MEDIO ORIENTE
 
Medio Oriente: le conseguenze politiche della morte del ministro palestinese Abu Ein
 
 
Il Cairo, 12 dic 2014 19:14 - (Agenzia Nova) - La morte di Ziad Abu Ein, ministro senza portafogli dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), rischia di avere importanti ripercussioni sullo scenario politico locale e, di conseguenza, sul futuro dei colloqui tra israeliani e palestinesi. Il funzionario è rimasto ucciso a seguito di un alterco con militari israeliani durante una marcia di protesta contro gli insediamenti in Cisgiordania cui partecipavano circa 300 militanti palestinesi. Secondo l’agenzia di stampa "Ma'an", il ministro palestinese sarebbe stato colpito al torace dai soldati israeliani, circostanza che sarebbe confermata da alcuni video pubblicati sul web.

Le Forze di difesa israeliane (Idf) sostengono invece che non vi sia stato alcuno scontro fisico e che la morte di Abu Ein sia stata causata da un attacco di cuore. Il funzionario di Ramallah è deceduto in ogni caso in ospedale alcune ore dopo gli scontri, alimentando le già forti e crescenti tensioni tra le parti. Mentre infatti continuano i frequenti scontri e attacchi (l’ultimo, questa mattina, con un militante del Jihad islamico che ha versato dell’acido su una famiglia di israeliani in Cisgiordania), sul piano politico la dirigenza palestinese ha iniziato a dare attuazione alle misure di ritorsione contro il governo israeliano.

Così, il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat ha annunciato questo pomeriggio in un’intervista per “Ma’an” che l’Autorità palestinese limiterà ulteriormente le relazioni con Israele e interromperà il coordinamento in materia di sicurezza con le autorità di Tel Aviv. Uno sviluppo che, in un periodo di forti tensioni, non può che destare preoccupazione anche a Tel Aviv. Non a caso ieri il generale israeliano Nimrod Shefer aveva esortato l’Anp a non interrompere la cooperazione di sicurezza, dichiarando che “nessuno dovrebbe morire durante una manifestazione” e che le Idf avrebbero continuato a “indagare sulla morte di Abu Ein”.

Parole che, tuttavia, non sembrano aver convinto i dirigenti palestinesi a cambiare idea. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu "vuole un'Autorità palestinese senza autorità e un'occupazione senza costi", ha rilanciato anzi Erekat, ribadendo inoltre che Ramallah proporrà al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione che riaffermi la legittimità dei confini precedenti il 1967 e stabilisca un'agenda per il ritiro degli israeliani. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha aggiunto inoltre Erekat, ha indirizzato una lettera al segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, per invitarlo ad attuare "un meccanismo che protegga il popolo palestinese".

A ben vedere, l’arma del coordinamento in materia di sicurezza è la più efficace a disposizione di Abbas nel confronto con il governo israeliano. La morte di Abu Ein ha dato al leader palestinese la possibilità di utilizzarlo, mostrando come l’incidente avvenuto in settimana rischi di dare maggiore peso politico alle rivendicazioni di Ramallah in un momento di grande difficoltà. Il coordinamento di sicurezza fa parte degli accordi di Oslo ed è stato ritenuto per anni dai palestinesi uno strumento necessario ad arrivare all’indipendenza dello Stato palestinese. E la sua sospensione, in questo senso, è piuttosto indicativa dell’attuale fiducia della dirigenza di Ramallah su una soluzione negoziale.

In questo contesto, l’ulteriore richiesta di una risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu può essere un azzardo per Abbas. Per far passare delle Nazioni Unite le proprie rivendicazioni occorrerà evitare il potere di veto degli Stati Uniti, la cui posizione sulla vicenda è ancora tutta da decifrare. Se da un lato, come fa notare il quotidiano israeliano “Haaretz”, Washington potrebbe stavolta decidere di appoggiare i palestinesi per salvaguardare la cooperazione con i paesi arabi che fanno parte della coalizione contro lo Stato islamico, dall’altro l’interruzione della cooperazione sulla sicurezza rischia di dare agli Stati Uniti una ragione per bocciare la risoluzione.

In ogni caso, la mossa palestinese alle Nazioni Unite provoca più di un grattacapo a Israele, che continua a guardare con grande timore a una possibile risoluzione del Consiglio di sicurezza. Soprattutto perché questi sviluppi arrivano mentre il paese si accinge a tornare al voto, in programma il prossimo 17 marzo. Netanyahu ha scommesso tutto sulla propria rielezione, facendo fuori i leader centristi Yair Lapid e Tzipi Livni (e consegnandoli probabilmente alla sinistra laburista), forte in particolare dei sondaggi favorevoli.

Una gestione sbagliata del dossier palestinese, tuttavia, potrebbe danneggiare gravemente la sua immagine e rimescolare le carte in tavola. Soprattutto se, come appare sempre più possibile, il fronte dell’opposizione di centro-sinistra riuscirà a rendersi coeso su queste tematiche. Il partito Hatnua della Livni ha già annunciato l’alleanza con i laburisti di Isaac Herzog, a formare una lista che potrebbe risultare fortemente competitiva a fronte dell’alleanza tra Netanyahu e l’estremista Naftali Bennett, leader della destra religiosa di Habayit Hayehudi. Resta l’incognita sul futuro di Lapid, che va d’accordo con la Livni ma molto meno con Herzog. La sua posizione potrebbe essere il vero ago della bilancia in occasione delle politiche israeliane. (Gmr)
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