INDIA
 
India: cittadinanza, proteste per la riforma che prevede distinzioni su base religiosa
 
 
Nuova Delhi, 12 dic 2019 14:02 - (Agenzia Nova) - Il parlamento indiano ha approvato un controverso disegno di riforma della legge sulla cittadinanza del 1955: il Citizenship (Amendment) Bill, detto Cab. Il testo è stato approvato ieri dal Consiglio degli Stati, la camera alta, dopo essere già passato in quella bassa, la Camera del popolo. Si tratta di un progetto normativo di iniziativa governativa: il Partito del popolo indiano (Bjp) alla guida del governo lo aveva già presentato nel 2016 e, dopo un lungo iter, era riuscito a farlo approvare alla Camera del popolo a gennaio; a maggio, con la fine della legislatura, il processo si è interrotto. Il secondo esecutivo guidato da Narendra Modi lo ha quindi ripreso, inserendolo tra le sue priorità. Questa volta il Cab, presentato dal ministro dell’Interno Amit Shah, è passato in entrambi i rami del parlamento: molto agevolmente alla Camera del popolo, con 311 voti favorevoli e 80 contrari, meno al Consiglio degli Stati, con 125 voti a favore e 105 contro.

Il Citizenship (Amendment) Bill prevede la concessione della cittadinanza a induisti, giainisti, cristiani, sikh, buddisti e parsi scampati a persecuzioni religiose in Bangladesh, Pakistan e Afghanistan: per i membri di quelle comunità perseguitate entrati illegalmente in India prima del 31 dicembre 2014 viene prevista la naturalizzazione dopo sei anni di residenza invece degli undici finora necessari. Il riferimento esplicito alle sei confessioni religiose, con l’esclusione dell’Islam, è il nodo della controversia. Il principale partito di opposizione, il Congresso nazionale indiano (Inc), ha duramente avversato il disegno di legge. Il leader del Congresso al Consiglio degli Stati, Anand Sharma, nel dibattito in aula, lo ha definito “un attacco alle fondamenta stesse della Costituzione indiana”. Un’altra figura di spicco del partito, l’ex presidente Rahul Gandhi, ha dichiarato via Twitter che “il Cab è il tentativo del governo Modi-Shah di attuare una pulizia etnica nel Nord-est. È un attacco criminale al Nord-est, al suo modo di vivere e all’idea di India”.

Alla contestazione in parlamento si è aggiunta quella sul territorio, in particolare nell’Assam, come era già avvenuto a gennaio, quando il Cab fu approvato la prima volta alla Camera del popolo: all’epoca l’unione studentesca All Assam Students Union (Aaasu) mobilitò i manifestanti e indisse una serrata e l’Asom Gana Parishad (Agp), uno degli alleati regionali dell’Alleanza democratica nazionale (Nda) guidata dal Partito del popolo di Modi, ruppe la partnership e convocò i rappresentanti di altri partiti degli Stati nord-orientali per coordinare le loro iniziative di protesta. Anche oggi l’Assam protesta: migliaia di persone sono scese in piazza a Guwahati, sfidando il coprifuoco imposto a tempo indefinito; le connessioni mobili a internet sono bloccate in dieci distretti; numerosi voli da e per Dibrugarh sono stati cancellati; l’Esercito è schierato con cinque unità di circa 70 militari ciascuna.

L’Assam teme che venga di fatto reso nullo l’Accordo dell’Assam del 1985, che prevede l’espulsione dei migranti irregolari, senza distinzioni di religione, entrati nello Stato dopo il marzo del 1971, e difende le tutele garantite al suo popolo: la Clausola 6 dell’Accordo, infatti, prevede “salvaguardie costituzionali, legislative e amministrative, a seconda dei casi, per proteggere, preservare e promuovere l’identità e il patrimonio culturale, sociale e linguistico del popolo assamese”. Modi è intervenuto personalmente per offrire rassicurazioni: “Voglio assicurare ai miei fratelli e alle mie sorelle dell’Assam che non hanno niente di cui preoccuparsi per l’approvazione del Cab. Voglio garantire loro questo: nessuno può portarvi via i vostri diritti, la vostra identità unica e la vostra bella cultura”, ha dichiarato questa mattina via Twitter, concetto ribadito più tardi in un comizio elettorale nel Jharkhand.

Quella dell’Assam non è una posizione isolata nel Nord-est, regione che comprende anche l’Arunachal Pradesh, il Manipur, il Megalaya, il Mizoram, il Nagaland, il Sikkim e il Tripura. Stando all’ultimo censimento, del 2011, negli otto Stati l’induismo è la religione maggioritaria tra la popolazione (oltre il 54 per cento) e l’Islam è una cospicua minoranza (25 per cento); segue il cristianesimo (17 per cento), che in alcuni degli Stati è al primo posto; il buddismo è poco al di sopra dell’uno per cento (1,37 per cento circa) mentre il gianismo e il sikhismo sono nettamente al di sotto (0,07 per cento circa). Nella regione, attraversata dall’antichità da continui flussi migratori (dal Tibet, dalla Pianura indo-gangetica, dall’Himalaya e dagli attuali Bangladesh e Myanmar), vivono oltre 220 gruppi etnici e altrettanti sono i dialetti e le lingue, delle quali la più parlata è il bodo, di origine tibeto-birmana.

I beneficiari della riforma della legge sulla cittadinanza dovrebbero essere oltre 31 mila immigrati provenienti dal Pakistan, dall’Afghanistan e dal Bangladesh, per la maggioranza induisti (più di 25 mila) e sikh (più di cinquemila). L’impatto, dunque, sembrerebbe circoscritto. La questione di principio, però, è rilevante. Tecnicamente il disegno di legge approvato, in un paese che ha una Costituzione laica e su una materia delicata come quella della cittadinanza, prevede un trattamento differenziato per persone appartenenti ad alcune religioni, introducendo un’eccezione su base religiosa per uscire dallo stato di illegalità e ottenere la cittadinanza. Il Cab potrebbe costituire un precedente significativo.

Per il relatore del disegno, il ministro dell’Interno Shah, invece, l’iniziativa legislativa non è contro alcuna minoranza e se i musulmani non sono stati inclusi è solo perché non sono stati vittime di persecuzioni in quei paesi, che sono tutti a maggioranza islamica. La Lega musulmana dell’Unione Indiana (Iuml), un partito del Kerala che ha subito annunciato un ricorso alla Corte suprema contro il Citizenship (Amendment) Bill, ha ricordato, tuttavia, che anche gli esponenti di minoranze dell’Islam, come gli sciiti, i seguaci del movimento Ahmadiyya e il gruppo etnico hazara, hanno subito persecuzioni nei tre paesi citati.

Un’altra minoranza musulmana, invece, è stata perseguitata in Myanmar: quella dei rohingya. Circa 40 mila di loro si sono stabiliti illegalmente in India secondo le stime delle agenzie di intelligence indiane e nei loro confronti Nuova Delhi ha adottato la linea dura. L’anno scorso sono state effettuate le prime espulsioni, approvate dalla Corte suprema, e gli espulsi sono stati consegnati alle autorità birmane. L’India non è firmataria della Convenzione delle Nazioni Unite per i rifugiati del 1951 e l’esecutivo è contrario a concedere lo status di rifugiato ai migranti della minoranza musulmana birmana, che considera una minaccia per la sicurezza, come ha spiegato in una dichiarazione giurata alla Corte.

Sia Modi che Shah assicurano che il governo è impegnato a proteggere i diritti di tutti e che l’unica religione seguita dall’esecutivo è la Costituzione. Il premier fa continuamente appello all’unità del paese nella diversità e rivendica un’azione di governo unificante per costruire una “nuova India”. A suo parere quella appena approvata è una legge storica e chi la critica usa gli stessi argomenti del Pakistan. Il ministro dell’Interno ha assicurato che il progetto di legge non ha finalità politiche, ma il solo obiettivo di garantire i diritti civili a coloro ai quali sono stati a lungo negati e che non viola il principio costituzionale di uguaglianza.

Il Cab, tuttavia, si aggiunge ad altre iniziative che scontentano la cospicua minoranza islamica, in un’India governata da una forza nazionalista induista. In sei mesi il governo Modi bis è riuscito a far approvare la legge che vieta il ripudio islamico istantaneo e, soprattutto, ha impresso una svolta storica nel Jammu e Kashmir, l’unico a maggioranza islamica, prima privandolo dell’autonomia speciale e poi declassandolo da Stato a Territorio dell’Unione. Modi, inoltre, ha incassato con soddisfazione la sentenza della Corte suprema, confermata oggi, che ha messo fine alla disputa di Ayodhya tra induisti e musulmani, consentendo la costruzione di un tempio a Rama laddove sorgeva una moschea, progetto per il quale il Bjp nel programma elettorale aveva promesso tutto il suo impegno.

Shah, stratega del Bjp, ha espresso fiducia nel superamento dell’esame di costituzionalità. Per ora la questione della legittimità costituzionale è stata sollevata dalla Lega musulmana dell’Unione Indiana sulla base dell’Articolo 14 della Costituzione, che stabilisce l’uguaglianza di fronte alla legge. La Lega ha chiesto anche che la Corte suprema intervenga con urgenza per sospendere l’atto legislativo. Altre petizioni potrebbero seguire. Manish Tewari, dirigente del Congresso e avvocato, ha definito il Cab “completamente incostituzionale” e si è detto certo che la battaglia giudiziaria andrà avanti. (Inn)
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