CINA
 
Cina: la stretta al credito fa aumentare i default sul debito aziendale
 
 
Pechino, 22 giu 2018 04:54 - (Agenzia Nova) - I default sul debito aziendale in Cina sono in aumento, e iniziano a interessare le obbligazioni denominate in valuta straniera, acquistate perlopiù da investitori stranieri. Lo riferisce il quotidiano “Nikkei”, che presenta una serie di dati elaborati da Shanghai Dzh e altre fonti cinesi: nei primi sei mesi del 2018 ben 3,19 miliardi di dollari di obbligazioni aziendali denominate in yuan sono risultate insolute, un aumento del 40 per cento rispetto allo stesso periodo del 2017. Tale aumento è un effetto della campagna di “deleveraging” e di contenimento del sistema bancario ombra avviata dal governo cinese, che ha ridotto la liquidità in circolazione nel sistema.

Cefc Shanghai International Group, che ha mancato il pagamento di un bond da 2,1 miliardi di yuan il mese scorso, farà quasi certamente altrettanto con obbligazioni per altri 2 miliardi di yuan in scadenza alla fine di giugno, portando così il totale semestrale del debito aziendale cinese insoluto a 3,8 miliardi di dollari. Il totale per il 2018, scrive “Nikkei”, potrebbe superare il record del 2016. Il governo del presidente cinese Xi Jinping ha tollerato un aumento dell’indebitamento aziendale sino al Congresso nazionale del partito comunista, lo scorso ottobre, per preservare la stabilità dell’economia. Da allora, Pechino si è mossa per evitare un “surriscaldamento”, esercitando pressioni sulle banche affinché limitino la concessione di credito ad aziende e imprese fallimentari. Il governo cinese ha pubblicato ad aprile la bozza di nuovi regolamenti tesi a contenere il cosiddetto “shadow banking”.

Il rallentamento della crescita di consumi e investimenti registrato in Cina nel mese di maggio riflette proprio il contrasto più rigido delle autorità governative al sistema bancario ombra, che si è riflesso in una riduzione dell’emissione di credito e un conseguente rallentamento dello sviluppo infrastrutturale. Il rallentamento della crescita degli investimenti in asset fissi registrato nei primi cinque mesi del 2018 è quasi interamente riconducibile al calo della spesa per infrastrutture come strade e aeroporti: “Per molti anni, la voce relativa alle infrastrutture è cresciuta a ritmi del 20 per cento”, ha commentato ieri Mao Shengyong, dell’Ente nazionale di statistica cinese. Oggi “la domanda di infrastrutture è in flessione”. Anche i consumi esibiscono un raffreddamento, causato perlopiù dal mercato delle automobili, che a maggio ha segnato un calo su base annua.

La Banca centrale cinese si è astenuta dall’aumentare immediatamente il costo del credito, in risposta all’aumento dei tassi di riferimento annunciato questa settimana dalla Federal Reserve statunitense (Fed). L’attendismo della Banca centrale, sottolinea “Bloomberg”, coincide con la pubblicazione dei dati macroeconomici relativi al mese di maggio, che evidenziano segnali di rallentamento della locomotiva cinese. La produzione industriale cinese è cresciuta il mese scorso del 6,8 per cento, due decimi di punto in meno rispetto al dato di aprile e alle proiezioni formulate dagli economisti consultati da “Bloomberg”. Le vendite al dettaglio sono aumentate dell’8,5 per cento su base annua, contro una previsione del 9,6 per cento.

Gli investimenti in capitale fisso sono cresciuti del 6,1 per cento su base annua nei primi cinque mesi dell’anno, contro il 7 per cento pronosticato dagli economisti: si tratta del dato più deludente registrato in Cina dal 1999. Per quanto riguarda la disoccupazione urbana, infine, i dati ufficiali segnalano un calo di un decimo di punto, dal 4,9 al 4,8 per cento. La brusca decelerazione della concessione del credito e il rischio di un aumento delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti contribuiscono a rannuvolare le prospettive per le aziende cinesi. La banca popolare cinese potrebbe ancora seguire la Fed nell’aumento dei tassi di riferimento, ma la sua esitazione è stata interpretata dagli economisti come un segnale di preoccupazione per l’economia, specie nel contesto di irrigidimento regolatorio contro i rischi sistemici connessi all’eccessiva concessione del credito.

L’ultimo rapporto dell’Accademia cinese di scienze sociali (Cass), ripreso dal quotidiano “People Daily”, prevede per il 2018 una crescita annua del prodotto interno lordo (Pil) cinese nell’ordine del 6,7 per cento. Il rapporto, pubblicato il mese scorso, afferma che l’andamento dell’economia cinese rimarrà stabile, con un tasso di crescita relativamente elevato, una progressiva ottimizzazione della struttura economica e un aumento dell’occupazione. Secondo lo studio, i servizi aumenteranno il loro contributo percentuale all’economia, e il paese potrà contare su un aumento costante dei consumi, una bilancia commerciale saldamente in attivo e un aumento dei redditi delle famiglie. Il rapporto attribuisce anche a Pechino una maggiore resistenza agli shock esterni grazie alla progressiva transizione verso uno sviluppo qualitativo, e alla maturazione della regolamentazione economica. Il rapporto della Cass prevede che in una situazione di stabilità del cambio tra dollaro e yuan le esportazioni cinesi denominate in dollari cresceranno quest’anno del 9,5 per cento, a circa 2,500 miliardi di dollari.

Wang Tao, capo economista ad Hong Kong per Ubs Group Ag, ha scritto in un recente rapporto che la società “non prevede che le principali divergenze caratterizzanti i rapporti commerciali tra Usa e Cina verranno interamente risolte”. Secondo Wang, “le persistenti tensioni e l’incertezza eserciteranno probabilmente un impatto negativo sugli ordinativi dell’export cinese e i relativi investimenti aziendali”. Frattanto, le autorità cinesi hanno sottolineato che ad aprile l’attivo commerciale nei confronti degli Usa ha segnato un ulteriore aumento: 22,19 miliardi di dollari nel mese di aprile, contro i 15,43 del mese di marzo. Il surplus commerciale cinese nei confronti degli Usa si è attestato nel primo trimestre del 2018 a 80,4 miliardi di dollari.

Il governo cinese è pronto ad adottare sgravi fiscali per un importo annuo pari a 460 miliardi di yuan (circa 72,2 miliardi di dollari), per compensare i danni causati dai nuovi dazi statunitensi alle aziende cinesi, specie quelle operanti nei settori manifatturiero e tecnologico. L’imposta sul valore aggiunto dei beni di consumo è stata abbassata questo mese dal 17 al 16 per cento, e dall’11 al 10 per trasporti, logistica e servizi nel settore delle costruzioni. L’aliquota per i servizi finanziari e al consumo, invece, per ora resta invariata al 6 per cento. Quest’intervento, da solo, dovrebbe tradursi in un risparmio di 100 miliardi di yuan per le aziende del manifatturiero, con benefici particolarmente consistenti per i comparti dell’automotive e dell’elettronica, stando alle stime pubblicate da Zhongtai Securities.

Alla fine del mese di aprile Pechino ha anche deciso di espandere i criteri per godere dell’aliquota preferenziale del 3 per cento, applicata a piccole imprese e startup. Le aziende tecnologiche, in particolare, saranno beneficiarie di misure di stimolo ancor più consistenti: verranno rimborsate di qualsiasi contributo fiscale in eccesso già versato, a patto di reinvestirlo in ricerca, sviluppo e capitale fisso. Le aziende del settore potranno inoltre rinviare la contabilizzazione delle perdite di capitale per 10 anni, anziché gli attuali cinque, ottenendo così ulteriori margini di manovra. Una fonte del Consiglio di Stato cinese ha negato che questi interventi siano “misure ad hoc” adottate in risposta all’offensiva commerciale statunitense; il fatto che tali misure si concentrino proprio sul settore tecnologico, però, spinge a pensare altrimenti. (Cip)
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