LIBIA-ITALIA

 
 
 

Libia-Italia: ambasciatore Perrone a "Nova", accordo fra tribù raggiunto a Roma aprirà la strada alla riconciliazione

Roma, 07 apr 2017 18:05 - (Agenzia Nova) - L’accordo raggiunto venerdì scorso a Roma fra le tribù della Libia meridionale può essere la chiave per sbloccare l’impasse politica nel paese, aprire la strada alla riconciliazione nazionale e salvare l'unità della nazione araba. E' quanto emerge dalle parole pronunciate dall’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Perrone, in un’intervista concessa ad “Agenzia Nova”. Entrato in carriera diplomatica nel 1990, Perrone ha servito presso l’ambasciata d’Italia ad Algeri durante il “decennio nero del terrorismo” e la transizione del paese verso la democrazia, parla fluentemente l'arabo, e segue la crisi libica dal 2014 come direttore centrale per il Mediterraneo ed il Medio Oriente. Dal 10 gennaio 2017 serve a Tripoli come ambasciatore d’Italia. E' l'unico diplomatico occidentale presente in Libia dopo la riapertura dell'ambasciata italiana chiusa per due anni per motivi di sicurezza.

Dopo tre giorni di intense trattative, venerdì 31 marzo al Viminale i capi delle principali tribù della Libia meridionale, gli Awlad Suleiman (arabi) e i Tebu (etnico sahariano, ceppo etiope), alla presenza dei leader Tuareg e del vicepresidente libico Abdulsalam Kajman, hanno firmato un insperato accordo di riconciliazione. Le stesse tribù hanno chiesto all'Italia (rappresentata dal ministro dell'Interno, Marco Minniti, e dal segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni) di farsi garante del patto. “E’ un accordo importante perché mostra la strada verso la riconciliazione anche a livello nazionale”, spiega l’ambasciatore. Nonostante l’intesa abbia un impatto regionale, perché riguarda principalmente le tribù del sud della Libia, al tempo stesso coinvolge anche il Consiglio presidenziale libico di Tripoli e si inserisce dunque in ottica nazionale. “Secondo noi questo è lo strumento da perseguire e da utilizzare anche come modello in un quadro più ampio, che dovrebbe portare diverse altre componenti della società libica verso una prospettiva di riconciliazione”, aggiunge l’ambasciatore italiano.

“L’accordo prevede un impegno italiano a sostenere lo sviluppo del sud della Libia e al tempo stesso un impegno da parte di queste tribù (…) a contrastare i traffici illeciti, guardando a un orizzonte in cui la sicurezza viene gestita in una maniera unitaria e non più frazionata”, spiega ancora l’ambasciatore. L’intesa apre dunque la strada al controllo unificato del confine meridionale del paese - oltre 700 chilometri di frontiera - da parte delle tre tribù Awlad Suleiman, Tuareg e Tebu. Un confine strategico, dal momento che il Fezzan è la porta d'accesso alla Libia: da qui, infatti, passano le principali rotte migratorie che dal sud del Sahara arrivano fino all'Italia. Almeno 663 migranti sono morti nel Mar Mediterraneo nel 2017 fino al 2 aprile scorso, secondo gli ultimi dati pubblicati dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). I numeri dimostrano un significativo aumento degli arrivi in Italia nelle prime 14 settimane dell'anno rispetto allo stesso periodo del 2016: 26.369 rispetto a 19.257.

La Corte d’Appello di Tripoli ha recentemente emesso una sentenza che boccia il memorandum d’intesa firmato il 2 febbraio scorso dal presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni, e il premier del governo di Accordo nazionale libico, Fayez al Sarraj, sulla gestione dei flussi migratori illegali. “Le motivazioni non sono ancora note e il verdetto non è definitivo. Noi aspettiamo con piena fiducia la sentenza definitiva che non potrà che confermare la validità dell’accordo, che comunque è un accordo quadro di impegni nel contrasto all’immigrazione illegale, e soprattutto di contrasto al traffico di esseri umani”, risponde Perrone a una domanda sull’eventuale sospensione dell’intesa. “Sono impegni che comunque Italia e Libia sono determinate a perseguire. Noi stiamo continuando a lavorare insieme per queste finalità: ovviamente siamo fiduciosi che la validità e la solidità giuridica dell’accordo verrà confermata nei prossimi grado di giudizio libici”, aggiunge il diplomatico italiano.

Alla riunione del Gruppo di contatto per la rotta del Mediterraneo centrale del 20 marzo scorso ospitata alla Scuola di Polizia di Roma, Italia e Unione europea hanno promesso un impegno di 200 milioni euro a testa per aiutare la Libia nella lotta contro l’immigrazione illegale. Secondo “il Corriere della Sera”, tuttavia, il governo di Tripoli avrebbe chiesto l’equivalente di circa 800 milioni di euro. “Ci sono tutta una serie di iniziative e di attività che sono in corso e che hanno anche un certo valore finanziario, ma è difficile dare delle cifre”, spiega Perrone. “Vorrei comunque dire - aggiunge il diplomatico - che in un quadro complessivo molto ampio, in cui esistono diverse iniziative, alcune su fondi italiani e altre su fondi europei, l’importante non è tanto annunciare un ammontare di cifre, quanto piuttosto riuscire in maniera molto rapida e tempestiva ad attuare i progetti necessari”.

Perrone si è recato nei giorni scorsi nella Libia orientale dove ha incontrato, tra gli altri, il generale Khalifa Haftar, comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico, e il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk (il parlamento monocamerale libico), Aguila Saleh. L’Italia, tuttavia, non riaprirà il consolato generale a Bengasi, almeno per ora. “Bengasi è in una situazione ancora particolare”, spiega Perrone, confermando di aver comunque parlato della riapertura del consolato generale negli incontri tenuti in Cirenaica. “L’edificio del consolato italiano è stato gravemente danneggiato. E’ in corso un processo di stabilizzazione nella città di Bengasi che stiamo osservando attentamente per cercare di capire quando ci saranno le condizioni (per la riapertura della sede diplomatica, ndr)”, afferma ancora l’ambasciatore, il quale ha poi sottolineato come Bengasi sia "la seconda città della Libia" dove l’Italia "ha sempre avuto una presenza importante". La riapertura del consolato generale, conclude Perrone, "è senz'altro un nostro obiettivo che continueremo a perseguire, ma che ovviamente richiede una serie di condizioni logistiche e di sicurezza”.

Il “feldmaresciallo” libico Haftar, secondo Perrone, “vuole vedere una Libia unita”, ma c’è “una differenza sui modi” per raggiungere la stabilità del paese. “La questione libica non è solo una questione di sicurezza, ma una crisi che va risolta politicamente attraverso il dialogo: questo è un punto che ho sottolineato molto con il generale e con gli altri interlocutori che ho incontrato durante la visita nell’est della Libia”, spiega Perrone, secondo cui “c’è ancora del lavoro da fare” per stabilizzare il paese. “Il generale Haftar – prosegue il diplomatico - vorrebbe stabilizzare il paese e vedere la Libia unita. C’è però una differenza sui modi attraverso i quali raggiungere questa stabilità. Noi abbiamo detto chiaramente, e lo ripeteremo sempre, che lo strumento militare non è lo strumento adatto per risolvere la questione libica”. La lotta al terrorismo, conclude l’ambasciatore italiano, “va certamente condotta anche attraverso lo strumento militare, ma la lotta politica deve rifuggire dalla violenza; la riconciliazione, come fine ultimo, necessita esclusivamente di un processo di dialogo complessivo e inclusivo”.

Al generale comandante libico, prosegue il diplomatico italiano, va riconosciuto il ruolo che sceglieranno di dargli i libici stessi. “I libici di buona volontà sono tutti accomunati dalla determinazione di contrastare il terrorismo che ha dimostrato storicamente, soprattutto negli ultimi tempi, la sua pericolosità e capacità di infiltrarsi in Libia”, spiega Perrone. “A nostro avviso - aggiunge il diplomatico - tutti quelli che combattono il terrorismo dovrebbero unire le forze, incluso il generale Haftar, per il quale noi abbiamo sempre detto che è necessario che gli venga riconosciuto il ruolo che i libici riterranno di riconoscere, al fine di stabilizzare il paese e contrastare efficacemente i movimenti terroristici”. Finché le Forze armate della Libia non saranno pienamente unificate, gli equilibri nel paese possono essere alterati “in qualsiasi momento”, spiega ancora l’ambasciatore italiano.

La capitale libica Tripoli è stata teatro negli ultimi mesi di alcuni episodi di violenza, a cominciare dall’esplosione di un’autobomba vicino all’ambasciata italiana (“non ci sono novità sui responsabili, l’inchiesta è in corso”) e scontri armati tra milizie rivali. “A Tripoli è in corso un importante sforzo da parte del Consiglio presidenziale volto a rafforzare la sicurezza e a ricondurre le varie organizzazioni di sicurezza della città sotto un ombrello unico”, spiega il diplomatico italiano. “Restiamo coscienti del fatto che fino a quando non si arriverà a delle Forze armate pienamente unificate e che abbiano il pieno controllo del territorio, l’equilibrio attuale può essere alterato in qualsiasi momento”, afferma Perrone, sottolineando comunque “un trend positivo” che le Nazioni Unite e tutti gli interlocutori libici sul terreno hanno interesse a consolidare: “Gli scontri fra gruppi non fanno bene a nessuno, neanche ai gruppi stessi”, aggiunge il diplomatico.

Da parte sua, il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, riferisce ancora Perrone, “ha confermato il suo impegno per risolvere politicamente i problemi” della Libia. “Saleh mi ha detto una cosa importante che ho apprezzato molto, e cioè il fatto che i problemi della Libia vanno risolti politicamente, quindi ha confermato la sua fiducia e il suo impegno nel dialogo: questa credo che sia una cosa importante, una base su cui poter costruire”, spiega Perrone. “Ci sono diversi tentativi in corso. C’è ancora una certa distanza tra le parti - continua l’ambasciatore -, ma anche una consapevolezza a mio avviso crescente che solo attraverso il dialogo è possibile applicare l’accordo politico, magari anche prevedendo dei cambiamenti che però non ne alterino la base”. La Camera dei rappresentanti ha deciso nei giorni scorsi di ritornare al dialogo con il governo di Accordo nazionale libico di Tripoli, ponendo però delle condizioni: un Consiglio di presidenza composto da un presidente e due vice presidenti, un nuovo capo del governo il quale a sua volta scelga i ministri e che presenti il suo programma al parlamento per la fiducia.

Spazio, infine, alla questione della National Oil Company (Noc), la compagnia petrolifera libica che gestisce la produzione di greggio nel paese. La Noc libica “parallela” con sede nell’est del paese ha recentemente respinto l’accordo raggiunto lo scorso luglio con la Noc di Tripoli, riconosciuta a livello internazionale, per “unificare” le due amministrazioni rivali. “Noi abbiamo sempre sostenuto la necessità di preservare l’unità della Noc, che è un’impresa fondamentale per l‘economia della Libia, perché gestisce risorse che appartengono a tutto il popolo libico ed è la colonna vertebrale del sistema economico della Libia”, spiega Perrone. “L’indipendenza e la neutralità della Noc - conclude il diplomatico italiano - devono essere tutelate in un quadro istituzionale chiaro, in cui la Noc operi attraverso il collegamento con le autorità legittime: questo è un punto che viene sottolineato sempre nei miei incontri, non sono nell’est ma anche con il Consiglio presidenziale”. (Asc)
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