloro che soddisfano queste condizioni. La lista è stata inviata al Consiglio giudiziario supremo", ha detto il portavoce in una dichiarazione al quotidiano panarabo edito a Londra di proprietà saudita “Asharq al Awsat”. "Ci aspettiamo la risposta del Consiglio entro pochi giorni, e di conseguenza, come organo esecutivo che sovrintende alle prigioni, libereremo diversi prigionieri", ha aggiunto al Zawi. Le autorità di Bengasi, il capoluogo della Cirenaica e roccaforte del generale Khalifa Haftar, hanno già rilasciato 160 persone arrestate e indagate per piccoli reati. L'amnistia generale, ha specificato il portavoce della polizia dell’est della Libia, non sarà concessa agli arrestati per crimini come omicidio, terrorismo e spaccio di droga. Il Governo di accordo nazionale della Libia, come detto, ha rilasciato circa 500 prigionieri nell'ambito del suo piano d'azione per combattere il nuovo coronavirus. Secondo Al Zawi, tuttavia, la maggior parte di coloro che sono stati liberati dalle autorità di Tripoli sono coinvolti “in crimini atroci”, aggiungendo che qualche ex detenuto ha già lasciato la capitale. Non solo: il portavoce della Libia orientale ha accusato il Gna di aver schierato diversi detenuti al fronte nelle battaglie contro l’Esercito nazionale libico (Lna) di Haftar. (Res)
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