LIBANO

 
 
 

Libano: l'interim ad Hariri e l'impatto delle proteste sull'economia del paese

Beirut , 30 ott 2019 18:00 - (Agenzia Nova) - A poco più di 24 ore dall’annuncio delle dimissioni del primo ministro libanese, Saad Hariri, e dal successivo incarico ad interim affidatogli dal capo dello Stato, Michel Aoun, l’effetto di 13 giorni di proteste contro l’establishment, contro la scarsità di servizi e la crisi economica lascia aperto un ventaglio di ipotesi a livello politico. Hariri, incaricato oggi di supervisionare gli affari correnti del governo, dovrà traghettare il paese verso la formazione del nuovo esecutivo. Tuttavia, al momento non è chiaro se riemergerà l’ipotesi di creare un governo guidato da Hariri e composto da tecnocrati - escludendo figure di spicco come il ministro degli Esteri, Gebran Bassil, capo del Movimento patriottico libero - oppure se la guida del paese verrà affidata a un altro personaggio del panorama politico sunnita. Mentre dall’estero (Francia e Stati Uniti) giunge l’invito a formare con urgenza il governo, posizione condivisa anche dal partito cristiano Kataeb e dal presidente del parlamento, lo sciita Nabih Berri di Amal, è importante vedere l’impatto delle proteste sull’economia del paese alla riapertura delle banche il prossimo primo novembre. All’incertezza politica si aggiunge quindi l’impatto sull’economia di due settimane di chiusura delle banche.

La decisione di dimettersi da parte di Hariri, evidenzia la stampa locale, è avvenuta senza che il premier si sia consultato con Aoun, né con l’altro membro dell’Alleanza 8 marzo, ovvero Hezbollah. Negli ambienti vicini alla presidenza, infatti, si contesta ad Hariri di aver colto di sorpresa la massima carica dello Stato. Secondo parte dei media locali, il premier ha voluto creare uno shock, schiacciato da un lato dalle richieste della piazza e dall’altro dall’intransigenza dei partner politici di una maggioranza formata nel quadro del compromesso presidenziale del 2016, che aveva portato a superare uno stallo istituzionale di oltre due anni. Parte del governo, ovvero i membri di Hezbollah e del Movimento patriottico libero (Mpl) di Bassil, infatti, avrebbero manifestato la loro opposizione a un governo di tecnocrati ventilata da Hariri prima delle dimissioni. Dopo l’annuncio, un esponente di Amal, Mohamed Fneich ha messo in guardia dal “minimizzare l’importanza di alcune componenti politiche che hanno qualcosa da dire”.

Secondo quanto dichiarato ad “Agenzia Nova” da Fadi Assad, political risk consultant e cofondatore di Middle East Strategic Perspectives, ”Hariri si è dimesso non soltanto per la pressione della strada, ma anche per un equilibrio di potere che è andato a suo svantaggio” e, inoltre, “ha ritenuto opportuno dimettersi per impedire la diffusione della violenza e il deterioramento della situazione economica”. Tuttavia, ha evidenziato l’esperto, le dimissioni “non reprimeranno la protesta, perché i manifestanti vogliono vedere passi concreti sia contro la corruzione che per il rilancio dell’economia”. Attraverso le dimissioni, “Hariri sta negoziando il suo ritorno al governo”, dettando “le sue condizioni per avere l'opportunità di guidare il governo e attuare le necessarie misure economiche, finanziarie e sociali”. Secondo Assad ci sono due possibili scenari: Hariri potrebbe guidare il prossimo esecutivo, che potrebbe includere anche tecnocrati apolitici; oppure “verrà sostituito alla guida del governo da un'alternativa che provenga dal suo stesso movimento politico (al Mustaqbal) o da una personalità sunnita rivale”. Questa seconda ipotesi per l’esperto “non è priva di rischi, in quanto Hariri potrebbe essere estromesso dal governo e quindi dal sistema politico e rimane il timore che tutto ciò possa trasformarsi in una grave crisi politica, che a sua volta potrebbe trasformarsi in una crisi del regime”.

Sin dallo scoppio delle proteste sono circolate diverse teorie sulla presunta non spontaneità delle proteste e su di una possibile regia esterna. A tal proposito, Assad minimizza il ruolo dell’ingerenza iraniana nel paese dei cedri. Il ruolo di partiti filo-iraniani in Libano, come in Iraq, è innegabile e “alimenta le rivalità”, ha affermato. Tuttavia, “è solo uno dei tanti fattori, accanto a povertà e disoccupazione che influenzano gran parte della società libanese, indipendentemente dalle loro denominazioni e affiliazioni politiche”. L’analista ha evidenziato che nel caso di una crisi politica, “Hezbollah è l'unico movimento che è ben organizzato e in grado di sfruttare qualsiasi caos derivante dall'attuale stato di tensione. Gli altri, compresi quelli che potrebbero contribuire alla creazione del caos, potrebbero pagarne il prezzo”.

A sostegno dell’assenza di una cospirazione relativa alle proteste in corso in Libano e in Iraq, nel quadro del contrasto delle potenze regionali al cosiddetto corridoio-sciita, Assad ha sottolineato che “le agende di Mosca e Washington non la considerano una priorità assoluta al momento. Tendiamo a non collegare le proteste in Libano all'intenzione americana o saudita di spezzare l'arco sciita al momento, ma i libanesi temono che se ci fosse un lungo periodo di instabilità, gli attori esterni potrebbero trarne vantaggio e intervenire. Da qui l'urgente necessità di trovare una soluzione rapida alla crisi”. Oggi, intanto, si è registrato un ritorno progressivo alla normalità, dopo che l’esercito ha riaperto le principali arterie del paese e invitato i manifestanti a protestare nelle piazze. Le dimissioni di Hariri, infatti, non hanno soddisfatto del tutto le richieste della piazza. Per due settimane, i manifestanti in ogni parte del paese hanno chiesto le dimissioni del governo, ma anche la dipartita di elementi dell’amministrazione, accusati di essersi arricchiti in modo spropositato dopo la fine della guerra civile nel 1990 attraverso un sistema clientelare.

Malgrado si siano verificati episodi di violenza subito dopo l’inizio delle proteste il 17 ottobre e il 29 ottobre ci sia stato il tentativo di delegittimare il movimento di protesta da parte di alcuni sostenitori dei movimenti sciiti Amal ed Hezbollah, le proteste di questi giorni hanno avuto un carattere nuovo e innovativo, coinvolgendo anche le comunità che in passato si sono tenute lontane dalla piazza. Si tratta di un segno che le rivendicazioni sono partite da un minimo comune denominatore che risiede nella crisi economica e sociale di un paese tra i più indebitati al mondo, con un alto tasso di disoccupazione e con l’impatto nel mercato del lavoro della presenza di circa un milione di rifugiati siriani, a cui si aggiunge la storica presenza dei palestinesi. La crisi ha, quindi, indebolito politicamente intero sistema e adesso c’è chi vuole proseguire nel cambiamento e c’è chi vuole mantenere lo status quo. La riapertura degli istituti di credito rappresenterà un banco di prova dell'impatto delle manifestazioni sull'economia del paese. Non è prevedibile al momento quale sarà la fiducia dei mercati. Inoltre, si potrebbe assistere a una svalutazione della lira libanese, il cui tasso di cambio è legato al dollaro statunitense da oltre 20 anni. Infine, potrebbero non essere garantite le importazioni se non fosse assicurata la copertura di valuta. (Lib)
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