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Coronavirus: dal Marocco all’Egitto, la crisi del Covid19 impatta su imprese italiane in Nord Africa

Coronavirus: dal Marocco all’Egitto, la crisi del Covid19 impatta su imprese italiane in Nord Africa
Roma, 25 mar 14:19 - (Agenzia Nova) - Dal Marocco all’Egitto, passando per l’Algeria, la Tunisia e la Libia, la crisi del coronavirus sta avendo un profondo impatto sulle aziende italiane attive in Nord Africa. Nel Regno di Mohamed VI, la Covid19 mostra una rapida tendenza all'accrescimento in tutto il paese, con specifica concentrazione a Rabat, Casablanca, Fes e Meknès. Nelle ultime 24 ore sono stati confermati 27 nuovi casi di infezione, portando a 170 il numero totale. Come spiegato dall’ufficio Ice di Casablanca, le misure decretate dal governo del premier Saadeddine El Othmani ripercorrono, in buona sostanza, quelle assunte in Italia, con analoga progressione. Da venerdì 20 marzo, oltre gli esercizi commerciali, sono chiuse tutte le aziende di produzione, ad esclusione dei servizi essenziali. Peraltro alcune grandi imprese avevano già nelle passate settimane, anticipato questo percorso; nello specifico, fra le prime, il Gruppo Psa e il Gruppo Renault avevano deciso la sospensione delle attività produttive, a tutela del personale. Gli scambi commerciali tra Marocco ed Italia, caratterizzati da una continua crescita degli ultimi anni, sono destinati ad frenare. Nel periodo gennaio-agosto 2019, l’Italia si è posizionata al quinto posto tra i partner commerciali del Marocco, essendo il quinto fornitore (quota del 5,3 per cento) ed il quinto cliente (quota del 4,2 per cento). “Siamo fiduciosi di poter riprendere la normalità convinti che le misure precauzionali adottate dall’Italia e dal Marocco fossero necessarie”, si legge in una nota della Camera di commercio italiana in Marocco.

L’Algeria è uno dei paesi africani più colpiti dal coronavirus ed è un partner strategico per l’Italia: basti pensare alle forniture di gas che giungono nel nostro paese attraverso il gasdotto Enrico Mattei. Secondo l’ex presidente e amministratore delegato della compagnia energetica Sonatrach, oggi analista, Abdelmadjid Attar, la Covid19 non avrà alcun impatto sulle esportazioni di gas algerino verso l’Italia. “Le decisioni del governo algerino di ridurre gli investimenti di Sonatrach a causa dei timori legati alla diffusione del coronavirus, non avrà alcun impatto sulle esportazioni algerine in Italia che dureranno almeno fino al 2030”, ha dichiarato Attar ad “Agenzia Nova”. "Secondo le informazioni che ho, non c'è timore di esportare gas algerino in Italia almeno fino al 2030, tenendo conto delle riserve correnti e del tasso di crescita dei consumi interni”, ha dichiarato l’ex responsabile di Sonatrach. Per Attar, al contrario, l’impatto avverrà dall’Italia a causa della diminuzione della domanda interna di gas per via del fermo delle industrie dovuto alle restrizioni per contenere la diffusione del coronavirus. "Sono certo che in caso di aumento della domanda da parte dell'Italia o di qualsiasi altro paese in inverno, Sonatrach sarà in grado di onorare perfettamente i suoi impegni", ha dichiarato Attar. Durante l’uitimo Consiglio dei ministri, il governo algerino ha preso una serie di decisioni per contenere gli effetti sull’economia derivanti dalla pandemia di coronavirus, tra questi vi è quella di non ricorrere a società di consulenza straniere nel settore pubblico, e il dimezzamento da 14 a 7 miliardi di dollari delle spese. Vale la pena ricordare che negli ultimi anni l’interscambio commerciale tra Italia e Algeria è calato, ma rimane sopra gli 8 miliardi di dollari. Per le imprese italiane, l’Algeria rimane un partner economico estremamente interessante: la popolazione è in crescita, è vicinissimo all’Italia, ricco di risorse e con molti settori ad alto potenziale ancora da sviluppare.

Le Tunisia, il paese africano più vicino all’Italia, ha disposto la quarantena generale nell’intero paese fino a sabato 4 aprile 2020 e intensificato i controlli. È fatto divieto a chiunque di lasciare il proprio domicilio, se non per esigenze essenziali quali l’acquisto di derrate alimentari e farmaci (nelle immediate vicinanze del proprio domicilio), ovvero per sottoporsi a cure mediche indifferibili. Sono esentati dall'obbligo di restare a casa soltanto i lavoratori, in ambito privato e pubblico, dei seguenti settori vitali: agroalimentare, sanità, amministrazione, giustizia, energia, sicurezza, trasporti, comunicazioni, media, pulizia e attività industriali indispensabili. I lavoratori dei settori esentati sono comunque tenuti a esibire un’autorizzazione che giustifichi la necessità lavorativa, conformemente ai criteri stabiliti dalle autorità tunisine. Secondo Mourad Fradi, presidente della Camera di commercio e dell'industria tunisino-italiana (Ctici), le aziende italiane in Tunisia devono conformarsi alle nuove regole di contenimento del nuovo coronavirus e resistere per qualche settimana. "Nella vita di un’azienda una o due settimane non sono la fine del mondo: non è niente in confronto al pericolo che corriamo di questi tempi”, ha dichiarato Fradi ad “Agenzia Nova”.

Vale la pena ricordare che la presenza economica italiana in Tunisia annovera oltre 850 società (la maggior parte delle quali sono totalmente esportatrici). Le imprese italiane presenti in Tunisia (miste, a partecipazione italiana o a capitale esclusivamente italiano) impiegano oltre 63 mila persone e rappresentano quasi un terzo di tutte le imprese a partecipazione straniera. L’Italia è molto presente nei settori manifatturiero (soprattutto tessile/abbigliamento), energetico, costruzioni e grandi opere, componentistica automotive, bancario, trasporti, meccanico, elettrico, farmaceutico, turistico e agro-alimentare. Esiste peraltro un elevato grado di integrazione tra le imprese italiane presenti in Tunisia. Sono intensi anche i rapporti consortili con il tessuto industriale locale. Le nostre aziende, pur nel contesto non facile degli ultimi anni, hanno mantenuto la loro posizione nel mercato tunisino. Ora, secondo Fradi, diverse società (in particolare quelle legate all’industria del tessile) sono giustamente preoccupate perché costrette a sospendere le attività. Altre, invece, continuano a operare perché appartengono ai “settori vitali” (energia, agroalimentare, risorse idriche, farmaceutica, ecc.), prendendo comunque tutte le produzioni necessarie. "Prima di pensare ai danni finanziari, dobbiamo pensare all'interesse pubblico e alla salute degli esseri umani ed evitare di raggiungere situazioni più gravi come in altri paesi", ha insistito Fradi. "È una crisi internazionale e non solo tunisina, che ha colpito tutto il mondo e ha causato gravi danni economici e finanziari ovunque. Il contenimento vuole proteggere le stesse aziende da scenari peggiori: se non si rispettano le regole, questa crisi potrebbe durare diversi mesi”, ha avvertito il presidente della Ctici.

Nonostante le rassicurazioni Fradi, tuttavia, Salwa Garbaa, consigliere delegato di Tricotex Italia (azienda italiana presente in Tunisia nella località di Korba, del governatorato di Nabeul) ha espresso preoccupazione per la crisi in corso. "Le attività della mia azienda sono sospese fino a un nuovo ordine di cui non so nulla", ha affermato Garbaa ad “Agenzia Nova, sottolineando che non vi sono né importazioni di materie prime né esportazioni di prodotti. Anche se il porto commerciale fosse accessibile per il trasporto di materie prime e prodotti, i dipendenti non potrebbero operare a causa dell’auto-isolamento obbligatorio. “Non possiamo lavorare perché il nostro settore non è considerato un'area vitale", ha spiegato la dirigente. La manager di Tricotex Italia ha spiegato che tutti i suoi ordini sono attualmente fermi. “Siamo confusi, non sappiamo se la crisi continuerà per più di due settimane. Noi stiamo già subendo danni dallo scoppio dell'epidemia in Italia e non solo in Tunisia. La maggior parte dei nostri clienti sono italiani”, ha aggiunto la dirigente, concludendo poi con un auspicio: "Spero che i nostri due paesi vicini e gli amici possano superare questa crisi e possano tornare alla normalità il prima possibile”.

Un discorso a parte va fatto per la Libia. Prima della rivoluzione del 2011, infatti, operavano oltre 100 aziende italiane, principalmente impegnate nei settori delle costruzioni, ingegneristica, impiantistica industriale e servizi collegati al settore petrolifero. La guerra civile, tuttavia, ha notevolmente ridotto le attività economiche italiane. Ora, con la crisi legata alla Covid19, è praticamente impossibile entrare nel paese. Il Centro nazionale libico per il controllo delle malattie (Ncdc) ha inoltre annunciato ieri sera un primo caso confermato di Covid-19 in Libia. Immediatamente dopo l'annuncio, il Comitato supremo contro il coronavirus di Tripoli ha annunciato il divieto di movimento tra città e regioni libiche fino a nuovo avviso. Le autorità libiche del Gna hanno annunciato nei giorni scorsi una serie di misure volte a prevenire la diffusione del virus nel paese, tra cui la sospensione delle lezioni nelle scuole, la chiusura delle frontiere e l'imposizione di un coprifuoco parziale.

Il direttore generale della Ncdc, Badr al Din al Najjar, ha precisato che il primo paziente libico contagiato dal virus Sars-Cov-2 è un uomo di 73 anni tornato il 5 marzo scorso da un viaggio in Arabia Saudita. In una dichiarazione televisiva, Al Najjar ha aggiunto che l'uomo manifesta febbre alta, infezione alle vie respiratorie e dispnea. La pandemia del nuovo coronavirus, tuttavia, non ha fermato la guerra a Tripoli. Nessuna delle due parti coinvolte nel conflitto, il Governo di accordo nazionale del premier Fayez al Sarraj da una parte e l’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar dall’altra, sembra intenzionata a rispettare la tregua umanitaria raggiunta lo scorso fine settimana su pressioni internazionali. La Libia fino a ieri era l’unico paese della regione a non aver registrato casi di coronavirus, fatto abbastanza curioso per un paese circondato da focolai di Covid-19. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha avvertito dei grandi rischi della diffusione del virus in un paese frammentato dal conflitto, attraversato da flussi migratori illegali e con un sistema sanitario disastrato.

In Egitto, infine, monostante la gravità della crisi del coronavirus, il comparto industriale è ancora operativo e gli investimenti italiani continuano ad andare avanti. Lo ha detto Alberto Borchiellini, nuovo presidente della Camera di commercio italiana per l’Egitto (Cci), in una dichiarazione ad "Agenzia Nova". "Al momento, c’è una situazione molto difficile prima in Italia e in secondo luogo qui in Egitto", ha spiegato Borchiellini. "Gli investimenti italiani qui stanno andando avanti, seguendo i regolamenti e le raccomandazioni adottate dal governo. Il comparto industriale funziona ancora", ha detto il presidente della Cci. "Per quanto riguarda i nuovi investimenti, invece, è tutto sospeso e stiamo aspettando che la crisi del coronavirus finisca", ha indicato Borchiellini. "Noi abbiamo chiuso gli uffici e stiamo lavorando a distanza", ha aggiunto il presidente della Cci. Con i suoi oltre 100 milioni di abitanti, l’Egitto è il paese arabo più popoloso e, potenzialmente, rappresenta un bacino ideale per la diffusione dell’epidemia di Covid-19. Le misure stringenti del governo del Cairo suggeriscono che la situazione potrebbe essere molto peggiore di quella presentata ufficialmente, pari a circa 350 contagi.

Per far fronte all’emergenza, il governo egiziano ha messo in campo un pacchetto di assistenza di 30 miliardi di sterline egiziane (circa 1,8 miliardi di euro) destinato alle imprese, ma potrebbe non essere sufficiente. Senza interventi massicci, l’economia potrebbe essere colpita molto duramente della crisi, rischiando di vanificare i sacrifici compiuti per ricevere i prestiti dal Fondo monetario internazionale (Fmi). Il governo egiziano ha annunciato lo scorso 17 marzo anche la riduzione del prezzo del gas naturale per uso industriale a 4,5 dollari per mbtu (milioni di Btu, British termal unit), riducendo le imposte sui dividendi per le società quotate in borsa al 5 per cento nel tentativo di attenuare l'impatto della diffusione del coronavirus. Eppure, secondo un articolo del quotidiano “Al Ahram”, il principale giornale del paese, insolitamente critico nei confronti del governo, il settore manifatturiero in Egitto è particolarmente esposto alla crisi; le spedizioni verso principali mercati esteri - Stati Uniti ed Europa - sono infatti sospese, ma le aziende lamentano di continuare a pagare salari, tasse, assicurazioni e interessi sui prestiti. Se lo Stato non interviene in modo massiccio, i produttori e gli esportatori rischiano di andare in sofferenza, trascinando nella crisi anche il settore creditizio. E’ quindi possibile, anzi probabile, che il governo vari un nuovo decreto “ad hoc” per esentare produttori ed esportatori dai pagamenti per almeno due mesi. (Asc)
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