FILIPPINE-CINA
 
Filippine-Cina: la contesa per le Spratly grava sulle relazioni bilaterali
 
 
Manila, 11 feb 2019 12:37 - (Agenzia Nova) - L’atollo delle Spratly, oggetto delle rivendicazioni incrociate di Cina e Filippine, è tornato a gravare sulle relazioni tra i due paesi, nonostante gli sforzi profusi dal presidente filippino, Rodrigo Duterte, per marginalizzare l’annosa disputa territoriale a beneficio degli scambi economici bilaterali. Sin dalla sua elezione a presidente, nel 2016, Duterte ha indirizzato a Pechino entusiastici attestati di amicizia, temperati però dalla generale sfiducia nutrita dall’opinione pubblica e dalla politica filippine nei confronti della Cina. Tale sfiducia è riemersa nelle scorse settimane, col dibattito sul più grande cantiere navale delle Filippine, oggetto di una procedura fallimentare del colosso della cantieristica sudcoreano Hanjin.

L’ipotesi di una acquisizione parziale da parte di aziende cinesi ha suscitato una levata di scudi da parte delle forze politiche filippine, e Duterte ha aperto, pur con scarso entusiasmo, alla prospettiva di una nazionalizzazione. L’avvio dei lavori di costruzione di un nuovo “centro di soccorso marittimo” cinese nell’atollo delle Spratly, e la divulgazione di indiscrezioni secondo cui Pechino ha schierato una flottiglia di un centinaio di imbarcazioni per bloccare le operazioni filippine presso uno degli isolotti dell’atollo, ha forzato Mania a inviare una protesta formale all’indirizzo del governo cinese; gli Stati Uniti ad approfittare della situazione, inviando proprio stamattina due navi da guerra in navigazione a poche miglia dall’atollo.

L’agenzia di stampa cinese “Xihua” ha dato notizia il 29 gennaio scorso della costruzione di un nuovo “centro di soccorso marittimo” cinese presso le Spratly. La notizia ha causato un forte imbarazzo all’amministrazione del presidente Duterte, che dopo la visita a Pechino dello scorso novembre, e il via libera all’ingresso cinese nel mercato della telefonia mobile filippino, aveva ventilato il superamento dell’annosa disputa territoriale in favore di uno sfruttamento coordinato e condiviso delle risorse nel Mar Cinese Meridionale. All’inizio di febbraio il portavoce di Duterte, Salvador Panelo, aveva addirittura dichiarato che le Filippine dovrebbero essere “grate” alla Cina per il nuovo centro di soccorso marittimo: un evidente tentativo di scongiurare polemiche interne e tensioni diplomatiche. Pochi giorni più tardi, il 3 febbraio, l’amministrazione presidenziale filippina è stata costretta però a una precipitosa retromarcia: il segretario degli Affari esteri, Teodoro Locsin, ha annunciato la presentazione di una protesta formale alla Cina.

Locsin ha espresso il proprio sostegno alla posizione del giudice della Corte Suprema Antonio Carpio, secondo cui Manila deve osteggiare con maggior determinazione la costruzione dell’infrastruttura presso Fiery Cross Reef, una delle scogliere dell’atollo. Carpio è stato uno dei membri della delegazione filippina che nel 2016 ha ottenuto il pronunciamento della giustizia internazionale contro l’espansione di Pechino nel Mar Cinese Meridionale. Locsin ha spiegato che il governo attende le valutazioni del consigliere per la sicurezza nazionale Hermogenes Esperon in merito alle nuove attività della Cina presso l’atollo conteso, di cui hanno dato conto diversi media regionali.

Il segretario della Difesa filippino, Delfin Lorenzana, ha dichiarato la scorsa settimana che il governo del presidente Rodrigo Duterte non intende fare alcun passo indietro rispetto alle tradizionali rivendicazioni territoriali di Manila nel Mar Cinese Meridionale. Il segretario ha ammesso però che la disputa territoriale con la Cina è “la sfida di sicurezza esterna più critica” affrontata dalle Filippine. “Pur riconoscendo la Cina come partner bilaterale in joint venture e altre imprese, teniamo a sottolineare che la nostra sovranità e integrità, così come i nostri diritti marittimi, non possono essere oggetto di compromessi”, ha dichiarato il segretario della Difesa durante un forum presso il National Defense College di Manila, commentando le tensioni riemerse negli ultimi giorni per le attività cinesi presso l’atollo delle Spratly.

Gli Stati Uniti, decisi ad ostacolare il progressivo avvicinamento delle Filippine all’orbita cinese, si sono inseriti indirettamente nella contesa, alimentando le tensioni causate dalla disputa territoriale. Il think tank Centre for Strategic and International Studies, con sede a Washington, ha rivelato infatti che Pechino ha eretto un vero e proprio blocco navale attorno a Thitu, isolotto dell’atollo conteso delle Spratly, per impedire a Manila di realizzarvi una rampa per la messa a secco delle navi. Stando a un rapporto pubblicato dal think tank la scorsa settimana, Pechino ha iniziato a inviare decine di navi attorno a Thitu dalla vicina Subi Reef, unilateralmente militarizzata dalla Cina. Il think tank, che presenta una serie di fotografie satellitari a sostegno delle proprie ricostruzioni, afferma che Pechino abbia mobilitato in tutto quasi un centinaio di vascelli, cominciando lo scorso dicembre con una fregata classe Jianghu V e un cutter oceanico classe Zhaoduan.

Pechino sembra puntare a intimidire Manila e giungere al blocco dei lavori a Thitu, annunciati dal governo filippino nell’aprile 2017. Le fotografie satellitari suggeriscono che Pechino abbia inviato 21 navi al largo dell’isolotto il 3 dicembre, prima dell’avvio dei lavori di riparazione da parte delle Filippine, e che nell’arco di appena 20 giorni la flottiglia sia giunta a contare quasi 100 imbarcazioni, calate poi a 42 alla fine di gennaio. Secondo il think tank statunitense, Pechino si sarebbe risolta a monitorare i lavori, dopo essere riuscita a ritardarli ma non a causarne l’arresto completo. Il segretario della Difesa filippino, Delfin Lorenzana, ha dichiarato la scorsa settimana che i lavori a Thitu dovrebbero concludersi entro il primo trimestre del 2019. Una volta ultimati i lavori, le Filippine giungeranno a reclamare sette ettari di terreno nelle Spratly, contro gli oltre 120 bonificati e cementificati dalla Cina, che sull’atollo ha eretto una serie di infrastrutture militari.

Oggi due navi da guerra della Marina degli Stati Uniti hanno incrociato al largo delle isole, secondo quanto annunciato da fonti della Difesa Usa, senza precisare se il passaggio delle navi sia avvenuto nel contesto delle missioni di “libertà della navigazione” effettuate dal Comando Usa del Pacifico in quella regione. Stando a un funzionario anonimo del Pentagono, due cacciatorpediniere lanciamissili si sono spinti sino a 12 miglia nautiche da Mischief Reef, dove sorgono alcune delle infrastrutture militari edificate da Pechino. Il Mar Cinese meridionale è teatro di rivendicazioni territoriali incrociate da parte di Cina, Filippine, Brunei, Malesia, Indonesia e Taiwan, e nei giorni scorsi proprio le Spratly sono state teatro di rinnovate tensioni tra Pechino e Manila.

L’avvicinamento politico ed economico alla Cina voluto dal presidente filippino Rodrigo Duterte affronta in queste settimane anche un’altra prova: quella del passaggio di proprietà del principale cantiere navale del paese. Il segretario della Difesa Lorenzana si è detto favorevole alla nazionalizzazione del cantiere di proprietà del gruppo sudcoreano Hanjin, che rischia l’acquisizione da parte di aziende cinesi dopo l’avvio del procedimento fallimentare da parte del suo attuale operatore. Lorenzana ha dichiarato di aver nuovamente discusso la questione con il presidente Rodrigo Duterte, durante un incontro alla presenza del segretario di Stato Teodoro Locsin Jr. e dei ministri economici del paese.

“La Marina filippina ha suggerito che lo Stato potrebbe farsi avanti, così avremmo una base su quel sito”, ha detto Lorenzana durante una conferenza stampa il mese scorso. “Così potremmo disporre della capacità di assemblare navi”. Il segretario ha aggiunto però di essere d’accordo con la proposta di un senatore filippino che escluderebbe la proprietà esclusiva dello Stato. Il gruppo Hanjin ha avviato la procedura fallimentare per la propria unità locale. Il mese scorso due aziende cinesi hanno espresso l’interesse a rilevare il cantiere navale, che è il quinto più grande al mondo. La notizia ha suscitato polemiche nelle filippine: l’ex capo della Marina militare filippina, Alexander Pama, ha avvertito che un’acquisizione del cantiere da parte della Cina rappresenterebbe una “significativa problematica (di sicurezza) nazionale. (Fim)
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