MED 2019
 
Med 2019: al via a Roma i "Dialogues" dell'Italia per superare il caos nel Mediterraneo
 
 
Roma, 06 dic 2019 08:00 - (Agenzia Nova) - Entra nel vivo oggi a Roma la conferenza Med Dialogues, l’appuntamento annuale lanciato nel 2015 con l’ambizioso obiettivo di “andare al di là del caos” e di proporre “un’agenda positiva” in un’area strategica per l’Italia: il Mediterraneo. Oltre 50 tra capi di Stato, ministri e alti funzionari delle principali organizzazioni internazionali partecipano da ieri alle oltre 40 sessioni ospitate per tre giorni nella splendida cornice Parco dei Principi. Sono quattro i pilastri su cui si articoleranno i lavori: sicurezza condivisa; prosperità condivisa; migrazioni; società civile e cultura. Fra i temi strategici al centro del dibattito ci sono ovviamente le principali crisi regionali, con focus particolare su Libia e Siria, ma anche le sfide poste dai processi di transizione in atto; la competizione geopolitica tra i diversi attori regionali; il terrorismo e il destino dello Stato islamico; la gestione dei flussi migratori; l'impatto geopolitico dei cambiamenti climatici; i nuovi scenari energetici; il ruolo degli investimenti e dell'innovazione tecnologica nella regione.

Spicca quest’anno l’assenza - annunciata solo all’ultimo minuto - del ministro degli Esteri dell’Iran, Mohamed Javad Zarif, tra i principali protagonisti delle ultime due edizioni. Fa invece il suo ritorno a Roma il ministro di Stato saudita per gli Affari Esteri, Adel al Jubeir, così come il capo della diplomazia della Federazione russa, Sergej Lavrov, ormai un ospite fisso dei Med Dialogues. Ad inaugurare i lavori aperti al pubblico (ieri si sono tenute le riunioni a porte chiuse) saranno gli interventi di Giampiero Massolo, presidente dell’Ispi, e del ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Luigi Di Maio. A rompere il ghiaccio nella prima sessione dedicata a “ricomporre il puzzle geopolitico” nella regione Mena (Medio Oriente e Nord Africa) saranno il segretario generale della Lega araba, Ahmed Aboul Gheit, i ministri degli Esteri di Bahrein e Libano, rispettivamente Khalid al Khalifa e Gebran Bassil, oltre al ministro delegato per gli Affari esteri del Marocco, Mohcine Jazouli. Spazio poi ai “big” della mattinata: il ministro degli Esteri della Turchia, Mevlut Cavusoglu, e il capo della diplomazia dell’Egitto, Sameh Shoukry, entrambi impegnati in “dialogues” separati.

Da non perdere il “keynote speech” nella prima sessione pomeridiana dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Geir Pederseon, che proprio ieri è stato ricevuto dal ministro Di Maio. Seguiranno poi i due dialoghi forse più delicati dell’intera conferenza: quello con il ministro degli Esteri di Israele, Israel Katz, e con l’omologo palestinese, Riyad al Malki. I due ministri parleranno in due momenti separati a distanza di mezzora l'uno dall'altro e sarà interessante vedere se i rappresentanti arabi lasceranno la sala o resteranno ai loro posto quando il ministro dello Stato ebraico salirà sul palco. Rispetto alle prime edizione dei Med Dialogues, gli organizzatori lasciano ora meno spazio ai discorsi “a ruota libera” degli ospiti più importanti, affiancandogli dei mediatori internazionali e italiani. Sarà poi il turno del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, un vero e proprio habitué della conferenza italiana. Va sottolineata inoltre la presenza dell’inviato delle Nazioni Unite in Libano, Jan Kubis, protagonista di una “conversazione” dedicata alla grave crisi nel paese dei cedri. Confermata, inoltre, la presenza del primo ministro di Malta, Joseph Muscat, al centro di una fortissima contestazione in patria. A chiudere la prima giornata saranno il ministro degli Esteri del Qatar, Mohamed al Thani (a conferma del tentativo degli organizzatori di avere un parterre più equilibrato possibile), e il presidente del Chad, Idriss Deby Itno.

La terza e ultima giornata della conferenza dei Med Dialogues vedrà in apertura gli interventi dell’ex inviato Onu in Siria, l’italo-svedese Staffan de Mistura, e il generale italiano Stefano Del Col, comandante della missione Unifil in Libano. Seguiranno poi due “dialoghi” con il ministro degli Esteri dell’India (vera novità di questa edizione della conferenza), Subrahmanyam Jaishankar, e il capo della diplomazia dell’Algeria, Sabri Boukadou. Il paese nordafricano, peraltro, è atteso esattamente tra sette giorni alla prova del voto per eleggere un nuovo presidente dopo mesi di proteste. Da seguire anche la sessione sull’energia nel 21mo secolo con il ministro del Petrolio dell’Egitto, Tarek el Molla, e i rappresentanti di Cipro e Grecia. Non poteva mancare una sessione dedicata alla Cina e al progetto della “Via della Seta”: da Pechino è giunto infatti a Roma Wu Hongbo, rappresentante speciale del governo cinese per gli affari europei. Da segnalare per gli Stati Uniti la presenza dell’assistente segretario di Stato Usa per gli affari dell'Euroasia, Philip T. Reeker: sono lontani i tempi quando per Washington partecipava il capo della diplomazia dell'amministrazione Obama, Jonh Kerry.

La Libia resta uno dei temi centrali della conferenza e sarà interessante seguire il “doppio dialogo” con l’inviato Onu, Ghassan Salamé, e il ministro degli Esteri del Governo di accordo nazionale, Mohamed Siyala. I lavori proseguono nel pomeriggio di sabato con ben quattro “dialogues” consecutivi con il ministro degli Esteri ad interim della Tunisia, Mohamed Batchobji; con l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi; con il commissario europeo per l’economia, Paolo Gentiloni (padre putativo del Med Forum); e con l’attivista politica e attivista yemenita, Tawakkol Karman. La chiusura dei lavori, infine, è affidata come di consueto al ministro degli Esteri e al presidente del Consiglio dell’Italia, vale a dire Luigi Di Maio e Giuseppe Conte.

Mentre il Regno Unito ha il Commonwealth meeting, la Francia il Paris Forum e la Germania la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, l’Italia da cinque anni a questa parte ha dunque il Med Dialogue. L’idea è quella di capitalizzare il prestigio e l’attenzione che l’Italia gode nel Mediterraneo allargato per mettere a disposizione di ospiti rilevanti ed esponenti della società civile un luogo di dialogo, da qui il nome “Rome Med Dialogue”. L’ambizione degli organizzatori è quella di creare “un’agenda positiva” per superare il caos, ma nell’ultimo quinquennio la situazione è peggiorata.

Molto è cambiato dalla prima edizione della conferenza tenuta nel 2015. L’accordo sul programma nucleare dell’Iran è morto e sepolto, così come i tentativi di mediazione degli Stati Uniti tra israeliani e palestinesi. La crescita nella regione è passata dal 3 per cento allo 0,9 per cento di oggi: si cresce e si distribuisce meno ricchezza, da qui lo scoppio di nuove sommosse popolari in paesi come Algeria, Libano e Iraq. Le divisioni in Libia si sono acuite fino a sfociare in una nuova guerra civile. Lo scontro intrasunnita tra paesi governati della Fratellanza musulmana (Qatar e Turchia) e le monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein) si è andato ad aggiungere al conflitto di Riad e Abu Dhabi contro l’Iran.

Tenere la barra dritta su questa “agenda positiva” in un contesto così fluido e caotico è un'impresa davvero complessa, ma ci sono degli spiragli di ottimismo. La sensazione è che lo scontro tra Iran e Arabia Saudita, ad esempio, sia destinato a scemare perché il “muro contro muro” non conviene a nessuno. Cinque anni fa lo Stato islamico governava un territorio popolato da 10 milioni di persone, mentre oggi è ridotto a poche sacche di resistenza e il “califfo” Abu Bakr al Baghdadi è stato ucciso. La guerra in Yemen sta assistendo alla più lunga - seppur fragile - tregua dallo scoppio del conflitto tra i ribelli sciiti yemeniti Houthi e le forze governative di Aden. La Tunisia, nonostante tutte le difficoltà, resta un caso virtuoso di democrazia del mondo arabo e una “perla rara” da preservare. (Asc)
ARTICOLI CORRELATI
 
 
 
 
 
 
 
 
 
TUTTE LE NOTIZIE SU..