LIBIA
 
Libia: Varvelli (Ecfr), auspicabile il ritorno di Sophia ma bisogna fermare ogni ingerenza
 
 
Roma, 30 gen 13:03 - (Agenzia Nova) - Aumentando la propria presenza militare in Libia la Turchia potrebbe prendere il controllo dei flussi migratori anche nel Mediterraneo centrale, mentre l'Unione europea deve ancora decidere se sbloccare gli assetti navali della missione European Union Naval Force Mediterranean (Eunavfor Med) - Sophia. Nei giorni scorsi Ankara ha infatti inviato due fregate al largo delle coste libiche, intercettando un gommone con 30 migranti nel Mediterraneo centrale. Nonostante la Conferenza internazionale di Berlino del 19 gennaio scorso, la situazione militare sul terreno continua inoltre ad essere caratterizzata dagli scontri armati tra l’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica che assedia Tripoli dal 4 aprile scorso, e le forze che sostengono il Governo di accordo nazionale libico (Lna) fedeli al premier Fayez al Sarraj. “Agenzia Nova" ha chiesto ad Arturo Varvelli, nuovo Direttore dell’ufficio di Roma dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), un parere sulla situazione nel paese nordafricano, martoriato da un conflitto ormai divenuto una “proxy war”, una guerra per procura su scala regionale, e un terreno di scontro ideologico tra visioni diverse dell’Islam. “Giunti a questo punto, penso nessuna delle due parti possa prevalere sull’altra, a meno di un’escalation veramente violenta con bombardamenti indiscriminati in stile siriano. Non siamo ancora a questo livello, ma certamente se non si mette un argine e non si blocca questo meccanismo di escalation il rischio c’è”, afferma Varvelli.

L’Unione europea potrebbe sbloccare gli assetti navali di Eunavfor Med, l’operazione lanciata nel maggio 2015 ed estesa a settembre fino al marzo 2020. La missione guidata dall’ammiraglio italiano Enrico Credendino (che dovrebbe essere sostituito a breve da un altro alto ufficiale della Marina italiana) dovrebbe svolgere due ruoli, entrambi fondamentali per il Mediterraneo centrale e in particolare per l’Italia: contrastare il traffico di esseri umani e far rispettare l’embargo sulle armi imposto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in Libia. Dallo scorso aprile, curiosamente poco prima dell’offensiva del generale Haftar scattata il 4 dello stesso mese, gli Stati membri hanno deciso di sospendere le attività di pattugliamento dell’operazione militare in conseguenza della cosiddetta “politica dei porti chiusi” dell’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini. In teoria le navi ci sono, ma sono ormeggiate nei porti in attesa di una decisione politica. Intanto per ammissione dello stesso inviato dell’Onu in Libia, Ghassan Salamé, il divieto di portare armi in Libia è diventato ormai “una barzelletta”. “Conviene chiuderei il recinto una volta che i buoi sono scappati? Tutto sommato sì, perché è meglio tardi che mai. Tutto sommato le escalation sono sempre possibili”, commenta Varvelli.

Le parti più agguerrite del conflitto che si combatte in Libia sono soprattutto esterne: la Turchia dalla parte del Sarraj, Emirati Arabi Uniti ed Egitto a sostegno delle forze della Cirenaica. “Tutti si sono focalizzati sui russi e sui turchi, ma nessuno nomina mai gli emiratini che hanno un ruolo davvero importante, insieme agli egiziani, nel sostegno ad Haftar”, afferma il direttore a Roma dell’Ecfr. Secondo Varvelli, l’uomo forte della Cirenaica gode di una crescente autonomia e sarebbe sbagliato considerare Haftar come una marionetta in mano alle potenze straniere. “E’ molto stato abile a diversificare le fonti, sia di finanziamento che di fornitura di materiale militare e bellico, mettendole in concorrenza tra loro. Così ha creato una sorta di ‘società’ che ha molti soci da cui attingere”, spiega l’esperto del think tank paneuropeo. “Quattro o cinque anni fa gli egiziani manovravano Haftar molto più di adesso. Oggi il generale ha un’autonomia di azione che gli è consentita da un vuoto di leadership sulla crisi: gli Stati Uniti si sono ritirati e l’Europa è stata a guardare”, continua Varvelli.

Il ritorno delle navi di Sophia dipende, come detto, da una decisione politica, ma potrebbe non essere sufficiente e, paradossalmente, potrebbe finire per favorire una delle due parti. “Quanto si vuole realmente impedire il ritorno di nuove armi in Libia? Bisognerebbe essere calibrati sui due fronti: è vero che arrivano armi dalla Turchia, ma arrivano anche dall’altra parte. Il ripristino di un blocco navale penalizzerebbe solamente la parte turca e il Gna. Bisognerebbe inventare un meccanismo in grado di monitorare anche gli ingressi dal deserto e i rifornimenti via aerea che arrivano alle basi emiratine in Libia”, afferma Varvelli. “Bisogna avere anche la volontà politica di dichiarare illegittime e illegali certe azioni di certi paesi. L’Europa ha le forze di denunciare molto chiaramente la Turchia da un lato e gli Emirati dall’altra?”, si chiede ancora Varvelli. Secondo il direttore della sede romana di Ecfr, da una parte gli europei sono restii a “disturbare” gli Emirati data la vicinanza di Abu Dhabi alla Francia e al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, senza contare gli investimenti emiratini ad ampio spettro nel Vecchio continente. Dall’altra l’Europa è impantanata in un rapporto “un po’ malato” con Ankara sul piano dell’immigrazione.

Martedì sera, 28 gennaio, la stampa vicina all'Lna ha diffuso la notizia dell'arrivo di almeno due navi militari turche e un elicottero nel porto della capitale libica. Si tratta in particolare delle fregate "Gaziantep" e "Qidiz". Proprio la Gaziantep ha fermato sempre martedì un gommone nel Mediterraneo centrale con a bordo 30 migranti illegali, consegnando questi ultimi alla Guardia costiera libica. La presenza turca in Tripolitania, secondo Varvelli, rappresenta anche una velata minaccia sul fronte migratorio. “I turchi sono presenti e minacciano di gestire i flussi migratori. Non l’hanno detto chiaramente, ma hanno 2.000 persone lì e hanno una certa influenza sulla Fratellanza musulmana libica (...), che è nettamente il gruppo più organizzato dell’intero apparato di Tripoli”, sottolinea l’esperto di Ecfr. Il conflitto libico, quindi, assume anche i connotati di un confronto ideologico che spinge in particolare gli Emirati a indebolire la propria controparte geopolitica riconducibile, appunto, al movimento dei Fratelli musulmani.

L’Italia, secondo Varvelli, dovrebbe fare attenzione alle strumentalizzazioni. Un eventuale ritiro o aumento del contingente italiano di stanza a Misurata, per esempio, potrebbe essere interpretato dalle parti libiche sul campo come un endorsement o un via libera. “Non mi sembra la situazione migliore per fare dei cambiamenti”, commenta l’esperto di Ecfr, che boccia anche l’ipotesi di inviare una forza d’interposizione europea in Libia. “E’ molto più realistico un monitoraggio con la missione Sophia allargata. Il nostro ospedale, che al momento è in standby, rimarrà ancora così”, aggiunge Varvelli. Quanto alla missione navale Sophia, il direttore dell’ufficio di Roma del think tank europeo rivela come il governo italiano stia premendo per cambiarle nome. “C’è stata una richiesta in tal senso per inviare un messaggio di discontinuità ed evitare che si dica che Sophia torna in mare, perché potrebbe essere interpretata come un pull factor per i migranti, anche se sappiamo che non è vero”, riferisce ancora Varvelli. Commentando infine i recenti sbarchi di migranti provenienti dalla Libia, l’esperto registra un “leggero aumento”, ma certamente “non paragonabile con il processo di industrializzazione della migrazione che aveva portato tra il 2015 e il 2017 a un traffico remunerativo per tutti: difficile credere che si stia creando qualcosa di simile”. (Asc)
ARTICOLI CORRELATI
 
 
 
 
 
 
 
 
 
TUTTE LE NOTIZIE SU..