IRAQ
 
Iraq: forze politiche divise sulla presenza militare statunitense
 
 
Baghdad, 17 gen 18:28 - (Agenzia Nova) - Dopo il raid aereo che la notte del 3 gennaio ha provocato l’uccisione a Baghdad del generale iraniano Qasem Soleimani, comandante della Forza Qods dei Guardiani della rivoluzione islamica, e del leader delle Brigate Hezbollah Abu Mahdi al Muhandis, numero due delle Unità di mobilitazione popolare (Pmu), in Iraq si è consolidato il fronte che già da mesi chiedeva l’espulsione delle forze statunitensi dal territorio nazionale. Domenica 5 gennaio, due giorni dopo l’attacco, la Camera dei rappresentanti ha votato una risoluzione non vincolante che impegna il governo del premier dimissionario Adel Abdul Mahdi ad annullare gli accordi che forniscono la base legale per la presenza militare degli Stati Uniti e degli altri paesi membri della Coalizione internazionale contro lo Stato islamico in Iraq. Dopo aver votato, i deputati hanno intonato il coro “Sì, sì, Iraq! Fuori, fuori l’America! Sì, sì, Soleimani! Sì, sì, Muhandis!”.

La sessione è stata tuttavia boicottata dalle forze politiche sunnite e curde. Secondo alcune fonti, inoltre, anche il fronte sciita non era compatto a favore della risoluzione, al punto che molti deputati sono stati convinti solo all’ultimo a partecipare alla sessione perché si raggiungesse il quorum necessario per la validità del voto. Cinque giorni dopo, il 10 gennaio, Abdul Mahdi ha chiesto formalmente al segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, di preparare un piano per il ritiro dei circa 5.200 militari statunitensi attualmente di stanza in Iraq. La richiesta è partita dopo che due basi aeree irachene che ospitano militari Usa, Ayn al Asad nel governatorato di Anbar e Harir nel Kurdistan iracheno, sono state attaccate da missili balistici dell’Iran in risposta all’uccisione di Soleimani. Quello che Abdul Mahdi si è tuttavia visto opporre è stato un fermo diniego: “La missione degli Stati Uniti in Iraq è di addestrare le forze locali a combattere lo Stato islamico. Continueremo a farlo”, ha chiarito Pompeo.

Di più, il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato di varare sanzioni nei confronti dell’Iraq nel caso in cui il governo di Baghdad dovesse andare allo scontro. Tra le misure prese in considerazione, secondo quanto fatto trapelare dalla stampa statunitense, vi sarebbe il blocco dell’accesso a un conto della Banca centrale irachena presso la Federal Reserve aperto nel 2003, dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, nel quale sono depositati i proventi delle esportazioni petrolifere irachene. Attualmente nel conto vi sarebbero circa 35 miliardi di dollari. Le sanzioni statunitensi, per un paese che conta sulle entrate petrolifere per il 90 per cento del suo bilancio nazionale, rischiano di portare al collasso l’economia. Tale prospettiva ha acuito le divisioni tra le forze politiche irachene in merito all’espulsione delle forze statunitensi dal paese.

Il leader sunnita iracheno Osama al Nujaifi, ex vicepresidente della Repubblica, ha incontrato ieri l’ambasciatore degli Stati Uniti a Baghdad, Matthew Tueller, al quale ha parlato della risoluzione del parlamento come di una “mossa unilaterale, illegale e sbagliata”. Ieri ha rinnovato la sua contrarietà all’espulsione delle forze straniere dal territorio nazionale, atto che considera “una violazione legale, un atto unilaterale che rischia seriamente di spaccare l’unità nazionale”. Il governo regionale curdo, a Erbil, ha deciso di mantenere una posizione neutrale per proteggere le sue relazioni sia con Washington che con Baghdad. Sul terreno, tuttavia, la posizione pare assai più decisa: al portale “Kurdistan 24” esponenti della comunità curda a Kirkuk (città oggetto di una disputa tra autorità regionali e federali) hanno fatto sapere di considerare l’espulsione delle forze statunitensi “un disastro” di cui trarrebbe vantaggio lo Stato islamico.

Le divergenze arrivano anche ai piani istituzionali. Secondo una fonte della presidenza citata dal quotidiano “al Arabi al Jadeed”, il presidente Barham Salih, il premier Adel Abdul Mahdi e il presidente del parlamento Mohammed al Halbusi, riunitisi martedì 14 gennaio per un vertice sul dossier, sono del tutto divisi sulla questione: Abdul Mahdi, da sempre vicino all’Iran ed ex leader del Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq (Sciri), insiste sull’espulsione delle forze Usa. Salih e Halbusi sono contrari, sostenendo che tale mossa provocherebbe più problemi di quanti non ne chiuderebbe. Secondo la stessa fonte, “l’amministrazione Trump è pienamente consapevole che il presidente della Repubblica e il presidente della Camera dei rappresentanti respingono la risoluzione del 5 gennaio. I due sono stati costantemente in contatto con alti funzionari statunitensi. Sunniti e curdi temono che il ritiro delle forze statunitensi porterebbe l’Iran e le sue milizie ad aumentare enormemente la propria influenza sull’Iraq, cosa che comprometterebbe il fragile equilibrio sul quale attualmente si regge il paese".

Dall’altra parte, sul fronte sciita, i principali leader politici iracheni stanno cercando di mettere da parte le annose questioni in sospeso e di unire le forze. Il processo di riavvicinamento riguarda in particolare Moqtada al Sadr, capo dell’Esercito del Mahdi e del blocco politico Al Sairoon, e Hadi al Ameri, capo dell’Organizzazione Badr e dell’alleanza politica Fatah, oltre che nuovo leader “de facto” delle Pmu in sostituzione di Abu Mahdi al Mohandis. Secondo un’approfondita ricostruzione del portale “Middle East Eye”, l’Iran avrebbe affidato al segretario generale del movimento sciita libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, il compito di controllare e organizzare temporaneamente l’universo delle milizie paramilitari irachene appoggiate dai Guardiani della rivoluzione islamica dopo la morte di Soleimani.

Molti leader sciiti iracheni hanno trascorso l’ultima settimana tra Beirut, Teheran e la città sacra iraniana di Qom, dove vi è stato un incontro con Al Sadr. Quest’ultimo, data la sua opposizione al governo di Abdul Mahdi e la sua decisione di cavalcare le proteste antigovernative che hanno spinto il premier alle dimissioni a novembre, era entrato negli ultimi mesi in rotta di collisione con l’Iran e con i suoi alleati in Iraq, fra i quali Ameri. Secondo le fonti di “Middle East Eye”, l’incontro di Qom è servito per riportare Moqtada al Sadr nell’alveo delle fazioni filo-iraniane, ma soprattutto per “preparare il terreno alla creazione di un fronte unito di resistenza con l’obiettivo di espellere le forze statunitensi e straniere dall’Iraq”.

La presenza di un obiettivo condiviso è infatti essenziale per riunificare, come al tempo dell’offensiva contro lo Stato islamico, le tre principali fazioni delle Unità di mobilitazione popolare: quella maggiore, allineata ai Guardiani della rivoluzione islamica dell’Iran; quella guidata da Sadr e quella legata all’ayatollah Ali al Sistani, massima autorità dell’Islam sciita iracheno. Quest’ultimo appare oggi il più freddo rispetto alla necessità di espellere le forze Usa dall’Iraq: in un sermone tenuto la scorsa settimana, l’ayatollah ha descritto sia l’Iran che gli Stati Uniti come “stranieri” che “non dovrebbero interferire negli affari interni iracheni”. (Irb)
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