HONG KONG
 
Hong Kong: annunciata terza trance di aiuti economici per 255 milioni di dollari
 
 
Hong Kong, 23 ott 04:54 - (Agenzia Nova) - Il governo di Hong Kong ha annunciato ieri la terza trance di aiuti economici per un valore di 255 milioni di dollari, come anticipato nel discorso politico del capo esecutivo Carrie Lam il 16 ottobre scorso. Lo riferisce la stampa cinese, che spiega che le misure economiche sono rivolte ai settori della vendita al dettaglio, del turismo, degli alimenti, delle bevande e della logistica, i più colpiti dai recenti disordini sociali. Misure specifiche includono la concessione di sussidi per il carburante a oltre 61 mila conducenti locali di taxi e minibus e 130 mila conducenti di veicoli commerciali per sei mesi, e la concessione di un sussidio una tantum per l'ispezione delle navi ai proprietari di circa 6.300 imbarcazioni commerciali. Un'altra misura concede un sussidio del 50 per cento per sei mesi per l'affitto ai proprietari di negozi al dettaglio e agli operatori delle strutture ricreative le cui attività si trovano in proprietà del Dipartimento del territorio, del dei servizi culturali e del tempo libero.

"Sebbene il lancio di misure di stimolo possa aumentare il rischio di un deficit di bilancio del governo, il governo farà buon uso delle sue riserve fiscali per lanciare misure anticicliche e allontanare l'economia locale dai rischi di recessione", ha dichiarato il segretario finanziario Paul Chan. Come sottolinea il "Quotidiano del Popolo" cinese, la crescita economica della città è stata lenta, con il Pil del suo primo e secondo trimestre in crescita rispettivamente dello 0,6 per cento e 0,5 per cento rispetto a un anno fa, influenzato dalle contrazioni delle esportazioni e degli investimenti in immobilizzazioni.

"Il governo annuncerà misure specifiche per aiutare il settore turistico della città il più presto possibile, dopo aver consultato l'Hong Kong Tourism Board e il Travel Industry Council di Hong Kong", secondo il segretario al Commercio e allo sviluppo economico Edward Yau Tang-wah, che ha parlato durante un briefing con i media. "Le misure proposte si baseranno su due principi guida: aiutare il settore turistico ad attingere più nuove imprese e sostenere l'occupazione nel settore del turismo", ha affermato Yau. Bank of America ha dichiarato in un rapporto di ricerca che "l'economia di Hong Kong si trova di fronte a forti venti contrari a causa dell'instabilità e dei rischi continui. Sebbene il governo abbia annunciato pacchetti di incentivi per sostenere l'economia, una recessione nella seconda metà di quest'anno sembra inevitabile". In agosto e settembre, il governo dell'ex colonia britannica ha annunciato un pacchetto di incentivi per sostenere l'economia. Le piccole e medie imprese della città godranno di una serie di misure come esenzioni da tasse e oneri e agevolazioni per l'affitto di locazioni a breve termine di terreni governativi.

Durante il discorso del 16 ottobre, Lam ha anzi annunciato l’adozione di altre 220 iniziative politiche: una descrizione della realtà di Hong Kong che non sembra collimare con la guerriglia urbana in corso da quattro mesi – da cui emerge il timore diffuso di una erosione delle libertà e dell’autonomia ad opera di Pechino - e dai crescenti problemi socioeconomici scontati dagli abitanti, a cominciare da quello della scarsità degli alloggi. Proprio il tema dell’autonomia, che preoccupa i cittadini di Hong Kong sin dal ritorno alla Cina, è stato alimentato negli ultimi anni dall’esclusione di candidati pro-democratici dalla politica attiva, e dall’adozione di provvedimenti come una legge sull’inno nazionale, che introduce requisiti obbligatori di patriottismo nei confronti della Cina. A questo quadro di crescente insofferenza per l’indirizzo del sistema di “un paese, due sistemi”, che regola la convivenza di Hong Kong e Pechino, si somma un quadro economico sempre più complesso.

Lam ha anticipato nel corso del suo intervento che l’economia della ex colonia britannica è “scivolata in una recessione tecnica” nel terzo trimestre, confermando così quanto trapelato da funzionari governativi ed economisti privati. I dati relativi al pil del terzo trimestre dovrebbero essere pubblicati alla fine di ottobre, ma nel frattempo l’amministrazione cittadina ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per il 2019, ad una forbice compresa tra lo 0 e l’1 per cento. L’ad di Hong Kong ha dichiarato che i violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine hanno “gravemente danneggiato” l’immagine internazionale della città e “minato la sua attrattiva” per gli investitori stranieri. In assenza di una riconciliazione, ha avvertito Lam, “la gente perderà fiducia nel futuro”.

La regione di Hong Kong, parte dell’Impero cinese sino al 1842, venne ceduto quell’anno dalla dinastia Qin all’Impero Britannico, al termine della Prima guerra dell’oppio. Hong Kong divenne allora una colonia della corona britannica; nel 1860, al termine della seconda guerra dell’oppio, il Regno Unito incorporò alla colonia anche Kowloon, e ottenne i Nuovi territori in leasing per 99 anni. Dopo una parentesi di occupazione giapponese, tra il 1941 e il 1945, Hong Kong tornò sotto il dominio britannico. Negli anni successivi la colonia vide crescere drammaticamente la propria popolazione, anche per effetto dell’immigrazione di rifugiati dalla Cina continentale, in particolare durante la Guerra di Corea e il grande balzo in avanti voluto da Mao Zedong.

Nel 1950, Hong Kong si affermò come centro industriale e manifatturiero: una parentesi da cui la regione retrocedette dopo l’apertura dell’economia cinese di Deng Xiaoping, che alimentò un rientro di industriali cinesi nella Cina continentale. Fu in quegli anni che Hong Kong iniziò a svilupparsi come centro commerciale e finanziario. Nel 1984, l’allora premier britannica Margaret Thatcher firmò la Dichiarazione congiunta sino-britannica, che gettò le basi per la restituzione di Hong Kong alla Cina. La restituzione avvenne l 1° luglio 1997, e venne preceduta da una forte emigrazione da quella regione verso il Regno Unito, gli Stati Uniti e altri paesi anglofoni. Il 4 aprile 1990 la Legge fondamentale di Hong Kong, redatta sul modello del Common Law britannico e tuttora in vigore, era stata approvata come costituzione di fatto della regione.

Il ritorno dei Hong Kong alla Cina, all’insegna del sistema “un paese, due sistemi”, avvenne con la promessa all’ex colonia che avrebbe goduto di 50 anni di elevata autonomia amministrativa, e di garanzia del sistema di diritto costituzionale e delle libertà civili mutuato dal Regno Unito. Tale principio è stato però forzato dal repentino processo di accentramento politico intrapreso negli ultimi anni dal presidente cinese Xi Jinping, sino al punto di rottura rappresentato ad Hong Kong dalle proteste del 2014 e da quelle ,ancor più massicce, in corso dallo scorso giugno.

La tenuta del principio “un paese, due sistemi”, che detta la convivenza tra la Cina continentale e le ex colonie di Hong Kong e Macao, è figurata in cima alle priorità espresse dalla leadership di Pechino in occasione del 70mo anniversario della Repubblica Popolare, celebrato il 1° ottobre scorso. L’integrità territoriale e istituzionale, caposaldo degli Stati nella loro accezione contemporanea, è simbolicamente minacciata dai manifestanti antigovernativi che da mesi paralizzano Hong Kong: l’ex colonia britannica ha ormai perduto la propria centralità come motore della crescita economica cinese, ma resta un centro finanziario di livello globale, e una finestra ancora fondamentale per garantire la sopravvivenza del rigido sistema cinese in un mondo sempre più aperto e globale. Il presidente Xi ha fatto apertamente riferimento alla tutela del principio “un paese, due sistemi” il 1° ottobre, durante il discorso rivolto al paese da Piazza Tiananmen, durato circa 10 minuti. “Dobbiamo insistere sulla strada della riunione pacifica e sul principio ‘un paese, due sistemi’, ha detto il presidente cinese. “Dobbiamo mantenere la stabilità ad Hong Kong e Macao. Dobbiamo spingere lo sviluppo pacifico delle relazione attraverso lo Stretto, e lavorare duramente per giungere infine all’unificazione della nostra nazione”, ha detto Xi, senza fare esplicito riferimento a Taiwan. (Cip)
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