ASIA
 
Asia: coronavirus, i diversi approcci degli Stati all’avanzata della crisi pandemica
 
 
Tokyo, 26 mar 13:21 - (Agenzia Nova) - L’avanzata sempre più rapida del nuovo coronavirus ha costretto diversi paesi asiatici ad adottare misure draconiane, come i blocchi totali agli spostamenti e alle attività non essenziali decretati in Thailandia, Malesia e Indonesia. Uno sguardo al quadro regionale complessivo evidenzia però la permanenza di approcci differenti alla crisi pandemica, cui sembrano contribuire in misura determinante la capacità organizzativa dei singoli sistemi-paese e degli apparati sanitari nazionali. In Corea del Sud, paese ormai ritenuto un modello globale di gestione della pandemia, la conduzione di un numero di test per mille abitanti senza eguali al mondo ha consentito un contenimento mirato del virus. La rapidità e capillarità della risposta coordinata all’emergenza ha evitato un sovraccarico delle strutture ospedaliere, che in tal modo hanno potuto gestire i casi di infezione senza trasformarsi a loro volta in veicoli di propagazione del contagio. In questo modo, è stato possibile circoscrivere anche le misure di arresto delle attività economiche e di limitazione della libertà di movimento, che hanno riguardato solo focolai di contagio estremamente localizzati e circoscritti. Seul pare aver superato già da fine febbraio il picco dei contagi, che in quel paese aumentano al ritmo di circa un centinaio al giorno. Diversi paesi del Sud-est asiatico e dell’Asia Meridionale – dalla Malesia, al Bangladesh, sino all’India – hanno invece reagito all’improvviso aumento dei contagi con misure drastiche e generalizzate, riconducibili alle enormi difficoltà nell’attuare misure di prevenzione e monitoraggio mirate estese a popolazioni assai più numerose, a territori logisticamente meno omogenei e alla maggiore arretratezza dei sistemi sanitari.

In Corea del Sud, quasi 20 mila persone vengono sottoposte a test per il coronavirus ogni giorno, più che in qualunque altro paese in rapporto alla popolazione nazionale complessiva. I test vengono inviati per le analisi presso laboratori ad hoc dotati di stanze a pressione negativa, attivi 24 ore su 24. In Corea del Sud, proprio questi laboratori costituiscono la prima linea della battaglia contro il coronavirus, contrariamente ad altri paesi, dove l’intera ondata dei contagi si è riversata sui presidi sanitari, col rischio di trasformare proprio questi ultimi in pericolosi vettori di contagio. I laboratori predisposti dalle autorità sudcoreane, predisposti in appena 17 giorni grazie all’esperienza accumulata nel contrasto alla Sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus (Mers), sono in grado di analizzare i singoli tamponi in meno di sei ore. Le autorità sanitarie di Seul ritengono che questo approccio sia servito a salvare vite, e i dati statistici paiono confermarlo: la letalità della Covid-19 in Corea del Sud è di appena lo 0,7 per cento, mentre ad oggi il tasso globale, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) si attesta al 3,4 per cento. Tale discrepanza si spiega almeno in parte proprio con la più capillare capacità diagnostica della Corea del Sud, che ha fatto emergere una quota maggiore degli individui contagiati nel paese.

L’approccio adottato dalla Corea del Sud riflette quello assunto da diversi altri paesi e territori asiatici – Hong Kong, Taiwan, Singapore – che appaiono accomunati da alcune caratteristiche: estensione territoriale e popolazione relativamente ridotte, pur in presenza di una densità abitativa elevata; economie avanzate; sistemi sanitari d’eccellenza, accoppiati a un'elevata capacità organizzativa sul fronte della diagnostica preventiva e dei controlli agli ingressi. Fa eccezione, in parte, il caso del Giappone: nelle scorse settimane, Tokyo ha limitato efficacemente la propagazione del coronavirus sul territorio nazionale, grazie a un periodo di sospensione delle attività scolastiche, dei grandi eventi e di attività economiche non strategiche durato però solo due settimane. Il governo ha poi optato per un ritorno forzato alla normalità, dovuto anche al fallimentare tentativo di salvare il programma originario delle Olimpiadi estive di Tokyo, che il premier Shinzo Abe si è alla fine rassegnato a rinviare a data da destinarsi. Il Giappone è stato uno dei primi paesi colpiti dall’emergenza sanitaria, anche a causa dei massicci flussi di visitatori dalla Cina; ciononostante, Tokyo ha limitato i contagi, che ad oggi sono circa duemila, grazie a un sistema sanitario di prim’ordine e – almeno in apparenza – alla predisposizione dei giapponesi alla disciplina.

La peculiarità “culturale” del Giappone è stata colta nei giorni scorsi da diversi media internazionali, che hanno evidenziato come i controlli sanitari all’ingresso degli aeroporti giapponesi fanno singolare affidamento su misure di autocertificazione e su periodi di quarantena volontari per i viaggiatori in arrivo nel paese: una caratteristica che ricorda il carattere generale dell’ordinamento giuridico giapponese, dove spesso gli obblighi di legge non sono accompagnati da esplicite misure sanzionatorie, e fanno invece affidamento al senso civico dei singoli cittadini. Di fronte ai pericoli posti dalla pandemia, però, tale approccio rischia di esibire i propri limiti, e in effetti, negli ultimi giorni la città di Tokyo ha registrato un preoccupante aumento dei casi di contagio: secondo la stampa giapponese, il premier Shinzo Abe si appresta a proclamare lo Stato di emergenza, sulla base di un provvedimento ad hoc emendato nei giorni scorsi.

Anche a Singapore, l’approccio delle autorità nazionali alla pandemia è stato determinato in parte da imprescindibili considerazioni di carattere economico, a cominciare dalla peculiare simbiosi economica del paese con la vicina Malesia. Singapore ha bandito soltanto dal 22 marzo l’ingresso a tutti i visitatori stranieri a breve termine, mentre consente ancora l’ingresso ai titolari di permessi di lavoro in “settori essenziali” come la sanità. Nella città-Stato, così come in Corea del Sud, il monitoraggio e la mappatura dei casi di contagio avviene anche tramite apposite applicazioni e tramite il controllo delle utenze di telefonia mobile: strumenti che pongono problematiche relative alla privacy, ma che hanno anche contribuito a preservare l’impianto generale delle libertà civili, e a limitare l’arresto economico a settori particolarmente vulnerabili come il turismo e il trasporto aereo. Per Singapore, che si aspetta quest’anno di scivolare in recessione economica, il blocco dell’economia e del flusso di merci costituisce uno scenario inconcepibile: la città-Stato è infatti uno degli snodi del commercio marittimo più importanti al mondo, e assieme ad altri sei paesi del Pacifico – Australia, Brunei, Canada, Cile, Myanmar e Nuova Zelanda – ha assicurato coordinamento e cooperazione per tenere aperte le principali catene di fornitura mondiali. Al contrario della Corea del Sud, però, Singapore non sembra aver ancora superato il picco dei contagi: il bilancio giornaliero più elevato è stato infatti registrato nell’Isola mercoledì 24 marzo, con 73 nuovi casi che hanno portato il bilancio definitivo a 631.

Singapore si inserisce del resto in un contesto geografico particolarmente volatile: la vicina Malesia è il paese del Sud-est asiatico che ha registrato ad oggi più casi di contagio; più in generale, la pandemia sembra accelerare in tutti i paesi circostanti, così come nell’Asia Meridionale. Proprio oggi la Malesia ha registrato il bilancio giornaliero peggiore dall’inizio della crisi sanitaria: 235 nuovi casi di contagio, che portano il totale a 2.031. Si tratta di un dato ancora relativamente contenuto, che però è bastato ad attivare misure drastiche da parte del governo di Kuala Lumpur, consapevole dei limiti del sistema sanitario nazionale e della capacità di presidio sanitario e di sicurezza sul territorio. Kuala Lumpur ha prorogato al 14 aprile l’ordinanza di restrizione agli spostamenti varata il 16 marzo, e seguita una settimana più tardi dalla mobilitazione delle forze armate, chiamate a vigilare sul rispetto delle misure di distanziamento sociale e sull’ordinato accesso ai generi di prima necessità. Il governo malese ha sancito anche la chiusura dei confini: i cittadini stranieri non potranno entrare nel paese, e i malesi non potranno lasciare il territorio nazionale, sino alla fine del periodo di emergenza. Il primo ministro del paese, Muhyiddin Yassin, si è rivolto al paese ieri, 25 marzo, spiegando che la decisione di prorogare di due settimane la restrizione alla libertà di spostamento è stata assunta dopo la presa d’atto che l’aumento dei casi di infezione nel paese “proseguirà per un certo periodo, prima che i nuovi casi inizino a segnare una flessione”.

Un quadro sostanzialmente analogo a quello malese si riscontra in Thailandia, dove il primo ministro, Prayuth Chan-Ocha, ha proclamato ieri lo stato di emergenza almeno sino al 30 aprile, in risposta al rapido aumento dei contagi. Ai thailandesi è vietato viaggiare per terra, mare e aria, anche se alcune eccezioni sono state previste per il trasporto delle merci, le missioni diplomatiche e i cittadini stranieri con permessi di lavoro; faranno eccezione anche i cittadini thailandesi con permessi rilasciati da ambasciate e appositi certificati medici, oltre ai viaggi approvati direttamente dal primo ministro. Le autorità sanitarie della Thailandia hanno confermato 111 nuovi casi di infezione da coronavirus nelle scorse ore, che portano il bilancio complessivo degli infetti in quel paese a 1.045. La maggior parte dei casi di infezione è concentrata nella capitale Bangkok. La Thoracic Society of Thailand prevede che nel peggiore dei casi il nuovo coronavirus causerà 200 mila contagi in Thailandia, e circa 540 vittime nell’arco di un anno, tra il prossimo mese e marzo 2021.

L’approccio alla pandemia dell’Indonesia e dell’Asia Meridionale è caratterizzato a sua volta da evidenti peculiarità: paesi come Indonesia, India e Bangladesh sono caratterizzati da popolazioni numerose, limiti logistici rappresentati da arretratezze infrastrutturali o territori particolarmente estesi e disomogenei, e contesti localizzati o diffusi di particolare vulnerabilità socioeconomica, dovuta al reddito o a crisi umanitarie come quella dei musulmani rohingya. Nel Bangladesh, le autorità hanno chiuso gli uffici pubblici e privati sino al 4 aprile, così come le attività economiche non necessarie. Il paese, che conta ben 161 milioni di abitanti su un territorio estremamente circoscritto, e che ospita centinaia di migliaia di rifugiati rohingya fuggiti dal vicino Myanmar, ha preso atto dell’inadeguatezza delle sue risorse sanitarie, e optato per l’isolamento geografico: tutti i voli internazionali in arrivo nel paese, ad eccezione di quelli da Cina e Regno Unito, sono stati sospesi sino al 15 aprile. La sospensione si aggiunge a quelle imposte dal governo per i trasporti su strada, rete ferroviaria e vie d’acqua.

In India è entrato in vigore da ieri un draconiano protocollo di emergenza nazionale, già adottato da molti Stati della federazione indiana, che prevede per 21 giorni il blocco di ogni attività, servizio e spostamento non essenziale, annunciato l’altro ieri sera dal primo ministro, Narendra Modi, in un discorso alla nazione. Ai sensi della Sezione 51 del Disaster Management Act, la legge sulla gestione dei disastri, chiunque ostacoli le linee guida sul blocco per le tre settimane previste, rischia da un mese a un anno di carcere e/o sanzioni pecuniarie a partire da 200 rupie (2,42 euro). Se la violazione provoca disordini pubblici o rivolte, la pena detentiva può essere prolungata fino a sei mesi. Se provoca la perdita di vite o un pericolo imminente, è prevista la pena della reclusione per un periodo che può estendersi a due anni. La legge sui disastri punisce anche le aziende che violino i divieti imposti.

Un’ordinanza emessa dal premier Modi afferma che chiunque sia responsabile di diffondere falsi annunci sul coronavirus sarà punibile con la detenzione fino a un anno e con la relativa ammenda. Per i colpevoli di appropriazione indebita di fondi destinati ad operazioni di soccorso è prevista una pena detentiva della durata fino a due anni. Le misure annunciate da Nuova Delhi hanno destato profonda preoccupazione nel paese e a livello internazionale: in India sono infatti numerosi i senzatetto e i nuclei familiari che dipendono, per la loro sussistenza, da lavori a giornata retribuiti ad ore, impossibili da praticare nell’attuale regime di blocco nazionale. Secondo i dati forniti dal governo indiano, dai media del paese e dall’Union of Catholica Asian News (Ucan), l’India conta 1,77 milioni di senzatetto; il 23 per cento della popolazione, pari a quasi 300 milioni di persone, vive con meno di cento rupie (1,2 euro) al giorno. La forza lavoro è di circa 400 milioni di persone, ma solo il dieci per cento dispone di un salario fisso.

In una recente valutazione dell’impatto della pandemia sull’Asia Meridionale, Amnesty International ha espresso preoccupazione proprio in merito ai profili di vulnerabilità socioeconomica, ed esortato le autorità dei paesi della regione a intensificare gli sforzi per proteggere i gruppi emarginati e vulnerabili. L’organizzazione per i diritti umani ha osservato che le misure di blocco delle attività, dei servizi e degli spostamenti non essenziali potrebbero non essere sufficienti a contenere il contagio in paesi con gravi carenze di strutture sanitarie. Inoltre, ci sono molte categorie a rischio: lavoratori a giornata, rifugiati e sfollati dai conflitti, detenuti, oltre agli operatori della sanità. Secondo la nota “i numeri sono in forte aumento su base giornaliera e si stima che siano significativamente più alti di quelli riportati a causa della scarsità dei test” e a lungo termine sarà necessaria l’assistenza internazionale. (Git)
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