ISRAELE

 
 
 

Israele: la riscossa di Benjamin Netanyahu

Roma , 27 mar 16:33 - (Agenzia Nova) - L’accordo per formare un governo di unità nazionale in Israele tra la destra capeggiata dal partito Likud di Benjamin Netanyahu e Israel Resilience dell’ex generale Benny Gantz non è stato ancora formalizzato e richiederà una serie di negoziati, tuttavia il capo dell’esecutivo uscente ha già vinto. L'annunciata decisione di Gantz di entrare a far parte del governo di unità a causa dell’emergenza Covid-19, infatti, ha spaccato la coalizione centrista Kahol Lavan (Blu e bianco), unica possibile e consistente alternativa in termini di numeri per cercare di formare un governo dopo le elezioni del 2 marzo scorso. La scissione della coalizione Kahol Lavan, formata da Israel Resilience, da Telem di Moshe Ya’alon e Yesh Atid di Yair Lapid, di fatto consentirà a Netanyahu di continuare a essere il primo ministro di Israele almeno per i prossimi 18 mesi. Un risultato di per sé vantaggioso per il premier più longevo nella storia del paese, considerando che, malgrado il Likud avesse ottenuto alle elezioni 36 seggi, tre in più rispetto a Kahol Lavan, lo scorso 16 marzo era stato Gantz a ricevere l’incarico per formare il governo. Probabilmente, se non fosse scoppiata la pandemia coronavirus la storia avrebbe preso un altro corso, ma la scelta di Gantz di voler formare un governo con Netanyahu ha rappresentato un jolly a favore di quest’ultimo. La riscossa di Netanyahu, tuttavia, non è frutto del caso. Anzi, come un abile giocatore di scacchi, il leader del Likud ha sapientemente operato alcune mosse che, malgrado le accuse di presunta corruzione, nel tempo lo hanno messo in una posizione solida. Per esempio, negli anni Netanyahu ha affidato uno dei dicasteri più impopolari di tutti i governi, quello delle Finanze, a due esponenti politici - Yair Lapid e Moshe Kahlon - che oggi fanno parte della coalizione Kahol Lavan.

Un’altra delle mosse che ha portato Netanyahu a consolidare il proprio consenso è stata la capacità di stare a contatto con la gente. Da abile comunicatore, ha guidato la sua campagna elettorale personalmente e, rispetto a quella per le elezioni di settembre 2019, prima dell’ultima tornata elettorale di marzo si è recato in ogni circoscrizione del paese per parlare al suo elettorato, formato da conservatori, nuova élite, sefarditi e tradizionalisti. Questa strategia ha permesso a Netanyahu di promuovere la propria immagine di politico e di contenere l'eco mediatica del processo a suo carico per presunta corruzione. Inoltre, il capo dell’esecutivo uscente è considerato il “signore della sicurezza” perché di fatto dopo l’operazione “Protective Edge” del 2014 nella Striscia di Gaza si è sempre rifiutato di ingaggiare un nuovo conflitto militare, preferendo la via del negoziato. Si tratta di un aspetto che contrasta nell'immaginario popolare con la composizione della coalizione Kahol Lavan, all’interno della quale c’erano numerosi ex generali, tra cui Gantz e Ya’alon. Inoltre, Netanyahu ha intercettato anche le falle all’interno della coalizione centrista, formata da esponenti della sinistra, ex membri del Likud, tra cui dei fedelissimi del premier uscente, uniti dal comune desiderio di spodestarlo, ma con una serie di divergenze di fondo. L’apice della divergenza è stato raggiunto ieri, 26 marzo, quando Gantz - che non ha mai nascosto il suo apprezzamento per Netanyahu, con cui ha lavorato a stretto contatto quando è stato capo di Stato maggiore della Difesa - ha appoggiato il primo ministro uscente. Gli altri due leader della coalizione, infatti, Lapid e Ya’alon, hanno sempre ribadito che non si sarebbero alleati con Netanyahu e hanno accusato Gantz di aver sottratto voti per regalarli al capo del Likud. Accanto ai successi sul piano interno, non va dimenticata la capacità di tessere una forte relazione con il presidente russo Vladimir Putin e con alcuni paesi del Golfo. In particolare, l'asse Gerusalemme-Mosca è di significativo impatto se si accosta alla storica alleanza tra Gerusalemme e Washington.

Secondo quanto dichiarato ad "Agenzia Nova" da David Khalfa, ricercatore associato presso l’Institut prospective et Sécurité en Europe (Ipse), specializzato in Medio Oriente, "è stata sottostimata la capacità di resilienza di Netanyahu, abile nell'identificare le maglie deboli della coalizione centrista Kahol Lavan, nata per spodestare prima di tutto Netanyahu e senza una reale volontà di leadership da parte di Gantz". Il partito di Gantz, Israel Resilience, ha adesso 15 seggi e dovrebbe ottenere la guida dei ministeri degli Esteri, della Difesa e della Giustizia. In particolare, guidando il dicastero della Giustizia, ha evidenziato l'esperto, "il partito di Gantz in tal modo difenderebbe la separazione dei poteri e il ruolo della Corte suprema". "La guida del ministero della Giustizia affidata a Israel Resilience sembra, tuttavia, poco probabile. In caso contrario - ha aggiunto - Netanyahu, che si trova in una posizione di forza (visto che ha 36 seggi in parlamento rispetto ai 15 di Gantz), potrebbe accettare a condizione che il futuro ministro non gli sia ostile". Infatti il processo a carico di Netanyahu su tre presunti casi di corruzione previsto il 17 marzo è stato rimandato sine die due giorni prima che si svolgesse proprio dal ministro della Giustizia, Amir Ohana, nel pieno dell’emergenza coronavirus. Per Khalfa, "Netanyahu, inoltre, non sarà totalmente dipendente da Gantz e manterrà i suoi rapporti con i partiti della destra religiosa. Netanyahu ha capito che doveva mantenere unita la sua base di sostegno, gestendo anche bene i media, ed è riuscito alla fine anche a dividere l’opposizione".

La notizia dell’imminente formazione di un governo d’emergenza nazionale tra la destra israeliana, capeggiata dal partito Likud di Netanyahu, l’ormai ex leader della coalizione centrista Kahol Lavan e il partito laburista rappresenta un vero colpo di scena in Israele. Attraversato da uno stallo istituzionale iniziato nell’autunno 2018 e dopo tre tornate elettorali (9 aprile e 17 settembre 2019 e 2 marzo 2020), i vari partiti non erano riusciti a trovare un consenso per formare il governo. Tuttavia, l’emergenza Covid-19 sembra aver spinto lo stratega Netanyahu e l’ex generale Gantz a trovare una soluzione per il bene del paese. “L’incapacità di superare l’impasse e formare un governo e la necessità di fronteggiare l’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del coronavirus hanno spinto Gantz a dare prova di pragmatismo, invece che di rispetto della morale”, ha osservato Khalfa. Il generale in congedo “ha preferito il pragmatismo, anche a costo di dividere la coalizione” Kahol Lavan, ha proseguito l’esperto, sottolineando come Gantz abbia compreso di non poter superare lo stallo “senza scendere a compromessi". Infatti, subito dopo l’annuncio di Gantz, gli altri due partiti della coalizione, Yesh Atid di Yair Lapid e Telem di Moshe Ya'alon, hanno fatto sapere che si separeranno dal partito di Gantz, Israel Resilience.

La scelta di Gantz è apparsa già chiara quando l’ex generale si è opposto alla candidatura di Meir Cohen, esponente di Yesh Atid, per la carica di presidente del parlamento, in quanto avrebbe impedito la formazione di un governo di unità nazionale con la destra. Nelle ultime settimane, infatti, erano circolate voci sulla possibilità di sostituire con Cohen l’ex presidente del parlamento, Yuli Edelstein del Likud, e agevolare l’approvazione di due progetti di legge (uno sul limite ai mandati della premiership e l’altro sull’impossibilità di guidare il governo in caso di processo penale pendente) che avrebbero messo all’angolo Netanyahu. Gantz è infine uscito allo scoperto autocandidatosi alla presidenza della Knesset, di cui è divenuto presidente con 74 voti a favore e 18 contrari. La scelta verso il pragmatismo di Gantz, aggiunge Khalfa, nasce anche dal fatto che gran parte dell’opinione pubblica, in piena emergenza coronavirus, vuole un governo di unità nazionale e non avrebbe accettato una nuova tornata elettorale.

Nel futuro governo Israel Resilience dovrebbe ottenere la guida dei due principali dicasteri, Esteri e Difesa, in attesa che, fra circa 18 mesi (settembre 2021), Gantz assuma la guida dell’esecutivo. Netanyahu dovrebbe, quindi, dare il via al suo quinto mandato di governo, Gantz dovrebbe dimettersi dalla presidenza della Knesset per diventare ministro degli Esteri, mentre Gabi Ashkenazi, altro esponente di Israel Resilience, dovrebbe guidare il ministero della Difesa. L’auspicio di Gantz, secondo l’analista dell’Ipse, è che fra 18 mesi sia emesso il verdetto sul processo per presunta corruzione a carico di Netanyahu, attualmente posticipato a data da destinarsi per l’emergenza coronavirus, e nel caso in cui il primo ministro sia giudicato colpevole lasci l’esecutivo. Nel caso in cui Gantz dovesse diventare il capo della diplomazia, la carica di presidente del parlamento passerebbe a un esponente del Likud, che è il partito ad aver ottenuto più seggi alle elezioni del 2 marzo scorso (36 seggi a fronte dei 33 complessivi di Kahol Lavan). Secondo quanto riferito dall'emittente televisiva, "Channel 12", è probabile che la coalizione di maggioranza avrà 78-79 deputati sui 120 della Knesset, il parlamento, appartenenti al Likud, Israel Resilence, partito laburista Yamina, Shas e Giudaismo unito della Torah. L'opposizione sarebbe, invece costituita da Yesh Atid, Yisrael Beytenu di Avigdor Liberman, Meretz, Telem e la Lista congiunta. (Mom)
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