TUNISIA
 
Tunisia: aperte le urne per le elezioni presidenziali
 
 
Tunisi, 15 set 2019 11:15 - (Agenzia Nova) - Circa 13 mila seggi elettorali si sono aperti questa mattina per le seconde elezioni presidenziali democratiche nella storia della Tunisia. Decine di persone erano già in attesa di fronte ai seggi elettorali prima che aprissero alle 8 ora locale (le 9 in Italia) per scegliere tra i 26 candidati in corsa. Mentre l'attenzione straniera, specialmente nei paesi arabi, si concentra sul partito islamista Ennahda, molti tunisini guardano al magnate dei media Nabil Karoui, che corre da dietro le sbarre per sospetto di evasione fiscale.

Alle urne possono recarsi sette milioni di aventi diritto. Un eventuale ballottaggio si terrebbe a novembre, dopo il primo turno delle legislative in programma il 6 ottobre. Si tratta di appuntamenti elettorali di cruciale importanza per un paese la cui transizione democratica, iniziata nel 2011 con la cosiddetta Rivoluzione dei gelsomini, appare ancora fragile e incerta sia a causa dell’incertezza politica che per via della precaria situazione di sicurezza.

La figura del prossimo capo dello Stato assume ancor più rilevanza nell’attuale congiuntura istituzionale, con un parlamento ancora da votare e una Corte costituzionale mai completata a causa dei veti incrociati tra i partiti politici. Inoltre, la scelta degli elettori darà indicazioni importanti sui futuri scenari politici del paese nordafricano. Hassen Zargoubni, presidente dell’istituto di statistica Sigma Conseil, è convinto che si andrà in ogni caso verso “un voto anti-sistema”, sulla scia di quanto avvenuto in occasione delle municipali del 2018 con la forte affermazione degli indipendenti e il sensibile calo di consensi dei laici di Nidaa Tounes e degli islamici di Ennahda.

Tra i 26 candidati figurano sia nomi di peso dello scenario politico che figure anti-sistema. Tra i primi vi sono in particolare il premier Youssef Chahed, leader del neocostituito partito Tahya Tounes; il ministro della Difesa Abdelkrim Zbidi, considerato l’erede politico di Essebsi; il numero due del movimento islamico moderato Ennahda, Abdel Fatah Mourou. Dall’altra parte troviamo Nabil Karoui, patron dell’emittente televisiva “Nessma Tv”, il costituzionalista indipendente Kais Saied e Abir Moussi, leader del Partito desturiano libero (Pdl) e nostalgica dell’epoca di Ben Ali. Gli ultimi sondaggi effettuati prima dell’estate davano proprio questi ultimi tre come candidati favoriti, con Karoui in netto vantaggio. Le forze politiche tradizionali hanno cercato di ostacolarne l’ascesa. A giugno, con la redazione di emendamenti alla legge elettorale tesi a escludere dalla competizione sia Karoui che la Moussi: il primo in ragione della proprietà di un’emittente televisiva, la seconda per le proprie simpatie per il regime prerivoluzionario. Il tentativo non è tuttavia andato a buon fine: gli emendamenti approvati dall’Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp) non sono mai stati firmati da Essebsi e sono rimasti lettera morta.

Il 23 agosto vi è stato invece l’arresto di Karoui per frode fiscale e riciclaggio di denaro sulla base di una denuncia avanzata dall’organizzazione “I Watch” nel 2016. Al momento il proprietario di “Nessma Tv” resta nel carcere di El Mornaguia e non ha potuto fare campagna elettorale, con le autorità giudiziario che hanno impedito all’emittente “El Hiwar Ettounsi” di intervistarlo. Tuttavia, secondo gli osservatori internazionali, l’immagine di “perseguitato politico” potrebbe favorire ulteriormente la corsa di Karoui verso Palazzo di Cartagine. Se venisse realmente eletto, il leader di Qalb Tounes diventerebbe il primo capo dello Stato eletto in carcere in Tunisia. Karoui, uomo d’affari con importanti interessi economici in Francia e nel Golfo, deve il proprio consenso a una retorica fortemente improntata sull’assistenzialismo verso le fasce più povere della popolazione.

Abir Moussi punta invece sui nostalgici del passato regime, insoddisfatti dall’evoluzione politica post-rivoluzionaria e dal disordine dell’attuale assetto democratico. Una terza forma di “populismo” è quella incarnata da Kais Saied, giustizialista, fortemente conservatore sui diritti civili e promotore di una profonda riforma della Costituzione in senso parlamentare. La grande ombra sul voto di domenica è tuttavia rappresentata dall’astensionismo, fenomeno che già aveva caratterizzato le amministrative dello scorso anno. A disertare le urne potrebbero essere in particolare le urne. In corsa per Palazzo di Cartagine ci sono solo due candidate, la già citata Abir Moussi e Salma Elloumi Rekik, già ministro del Turismo e direttrice del gabinetto presidenziale. La prima sembra destare più interesse, ma resta ambigua sui diritti delle donne e si è detta più volte contraria al disegno di legge fortemente voluto dall’ex presidente Essebsi sull’uguaglianza di genere nei diritti ereditari. Proprio l’ex capo dello Stato era stato in passato un importante catalizzatore del voto delle donne, che ora appaiono inevitabilmente meno compatte e politicamente orientate.

Anche la campagna elettorale povera di contenuti rischia di disincentivare i cittadini a esprimere la propria preferenza verso uno dei 26 candidati. La politica estera è rimasta sostanzialmente sullo sfondo, anche se questo non vuol dire che il nome del prossimo presidente non avrà effetti importanti sul posizionamento internazionale della Tunisia. Nessuno dei candidati a Palazzo di Cartagine ha esperienza al ministero degli Esteri o nelle ambasciate tunisine all’estero. Tutti hanno preferito ostentare una “neutralità” rispetto ai conflitti e alle crisi regionali che potrebbe riflettere anche una mancanza di visione globale.

Anche sui temi economici i contenuti del dibattito sono stati piuttosto poveri. Il premier Youssef Chahed ha difeso le proprie scelte in materia, ha detto di aver evitato alla Tunisia uno “scenario greco”, ma i sacrifici fatti per rispettare gli impegni con il Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno avuto ripercussioni negative sulle condizioni di vita della popolazione, finendo per minare fortemente la popolarità dello stesso capo del governo e le sue prospettive di successo nella corsa a Palazzo di Cartagine. A livello macroeconomico i dati sono leggermente positivi. Dopo anni di rallentamento, il Prodotto interno lordo è cresciuto del 2,5 per cento nel 2018, trainato in particolare dal settore del turismo. Quest’ultimo, nuovamente minacciato quest’anno dal terrorismo e dai problemi di sicurezza, sembra tuttavia ancora stentare a decollare, e così per l’anno in corso il Fmi prevede una crescita a 2 punti percentuali.

Si tratta tuttavia di una crescita ancora insufficiente perché si rifletta positivamente sulla vita dei tunisini. La disoccupazione è ancora elevata e, stando alla Banca mondiale, il 15 per cento della forza lavoro è ancora alla ricerca di un impiego. Tra i giovani il tasso è pari al 35 per cento, tra i laureati al 30 per cento. Una donna su quattro è disoccupata e le disparità sono forti anche a livello geografico. Anche il costo della vita è in crescita. Per l’Istituto di statistica nazionale l’inflazione è nuovamente aumentata in agosto del 6,7 per cento. Tendenza che dovrebbe proseguire per tutto l’anno, attestandosi al 6,8 per cento, e che dovrebbe invece rallentare il prossimo anno. Forte è in particolare l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di base, soprattutto delle verdure (in crescita del 12 per cento rispetto all’anno scorso). Si tratta dei due fattori che insieme avevano scatenato le rivolte della Rivoluzione dei gelsomini. I governanti che emergeranno dalle elezioni presidenziali e legislative dovranno necessariamente farci i conti, senza tuttavia poter perdere di vista la necessità di tenere in equilibrio i bilanci. (Tut)
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