FILIPPINE
 
Filippine: il figlio di Duterte si candida alla presidenza del Congresso
 
 
Manila, 03 lug 05:47 - (Agenzia Nova) - Il figlio del presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, Paolo, ha annunciato oggi la propria candidatura alla presidenza del Congresso (parlamento) di quel paese. “Mi unirò alla corsa per la presidenza del Congresso”, ha annunciato Paolo Duterte, che è già consigliere e vicesindaco di Davao, città delle Filippine che “Feudo” politico della famiglia Duterte. “La Camera è divisa, e io potrei aiutare ad unirla. Siamo stati tutti votati dai cittadini”, ha detto il politico. Paolo, figlio minore del presidente Duterte, aveva inizialmente rinunciato ad unire la propria alle numerose candidature per la presidenza del Congresso, ma ha cambiato idea a fronte delle difficoltà delle forze di governo a coalizzarsi attorno ad una singola candidatura. L’elezione di Paolo alla presidenza del Congresso rafforzerebbe la presa della famiglia Duterte sulla politica nazionale: ad oggi tutti e tre i figli del presidente reggono infatti cariche politiche o istituzionali.

Il vasto consenso goduto dal presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha consentito ai suoi alleati di schiacciare i rappresentanti delle forze di opposizione alle elezioni di medio termine tenute in quel paese lo scorso 13 maggio. Un contributo determinante alla vittoria elettorale è giunto però anche dalla figlia del presidente, Sara Duterte, una figura che dal padre ha mutuato la dura retorica e l’attitudine a posizioni politiche controverse. La figlia del presidente è stata proiettata sul palcoscenico politico filippino nel 2011, quando ha colpito con un pugno uno sceriffo per aver applicato una ordinanza giudiziaria di demolizione di alcune baracche, in cui vivevano famiglie indigenti. Da allora la donna si è affermata come personaggio politico di spicco, e ad oggi è sindaco di Davao: una carica che il padre ha retto per oltre vent’anni, e che gli è servita da trampolino di lancio verso la presidenza delle Filippine. Durante la campagna elettorale dei mesi scorsi, Sara Duterte ha giocato un ruolo di primo piano nella promozione dei 13 candidati al Senato filippino che si sono schierati con il presidente; almeno nove di quei candidati siederanno su altrettanti dei 12 seggi del Senato oggetto dell’elezione, garantendo ulteriore sostegno alla piattaforma politica del capo dello Stato.

I candidati vicini al presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, hanno ampliato la loro maggioranza al Senato, dopo le elezioni di medio termine che si sono tenute in quel paese lo scorso maggio. Nove del 12 candidati più votati, che si sono agigudicati la metà dei seggi al Senato, sono esponenti del partito di Duterte o di altre formazioni politiche che ne sostengono l’amministrazione. I rimanenti tre candidati sono indipendenti, ma a loro volta vicini al presidente in un modo o nell’altro: Grace Poe e Nancy Binay, entrambi senatori uscenti, hanno scelto di condurre la campagna elettorale senza affiliazioni a un partito, ma sono nondimeno esponenti della maggioranza parlamentare che appoggia il presidente; Lito Lapid, il terzo degli “indipendenti” che figurano nella lista della dozzina di candidati più votati, ha espresso pubblicamente il proprio sostegno alle politiche più controverse del capo dello Stato, inclusa la sanguinosa guerra al narcotraffico.

Circa 60 milioni di cittadini delle Filippine sono stati chiamati alle urne lunedì, 13 maggio, per le elezioni generali che hanno rinnovato metà del Senato, la Camera bassa e diverse amministrazioni locali del paese. Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha affrontato le elezioni da una posizione di forza senza precedenti nella recente storia democratica del paese. Il voto, che costituisce un fondamentale termometro degli orientamenti politici del paese a metà del mandato presidenziale di sei anni, potrebbe consegnare alle forze vicine a Duterte tutti e 12 i seggi del Senato oggetto della contesa elettorale. Tale risultato costituirebbe un accadimento inedito per le Filippine dalla fine del regime di Ferdinand Marcos, nel 1986. Giunto a metà del suo mandato, Duterte gode del consenso più elevato da quando è stato eletto, da giugno 2016, grazie anche al progressivo calo del tasso di inflazione, contenuto tramite il ricorso a misure straordinarie, e l’aumento del rating sovrano da parte di Standard & Poor’s.

Il consenso pubblico goduto dal presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, è tornato a segnare massimi record prima delle elezioni, rafforzando il capo dello Stato in occasione della consultazione. Il record di consensi goduto da Duterte giunge a dispetto delle polemiche internazionali sul rispetto dei diritti umani nel paese, e delle rinnovate tensioni territoriali con la Cina, che vedono Manila in una posizione scomoda, a metà tra Washington e Pechino. Secondo l’ultimo sondaggio pubblicato da Social Weather Stations, alla fine di marzo Duterte godeva di un tasso di consenso del 79 per cento, in sensibile aumento rispetto al 74 per cento registrato a dicembre. La percentuale degli elettori filippini che hanno espresso insoddisfazione nei confronti del presidente, invece, è calata al 13 per cento, attestando il “tasso di soddisfazione netto” al 66 per cento, pari al record assoluto registrato nel secondo trimestre 2017.

Un Senato controllato dagli alleati di Duterte consentirà di accelerare l’agenda dell’amministrazione presidenziale, che tra gli altri obiettivi prevede la riforma del sistema fiscale e la transizione a una forma di governo federale. La Camera dei rappresentanti, che conta in tutto 297 seggi, è composta per l’80 per cento da rappresentanti diretti dei 234 distretti legislativi del paese, ognuno comprendente circa 250mila persone. Storicamente, la Camera è solita appoggiare presidenti dagli orientamenti populisti, come quelli del capo dello Stato attualmente in carica. L’ultima rilevazione del consenso al presidente Duterte risale a metà aprile: proprio in quei giorni, l’amministrazione Duterte ha criticato pubblicamente Pechino per la presenza di pescherecci cinesi vicino alle isole del Mar Cinese Meridionale rivendicate da Manila. Tale presa di posizione pubblica ha placato le critiche rivolte da più parti al presidente per la sua percepita debolezza nei confronti della prima potenza asiatica, a fronte dell’espansionismo marittimo di Pechino. La contesa marittima si è affermata dallo scorso anno come una questione di primo piano nel contesto del dibattito politico domestico, ed è divenuto uno dei principali argomenti degli attacchi delle opposizioni al presidente in carica.

Il federalismo è uno dei temi che hanno segnato la campagna elettorale. Duterte ripete dallo scorso anno la promessa di riformare radicalmente l’assetto istituzionale del paese, e un solido controllo sul Senato consentirebbe al presidente di realizzare tale impegno. Duterte ha promesso di riformare la Costituzione per spezzare la morsa di “Manila imperiale”: superare cioè il modello di Stato centralizzato in favore di un modello federale, in cui le 17 regioni amministrative diventerebbero altrettanti Stati autonomi. Il principale obiettivo di tale riforma sarebbe quello di sostenere e accelerare lo sviluppo delle regioni periferiche del paese. Il comitato consultivo chiamato da Duterte a studiare la modifica della Costituzione ha completato la bozza di riforma della Carta in senso federale il 3 luglio 2018, dopo cinque mesi di lavori. Tra i concetti che verrebbero introdotti dalla vasta riforma dell’apparato istituzionale figurano l’equa rappresentanza delle regioni federate al senato, e una riforma economica che conferirebbe ai governi locali piena autorità nella pianificazione dello sviluppo socioeconomico, incluse, tra le altre, la tassazione e le norme legate all’attività imprenditoriale.

La vittoria schiacciante del presidente Duterte potrebbe anche consentire al capo dello Stato di superare le obiezioni residuali al ripristino della pena di morte nel paese. Duterte ha promesso di ripristinare la pena capitale nel paese per i reati di droga, nel contesto della sanguinosa campagna nazionale contro il narcotraffico intrapresa dal suo governo, e già culminata nella morte di migliaia di sospetti spacciatori e trafficanti. La dura piattaforma del presidente in materia di giustizia – che include, tra le altre cose, l’abbassamento dell’età minima per il riconoscimento della responsabilità penale da 15 a 12 anni – è stata uno dei fattori cruciali del suo trionfo alle elezioni presidenziali del 2016. Sino ad ora alcune delle iniziative più controverse del presidente sono state arginate dall’opposizione presso il Senato federale: le elezioni in programma lunedì comporteranno il rinnovo di metà dei seggi della Camera alta, e gli alleati di Duterte potrebbero aggiudicarseli tutti. (Fim)
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