HONG KONG
 
Hong Kong: governo critica declassamento del rating da parte di Moody's
 
 
Hong Kong, 21 gen 07:31 - (Agenzia Nova) - Il governo della regione amministrativa speciale di Hong Kong ha contestato l'ultima decisione di Moody's Investors Service di declassare il rating creditizio dell'ex colonia britannica. Moody's ha annunciato ieri il downgrade del rating del debito a lungo termine di Hong Kong a "Aa3" da "Aa2". L'istituzione ha cambiato le prospettive creditizie di Hong Kong da "stabili" a "negative". Il portavoce dell'amministrazione di Hong Kong ha contestato il giudizio della agenzia di rating: "Non siamo assolutamente d'accordo con la valutazione di Moody's sulla situazione attuale di Hong Kong, e siamo profondamente delusi dalla decisione di declassare il rating del credito della città". Il portavoce ha aggiunto che dal ritorno di Hong Kong alla madrepatria, il governo ha implementato i principi "un paese, due sistemi" e "il popolo di Hong Kong che amministra Hong Kong" e un alto grado di autonomia in stretta conformità con la Legge. "Non riteniamo che ci sia terreno sufficiente da parte di Moody's per sollevare qualsiasi dubbio (riguardo la solidità finanziaria dell'ex colonia britannica). Sebbene Hong Kong abbia affrontato i disordini sociali più gravi dal suo ritorno alla madrepatria, negli ultimi sette mesi circa, il governo con il fermo sostegno del governo centrale, ha gestito la situazione in conformità con la legge per frenare la violenza per ripristinare l'ordine sociale il più presto possibile", ha aggiunto il funzionario.

Secondo il portavoce, il giudizio di Moody's non è in linea con i solidi fondamentali creditizi di Hong Kong. "La nostra performance fiscale e le posizioni esterne sono state a lungo tra quelle delle migliori economie e servono da forte cuscinetto per Hong Kong per resistere agli shock". Il portavoce ha sottolineato che la fiducia nel sistema dei tassi di cambio collegati è rimasta forte, come riconosciuto da Moody's, aggiungendo che le banche dispongono di una solida base di capitale, liquidità e attivi consistenti; i mercati dei capitali hanno avuto una buona corsa lo scorso anno in cui le offerte pubbliche iniziali e le attività di finanziamento obbligazionario hanno continuato a prosperare, e Stock Connect e Bond Connect hanno registrato un aumento del fatturato.

"I persistenti disordini sociali riflettono che ci sono profondi problemi nella società di Hong Kong, sui quali il governo condurrà presto una revisione indipendente. Stiamo anche coinvolgendo in modo proattivo persone di diversa estrazione, posizioni politiche e fasce di età attraverso il dialogo e l'ascolto le loro opinioni per trovare una via d'uscita per la società", ha detto il portavoce. Le sfide sociali che Hong Kong sta affrontando, ha aggiunto, tra cui la disparità di ricchezza, l'invecchiamento della popolazione e gli alti prezzi delle case, come menzionato da Moody's, non sono esclusivi di Hong Kong. Nonostante questi problemi, "i punti di forza istituzionali di Hong Kong e la sua competitività di base come centro finanziario internazionale, hub commerciale e uno dei migliori posti al mondo per fare affari rimangono ben posizionati". Il portavoce ha spiegato come il governo di Hong Kong abbia gestito in modo proattivo le questioni sociali sopra menzionate nel corso degli anni, sottolineando che "il governo continuerà ad ascoltare i cittadini e rafforzare le comunicazioni con essi, per superare queste sfide e aiutare rilanciare Hong Kong".

L'agenzia Moody's ha declassato il rating del credito della città autonoma di Hong Kong, per la mancanza di risposta del governo filocinese a mesi di proteste popolari e la crescente influenza delle autorità di Pechino sulle istituzioni della città. Moody's ha tagliato il rating affermando che la risposta "lenta" e inefficace del governo a mesi di proteste lo ha spinto a rivalutare i punti di forza istituzionali e la governance del territorio cinese. La valutazione di Hong Kong è stata ridotta a Aa3 rispetto alla precedente valutazione di livello Aa2. Moody's è la seconda agenzia di valutazione a tagliare il rating di Hong Kong da quando sono iniziate le proteste popolari contro la governatrice Carrie Lam, l'estate scorsa. La decisione di Moody's arriva quattro mesi dopo che Fitch ha declassato il rating sovrano della città, citando continue proteste e incertezza causate da una più stretta integrazione con la Cina continentale.

Il doppio declassamento riflette la crescente preoccupazione all'interno della comunità imprenditoriale a proposito delle caratteristiche istituzionali che conferiscono a Hong Kong una maggiore autonomia politica ed economica e che si teme si indeboliscano sotto la pressione della madrepatria. "L'assenza di piani tangibili per affrontare le preoccupazioni politiche o economiche e sociali della popolazione di Hong Kong che sono emerse negli ultimi nove mesi può riflettere una capacità istituzionale intrinseca più debole di quanto precedentemente valutato da Moody's", afferma l'agenzia con sede a New York. Le risposte del governo alle richieste di maggiori libertà politiche - e a costi di vita altissimi - vengono giudicate come "notevolmente lente, incerte e inconcludenti".

Le proteste sono iniziate a marzo 2019 in seguito alla presentazione nel Consiglio legislativo di un controverso disegno di legge sulle estradizioni, e si sono intensificate a partire da giugno. In risposta alle contestazioni l'amministrazione lo ha in un primo tempo accantonato e poi, all'inizio di settembre, lo ha ritirato. Nel frattempo, tuttavia, la mobilitazione ha individuato anche altri obiettivi e richieste. Oltre al ritiro del disegno di legge, gli oppositori chiedono le dimissioni di Lam; l'introduzione del suffragio universale a Hong Kong; la fine del trattamento dei manifestanti alla stregua di sovversivi; l'istituzione di una commissione indipendente che indaghi sulle accuse di abuso della forza da parte della polizia durante le manifestazioni dei mesi scorsi.

La regione di Hong Kong, parte dell'Impero cinese sino al 1842, venne ceduta quell'anno dalla dinastia Qin all'Impero Britannico, al termine della Prima guerra dell'oppio. Hong Kong divenne allora una colonia della corona britannica; nel 1860, al termine della Seconda guerra dell'oppio, il Regno Unito incorporò alla colonia anche Kowloon, e ottenne i Nuovi Territori in leasing per 99 anni. Dopo una parentesi di occupazione giapponese, tra il 1941 e il 1945, Hong Kong tornò sotto il dominio britannico. Negli anni successivi la colonia vide crescere drammaticamente la propria popolazione, anche per effetto dell'immigrazione di rifugiati dalla Cina continentale, in particolare durante la Guerra di Corea e il grande balzo in avanti voluto da Mao Zedong.

Nel 1950, Hong Kong si affermò come centro industriale e manifatturiero: una parentesi da cui la regione retrocedette dopo l'apertura dell'economia cinese di Deng Xiaoping, che alimentò un rientro di industriali cinesi nella Cina continentale. Fu in quegli anni che Hong Kong iniziò a svilupparsi come centro commerciale e finanziario. Nel 1984, l'allora premier britannica Margaret Thatcher firmò la Dichiarazione congiunta sino-britannica, che gettò le basi per la restituzione di Hong Kong alla Cina. La restituzione avvenne il primo luglio 1997 e venne preceduta da una forte emigrazione da quella regione verso il Regno Unito, gli Stati Uniti e altri paesi anglofoni. Il 4 aprile 1990 la Legge fondamentale di Hong Kong, redatta sul modello della Common Law britannica e tuttora in vigore, era stata approvata come costituzione di fatto della regione.

Il ritorno di Hong Kong alla Cina, all'insegna del principio "un paese, due sistemi", avvenne con la promessa che l'ex colonia britannica avrebbe goduto di 50 anni di elevata autonomia amministrativa e che fosse garantito il sistema di diritto costituzionale e di libertà civili mutuato dal Regno Unito. Tale principio è stato però forzato dal repentino processo di accentramento politico intrapreso negli ultimi anni da Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista dal 2012 e presidente della Cina dal 2013, sino al punto di rottura rappresentato a Hong Kong dalle proteste del 2014 e da quelle, ancora più massicce, in corso dallo scorso giugno. La tenuta della formula "un paese, due sistemi", che detta la convivenza tra la Cina continentale e le ex colonie di Hong Kong e Macao, è figurata in cima alle priorità espresse dalla leadership di Pechino in occasione del 70mo anniversario della Repubblica Popolare, celebrato il primo ottobre scorso.

L'integrità territoriale e istituzionale, caposaldo degli Stati nella loro accezione contemporanea, è simbolicamente minacciata dai manifestanti antigovernativi che da mesi paralizzano Hong Kong: l'ex colonia britannica ha ormai perduto la propria centralità come motore della crescita economica cinese, ma resta un centro finanziario di livello globale e una finestra ancora fondamentale per garantire la sopravvivenza del rigido sistema cinese in un mondo sempre più aperto e globale. Il presidente Xi ha fatto apertamente riferimento alla tutela del principio "un paese, due sistemi" il primo ottobre, durante il discorso rivolto al paese da Piazza Tiananmen, durato circa dieci minuti. "Dobbiamo insistere sulla strada della riunione pacifica e sul principio 'un paese, due sistemi', ha detto il leader cinese. "Dobbiamo mantenere la stabilità ad Hong Kong e Macao. Dobbiamo spingere lo sviluppo pacifico delle relazione attraverso lo Stretto, e lavorare duramente per giungere infine all'unificazione della nostra nazione", ha aggiunto Xi, senza fare esplicito riferimento a Taiwan. (Cip)
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