HONG KONG

 
 

Hong Kong: la Polizia ha arrestato 58 persone nell'ultimo fine settimana

Pechino, 03 dic 2019 05:41 - (Agenzia Nova) - La polizia di Hong Kong ha arrestato 58 persone nell'ultimo fine settimana di proteste, seguita a una breve parentesi di relativa calma in occasione delle elezioni locali in città. "Credo che la maggior parte dei cittadini di Hong Kong sia turbata dal fatto che la violenza sia tornata di nuovo", ha detto ieri pomeriggio il sovrintendente capo del Police Public Relations Branch (Pprb), Kwok Ka-chuen. "Molteplici distretti a Kowloon sono precipitati nel caos durante il fine settimana, quando i manifestanti hanno dirottato eventi di ordine pubblico e fatto ricorso alla costruzione di barricate sulle strade, incendi e atti vandalici ai danni di strutture pubbliche", ha spiegato Kwok. Il sovrintendente ha aggiunto che i manifestanti hanno preso d'assalto e distrutto negozi e ristoranti nell'area di Whampoa, e hanno causato ingenti danni alle stazioni della metropolitana e alle strutture di trasporto. Alcuni hanno anche lanciato mattoni e bombe molotov contro agenti di polizia e veicoli colpendo un ufficiale.

"Domenica, durante un'assemblea a Tsim Sha Tsui, un gran numero di manifestanti si è recato alla circonvallazione di Hung Hom dove ha lanciato mattoni e bottiglie di vetro verso gli ufficiali di polizia. Dopo ripetuti avvertimenti gli agenti di polizia non hanno avuto altra scelta che usare gas lacrimogeni per disperdere la folla", ha affermato Kwok, che ha ribadito che gli agenti di polizia sono in modalità "reattiva" e se i manifestanti non commettono azioni pericolose non c'è motivo per gli agenti di rispondere con la forza. Secondo i resoconti della polizia, da venerdì sono stati arrestati 48 uomini e dieci donne di età compresa tra i 14 e i 36 anni per reati tra cui l'assemblea illegale, il possesso di armi e danni penali. Le ultime operazioni della polizia di Hong Kong hanno portato il numero totale di persone arrestate da giugno a 5.947. Tre agenti di polizia sono rimasti feriti durante gli scontri dello scorso fine settimana.

Il presidente del Politecnico di Hong Kong (PolyU), Teng Jin-Guang, ha dichiarato nel corso del fine settimana che il campus è stato gravemente danneggiato durante le settimane di occupazione da parte dei manifestanti antigovernativi, e il conseguente assedio montato al complesso universitario dalle forze dell'ordine. Saranno necessari dai cinque ai sei mesi per eseguire tutti i lavori di riparazione, ha dichiarato Teng dopo aver ispezionato l'università occupata per circa due settimane. Secondo il presidente dell'ateneo sono stati arrecati gravi danni a edifici, strutture e laboratori. "Delle circa 1.100 persone che hanno lasciato il campus, oltre 300 erano studenti delle scuole superiori e 46 erano studenti PolyU", secondo Teng. Negli ultimi due giorni di operazioni di bonifica, la polizia ha sequestrato 3.989 bombe molotov, 1.339 esplosivi e inneschi artigianali, 601 bottiglie di liquidi corrosivi e 573 armi improvvisate. "Nelle ultime due settimane, abbiamo dovuto sospendere le lezioni e le operazioni del campus. Ciò ha avuto un effetto devastante sulle attività di insegnamento e ricerca dell'università", ha detto Teng. "Inizieremo immediatamente il nostro lavoro per valutare la sicurezza del campus", ha detto il presidente.

Nella giornata di venerdì 29 novembre, la Polizia di Hong Kong ha annunciato di aver sequestrato 3.801 bombe molotov e molti altri oggetti pericolosi e armi offensive all'interno del Politecnico di Hong Kong (PolyU), teatro nei giorni scorsi di un vero e proprio assedio tra manifestanti anti-governativi, asserragliati nel campus, e forze dell'ordine. Durante un briefing con i media per illustrare l'esito delle perquisizioni, l'assistente Commissario di polizia, Chow Yat-ming, ha affermato che gli agenti della polizia e dei vigili del fuoco sono stati divisi in diversi gruppi per ispezionare tutti gli edifici all'interno del campus, e rimuovere e mettere in sicurezza tutti gli oggetti pericolosi e le armi offensive, oltre a raccogliere prove sulla scena del crimine. "Dopo oltre dieci giorni di occupazione da parte dei manifestanti radicali, il campus è stato gravemente danneggiato, con un gran numero di bombe molotov, bombole di gas e agenti corrosivi esposti a lungo alla luce del sole, il che ha rappresentato una grave minaccia per tutto il personale sulla scena", ha sottolineato Chow.

Fermare la violenza e ripristinare l'ordine è il compito fondamentale di Hong Kong al momento. Lo ha dichiarato martedì il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, in richiesta a un commento sui risultati delle elezioni del consiglio distrettuale nell'ex colonia britannica. Anche il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, è intervenuto sulla questione: "Hong Kong è parte integrante della Cina qualunque cosa accada". I risultati delle elezioni di domenica hanno inviato al governo sostenuto da Pechino un chiaro messaggio di sostegno pubblico alle richieste di un movimento di protesta che sta interessando la regione amministrativa speciale da diversi mesi. "Aspettiamo il risultato finale. Tuttavia, è chiaro che qualunque cosa accada, Hong Kong è una parte della Cina ed è una regione amministrativa speciale della Cina", ha detto Wang ai giornalisti dopo un incontro con il primo ministro giapponese Shinzo Abe a Tokyo.

Le proteste in corso ad Hong Kong sono iniziate a marzo 2019 in seguito alla presentazione nel Consiglio legislativo di un controverso disegno di legge sulle estradizioni, e si sono intensificate a partire da giugno. In risposta alle contestazioni l'amministrazione lo ha in un primo tempo accantonato e poi, all'inizio di settembre, lo ha ritirato. Nel frattempo, tuttavia, la mobilitazione ha individuato anche altri obiettivi e richieste. Oltre al ritiro del disegno di legge, gli oppositori chiedono le dimissioni di Lam; l'introduzione del suffragio universale a Hong Kong; la fine del trattamento dei manifestanti alla stregua di sovversivi; l'istituzione di una commissione indipendente che indaghi sulle accuse di abuso della forza da parte della polizia durante le manifestazioni dei mesi scorsi. La regione di Hong Kong, parte dell'Impero cinese sino al 1842, venne ceduta quell'anno dalla dinastia Qin all'Impero Britannico, al termine della Prima guerra dell'oppio. Hong Kong divenne allora una colonia della corona britannica; nel 1860, al termine della Seconda guerra dell'oppio, il Regno Unito incorporò alla colonia anche Kowloon, e ottenne i Nuovi Territori in leasing per 99 anni. Dopo una parentesi di occupazione giapponese, tra il 1941 e il 1945, Hong Kong tornò sotto il dominio britannico. Negli anni successivi la colonia vide crescere drammaticamente la propria popolazione, anche per effetto dell'immigrazione di rifugiati dalla Cina continentale, in particolare durante la Guerra di Corea e il grande balzo in avanti voluto da Mao Zedong.

Nel 1950, Hong Kong si affermò come centro industriale e manifatturiero: una parentesi da cui la regione retrocedette dopo l'apertura dell'economia cinese di Deng Xiaoping, che alimentò un rientro di industriali cinesi nella Cina continentale. Fu in quegli anni che Hong Kong iniziò a svilupparsi come centro commerciale e finanziario. Nel 1984, l'allora premier britannica Margaret Thatcher firmò la Dichiarazione congiunta sino-britannica, che gettò le basi per la restituzione di Hong Kong alla Cina. La restituzione avvenne il primo luglio 1997 e venne preceduta da una forte emigrazione da quella regione verso il Regno Unito, gli Stati Uniti e altri paesi anglofoni. Il 4 aprile 1990 la Legge fondamentale di Hong Kong, redatta sul modello della Common Law britannica e tuttora in vigore, era stata approvata come costituzione di fatto della regione.

Il ritorno di Hong Kong alla Cina, all'insegna del principio "un paese, due sistemi", avvenne con la promessa che l'ex colonia britannica avrebbe goduto di 50 anni di elevata autonomia amministrativa e che fosse garantito il sistema di diritto costituzionale e di libertà civili mutuato dal Regno Unito. Tale principio è stato però forzato dal repentino processo di accentramento politico intrapreso negli ultimi anni da Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista dal 2012 e presidente della Cina dal 2013, sino al punto di rottura rappresentato a Hong Kong dalle proteste del 2014 e da quelle, ancora più massicce, in corso dallo scorso giugno. La tenuta della formula "un paese, due sistemi", che detta la convivenza tra la Cina continentale e le ex colonie di Hong Kong e Macao, è figurata in cima alle priorità espresse dalla leadership di Pechino in occasione del 70mo anniversario della Repubblica Popolare, celebrato il primo ottobre scorso.

L'integrità territoriale e istituzionale, caposaldo degli Stati nella loro accezione contemporanea, è simbolicamente minacciata dai manifestanti antigovernativi che da mesi paralizzano Hong Kong: l'ex colonia britannica ha ormai perduto la propria centralità come motore della crescita economica cinese, ma resta un centro finanziario di livello globale e una finestra ancora fondamentale per garantire la sopravvivenza del rigido sistema cinese in un mondo sempre più aperto e globale. Il presidente Xi ha fatto apertamente riferimento alla tutela del principio "un paese, due sistemi" il primo ottobre, durante il discorso rivolto al paese da Piazza Tiananmen, durato circa dieci minuti. "Dobbiamo insistere sulla strada della riunione pacifica e sul principio 'un paese, due sistemi', ha detto il leader cinese. "Dobbiamo mantenere la stabilità ad Hong Kong e Macao. Dobbiamo spingere lo sviluppo pacifico delle relazione attraverso lo Stretto, e lavorare duramente per giungere infine all'unificazione della nostra nazione", ha aggiunto Xi, senza fare esplicito riferimento a Taiwan. (Cip)
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