HONG KONG
 
Hong Kong: governo Lam indebolito da tensioni sociali e peggioramento del quadro economico
 
 
Hong Kong, 17 ott 14:16 - (Agenzia Nova) - Il capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, ha visto peggiorare ulteriormente la propria precaria posizione negli ultimi giorni, al culmine di mesi di proteste antigovernative innescate lo scorso giugno da un controverso disegno di legge sulle estradizioni. Dall’inizio della crisi, il giudizio dei cittadini in merito alle politiche dell’amministratrice è precipitato: in un recente sondaggio della società demoscopica Hku Pop, oltre il 50 per cento dei cittadini esprime una valutazione negativa, mentre ad approvare l’operato di Lam è appena il 20 per cento degli interpellati. Lam si è presentata ieri, 16 ottobre, di fronte al Consiglio legislativo dell’isola, riconvocato per la prima volta dopo un mese, per il suo annuale discorso politico, in un clima di tensione ulteriormente incrementato dal varo di misure emergenziali contro i manifestanti, dalla brutale aggressione subita da uno dei leader della protesta pro-democratica e dal peggioramento del quadro dell’economia cittadina – imputato da Lam all’effetto delle proteste sulla fiducia degli investitori.

Pochi minuti dopo l’inizio del suo intervento, Lam è stata però costretta ad abbandonare l’aula, a causa delle contestazioni rivoltele dai deputati dell’opposizione che l’hanno raggiunta sul podio intonando slogan, alcuni con indosso maschere del presidente della Cina Xi Jinping: un riferimento all’opinione diffusa a Hong Kong che Lam sia controllata di fatto dal governo cinese. Lam è stata interrotta tre volte dalle contestazioni, prima di decidere di chiudere anticipatamente il suo intervento e ritirarsi nella sua residenza ufficiale, dove ha poi pronunciato il proprio discorso di fronte alle sole telecamere. Le sue parole però le sono valse critiche anche da parte dei media: il quotidiano “South China Morning Post”, ad esempio, si chiede per quale ragione Lam abbia scelto di rivolgere ai cittadini un discorso agiografico, durante il quale la leader si è auto-attribuita il conseguimento del 97 per cento delle quasi 500 iniziative adottate per i primi due anni della sua amministrazione.

Durante il discorso di ieri, Lam ha annunciato anche l’adozione di altre 220 iniziative politiche: una descrizione della realtà di Hong Kong che non sembra collimare con la situazione di guerriglia urbana in corso da quattro mesi – con il timore diffuso di un’erosione delle libertà e dell’autonomia ad opera di Pechino – e con la preoccupazione per i problemi socioeconomici scontati dagli abitanti, a cominciare da quello della scarsità degli alloggi. Proprio il tema dell’autonomia, che preoccupa i cittadini di Hong Kong sin dal ritorno alla Cina, è stato alimentato negli ultimi anni dall’esclusione di candidati pro-democratici dalla politica attiva e dall’adozione di provvedimenti come la legge sull’inno nazionale, che introduce requisiti obbligatori di patriottismo nei confronti della Cina. A questo quadro di crescente insofferenza per l’indirizzo del sistema di “un paese, due sistemi”, che regola la convivenza di Hong Kong e Pechino, si somma un quadro economico sempre più complesso.

Decine di migliaia di persone hanno manifestato lunedì 14 ottobre, esprimendo sostegno all’iniziativa di legge del Congresso federale degli Stati Uniti che prevede sanzioni per i funzionari dell’ex colonia britannica che minino i diritti umani in quel territorio. I manifestanti si sono riuniti presso il Chater Garden, nel distretto centrale, non distante dalla sede del governo regionale. La manifestazione è stata la prima a svolgersi con l’autorizzazione formale del governo di Hong Kong dal 5 ottobre, data di entrata in vigore del divieto di indossare maschere. La manifestazione si è svolta dopo un fine settimana di proteste violente, culminate anche nell’impiego di un ordigno esplosivo artigianale azionato a distanza contro le forze di polizia. I manifestanti hanno sollecitato Washington a dare l’approvazione definitiva all’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, attualmente oggetto di dibattito al Congresso. Il disegno di legge ha ottenuto l’approvazione della commissione Relazioni estere del Senato e della commissione Affari esteri della Camera dei rappresentanti alla fine del mese scorso.

Il clima rischia di diventare ancora più rovente dopo l’aggressione subita ieri dal leader di uno dei principali gruppi pro-democratici di Hong Kong. Jimmy Sham, coordinatore del Fronte per i diritti civili e umani (Chfr), organizzatore di alcune delle principali proteste che hanno scandito gli ultimi quattro mesi di disordini sociali, ha subito gravi ferite alla nuca e alla fronte, infertegli da un gruppo di assalitori armati di martelli e coltelli. Foto scattate dopo l’aggressione mostrano Sham riverso in una pozza di sangue. Secondo la polizia di Hong Kong, l’attivista è stato aggredito da quattro uomini “di discendenza non cinese” e dal volto coperto. Dopo l’attacco gli aggressori si sono dati alla fuga a bordo di un’auto privata. Sham si troverebbe ora in condizioni stabili; l’attivista aveva già subito un’aggressione analoga due mesi fa a Kowloon, da parte di uomini armati di mazze da baseball e coltelli. Il Chfr ha condannato l’attacco, e paventato un complotto per “diffondere il terrore politico, così da minacciare e inibire l’esercizio legittimo dei diritti legali e naturali”. La Polizia ha condannato a sua volta l’aggressione e ha comunicato di aver assegnato personale alla protezione di Sham durante il suo ricovero in ospedale.

L’esplosivo clima di tensione sociale rischia di essere alimentato dal peggioramento del quadro economico, che a sua volta alimenta. La stessa Lam ha anticipato ieri che l’economia dell’ex colonia britannica è “scivolata in una recessione tecnica” nel terzo trimestre, confermando così le anticipazioni di funzionari governativi ed economisti privati. I dati relativi al prodotto interno lordo del terzo trimestre dovrebbero essere pubblicati alla fine di ottobre, ma nel frattempo l’amministrazione cittadina ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per il 2019, in una forbice compresa tra lo zero e l’uno per cento. L’ad di Hong Kong ha dichiarato che i violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine hanno “gravemente danneggiato” l’immagine internazionale della città e “minato la sua attrattiva” per gli investitori stranieri. In assenza di una riconciliazione, ha avvertito Lam, “la gente perderà fiducia nel futuro”.

La regione di Hong Kong, parte dell’Impero cinese sino al 1842, venne ceduta quell’anno dalla dinastia Qin all’Impero Britannico, al termine della Prima guerra dell’oppio. Hong Kong divenne allora una colonia della corona britannica; nel 1860, al termine della Seconda guerra dell’oppio, il Regno Unito incorporò alla colonia anche Kowloon, e ottenne i Nuovi Territori in leasing per 99 anni. Dopo una parentesi di occupazione giapponese, tra il 1941 e il 1945, Hong Kong tornò sotto il dominio britannico. Negli anni successivi la colonia vide crescere drammaticamente la propria popolazione, anche per effetto dell’immigrazione di rifugiati dalla Cina continentale, in particolare durante la Guerra di Corea e il grande balzo in avanti voluto da Mao Zedong.

Nel 1950, Hong Kong si affermò come centro industriale e manifatturiero: una parentesi da cui la regione retrocedette dopo l’apertura dell’economia cinese di Deng Xiaoping, che alimentò un rientro di industriali cinesi nella Cina continentale. Fu in quegli anni che Hong Kong iniziò a svilupparsi come centro commerciale e finanziario. Nel 1984, l’allora premier britannica Margaret Thatcher firmò la Dichiarazione congiunta sino-britannica, che gettò le basi per la restituzione di Hong Kong alla Cina. La restituzione avvenne il primo luglio 1997 e venne preceduta da una forte emigrazione da quella regione verso il Regno Unito, gli Stati Uniti e altri paesi anglofoni. Il 4 aprile 1990 la Legge fondamentale di Hong Kong, redatta sul modello della Common Law britannica e tuttora in vigore, era stata approvata come costituzione di fatto della regione.

Il ritorno di Hong Kong alla Cina, all’insegna del principio “un paese, due sistemi”, avvenne con la promessa che l’ex colonia britannica avrebbe goduto di 50 anni di elevata autonomia amministrativa e che fosse garantito il sistema di diritto costituzionale e di libertà civili mutuato dal Regno Unito. Tale principio è stato però forzato dal repentino processo di accentramento politico intrapreso negli ultimi anni da Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista dal 2012 e presidente della Cina dal 2013, sino al punto di rottura rappresentato a Hong Kong dalle proteste del 2014 e da quelle, ancora più massicce, in corso dallo scorso giugno. La tenuta della formula “un paese, due sistemi”, che detta la convivenza tra la Cina continentale e le ex colonie di Hong Kong e Macao, è figurata in cima alle priorità espresse dalla leadership di Pechino in occasione del 70mo anniversario della Repubblica Popolare, celebrato il primo ottobre scorso.

L’integrità territoriale e istituzionale, caposaldo degli Stati nella loro accezione contemporanea, è simbolicamente minacciata dai manifestanti antigovernativi che da mesi paralizzano Hong Kong: l’ex colonia britannica ha ormai perduto la propria centralità come motore della crescita economica cinese, ma resta un centro finanziario di livello globale e una finestra ancora fondamentale per garantire la sopravvivenza del rigido sistema cinese in un mondo sempre più aperto e globale. Il presidente Xi ha fatto apertamente riferimento alla tutela del principio “un paese, due sistemi” il primo ottobre, durante il discorso rivolto al paese da Piazza Tiananmen, durato circa dieci minuti. “Dobbiamo insistere sulla strada della riunione pacifica e sul principio ‘un paese, due sistemi’, ha detto il leader cinese. “Dobbiamo mantenere la stabilità ad Hong Kong e Macao. Dobbiamo spingere lo sviluppo pacifico delle relazione attraverso lo Stretto, e lavorare duramente per giungere infine all’unificazione della nostra nazione”, ha aggiunto Xi, senza fare esplicito riferimento a Taiwan. (Cip)
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