BOSNIA
 
Bosnia: terrorista islamico Haris Causevic condannato a 35 anni in secondo grado
 
 
Sarajevo, 15 lug 2015 17:00 - (Agenzia Nova) - Il terrorista bosniaco musulmano Haris Causevic è stato condannato oggi in secondo grado a 35 anni di carcere per l'attacco terroristico contro la stazione di polizia a Bugojno, in Bosnia centrale, avvenuto nel 2010. I media locali, tra cui il sito d’informazione "Klix.ba" hanno dato oggi un ampio risalto alla notizia, dato che l'iter giudiziario del caso di Causevic ha avuto una durata di cinque anni e dato che si tratta della prima condanna definitiva per un attacco terroristico avvenuto sul suolo Bosniaco. L'ordigno esplosivo detonato da Causevic il 27 giugno del 2010 presso la stazione di polizia di Bugojno ha causato la morte del poliziotto Tarik Ljubuskic e il ferimento di altri sei poliziotti, di cui uno grave.

Causevic era stato condannato in primo grado al massimo della pena, ovvero a 45 anni di carcere, mentre il presunto complice, arrestato in base al mandato della procura centrale. In occasione del primo ricorso della difesa, il Consiglio d'appello del Tribunale per la criminalità organizzata, la corruzione e i crimini commerciali della Bosnia-Erzegovina ha scagionato il secondo indagato, Naser Palisamovic, accusato dalla procura di essere stato un complice di Causevic. Il caso ha sollevato numerose incertezze nel corso degli ultimi anni, e i legali di Causevic hanno parlato in numerose occasioni dell'eventualità di un'estorsione violenta da parte della polizia della confessione iniziale del loro cliente.

Al caso di Causevic è seguito quello di Mevlid Jasarevic, altro presunto esponente dell'estremismo islamico in Bosnia, il quale nel 2011 ha sparato diversi colpi di arma semiautomatica contro il palazzo sede dell'ambasciata statunitense a Sarajevo. Si tratta di un altro processo, tuttora in corso, che presenta numerose zone d'ombra, e lo stesso Jasarevic ha ripudiato in seguito i rapporti con la comunità wahabita di Gornja Maoca, sede secondo l'intelligence bosniaca degli estremisti islamici in Bosnia e ha rinnegato la propria vicinanza a tali movimenti.

Intanto si è tenuta oggi una nuova udienza del processo contro Bilal Bosnic, considerato dal Dipartimento speciale per la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata della procura centrale bosniaca il leader spirituale della comunità di Gornja Maoca reo, sempre secondo gli inquirenti, di istigazione al terrorismo e organizzazione delle partenze di combattenti bosniaci musulmani in Siria e in Iraq. Bosnic è noto anche in Italia per avere ammesso, nel corso di un'intervista rilasciata a un quotidiano, di avere svolto attività di reclutamento anche nel nord Italia e per avere parlato del Vaticano come di un possibile obiettivo di conquista.

L'attenzione dei media locali e internazionali si è concentrata all'inizio dell'anno su Gornja Maoca, località di circa 200 abitanti situata nel nordest della Bosnia in cui sono in vigore le leggi dello sharia, dopo che l'emittente "Ftv" ha mandato in onda immagini delle bandiere dello Stato islamico esibite nel villaggio. Il presidente dell'Assemblea popolare della Repubblica Srpska, Nedeljko Cubrilovic, ha affermato all'agenzia d'informazione "Srna" che l'episodio delle bandiere nere dello Stato islamico "dimostra il tipo di paese in cui viviamo". Cubrilovic ha detto che "i cittadini a questo punto devono decidere se abbiamo o meno bisogno di leggi che prevedono sanzioni per questo tipo di manifestazioni". L'agenzia di stampa "Srna" ha raccolto anche la dichiarazione del presidente dell'Organizzazione dei famigliari dei civili e combattenti della Repubblica Srpska, Nedeljko Mitrovic, secondo cui sarebbe proprio l'entità serba il vero obiettivo delle provocazioni.

Mitrovic ha affermato che i vertici di Banja Luka (la capitale della Repubblica Sprska) devono "reagire in modo deciso a questa manifestazione e stroncare sul nascere questo fenomeno, anche se potrebbe essere già troppo tardi". Mitrovic ha inoltre detto che la presenza delle bandiere dello Stato islamico a Gornja Maoca "dimostra che la politica della guerra non è ancora finita, ma prosegue in altre forme e con nuove armi, soprattutto propagandistiche". In futuro, secondo Mitrovic, "non si può escludere l'utilizzo delle armi, e per questo motivo è necessaria una reazione rapida degli apparti di sicurezza".

Secondo Milomir Savcic, presidente dell'Associazione dei reduci della Repubblica Srpska, le bandiere islamiste "rappresentano un monito serio per Banja Luka". Savcic ha detto a "Srna" che "i nemici dello Stato islamico sono in primo luogo i cristiani". L'intero episodio potrebbe, a detta di Savcic, va letto "nell'ottica di quanto avvenuto alla vigilia dello scontri dei primi anni Novanta". Il premier di Banja Luka, Zeljka Cvijanovic, ha espresso "preoccupazione per l'espansione del radicalismo in Bosnia-Erzegovina".

Secondo la Cvijanovic, che ha commentato l'accaduto durante una conferenza stampa, "alcuni circoli locali e internazionali chiudono gli occhi sui rischi per la sicurezza e sulla questione del terrorismo, mettendo invece in primo piano problemi futili". La Cvijanovic ha ribadito che i leader politici dei bosniaci musulmani "protestano per la ricorrenza del Giorno della Repubblica Srpska e per l'esibizione dei simboli dell'entità serba, dimenticando che si tratta di un'entità legittima confermata dall'accordo di pace di Dayton, ma non ci spiegano come mai in alcune zone del paese, che dovrebbe avvicinarsi all'Unione europea, si vedono bandiere del cosiddetto Stato islamico".

Secondo il capo dell'esecutivo di Banja Luka, i cittadini della Repubblica Srpska "sono seriamente preoccupati e si chiedono fino a che punto si spinge la tolleranza, e in alcuni casi il sostegno, nei confronti del radicalismo". Infine, secondo la Cvijanovic, "viene da chiedersi se riusciremo mai a trovare a Sarajevo interlocutori con cui saremo in grado di lottare in modo serio contro i rischi per la sicurezza, non soltanto per quanto riguarda i cittadini bosniaci, ma anche nei confronti dei cittadini di altri paesi". Gli abitanti di Gornja Maoca, che non riconoscono le autorità civili bosniache, sono controllati dai servizi di sicurezza e dalle forze dell'ordine da circa un decennio. In passato, diversi loro esponenti sono stati indagati e arrestati per sospetti collegamenti con attività terroristiche.

All'inizio di febbraio, l'ambasciatore italiano a Sarajevo, Ruggero Corrias, ha incontrato il rais della comunità musulmana bosniaca Husein Kavazovic, lodando gli appelli alla moderazione di quest'ultimo la ferma condanna delle efferatezze commesse in nome della religione. Corrias ha dichiarato che il rais ha sottolineato l'importanza "dell'attenzione alla figura umana" quale "antidoto contro ogni forma di estremismo". Secondo il diplomatico italiano, "l'Europa, il Mediterraneo, i Balcani e, in particolare, la Bosnia devono essere la vera cerniera tra Oriente e Occidente".

Il rais Kavazovic ha condiviso con il rappresentante italiano l'auspicio che l'islam moderato europeo, storicamente radicato in Bosnia, "costituisca un esempio contro ogni forma di radicalismo e violenza, richiamando a tale proposito il valore simbolico della prossima visita a Sarajevo del Santo padre". Kavazovic ha infine aggiunto come l'aspettativa della popolazione bosniaca per l'urgente adozione di riforme mirate ad accrescere il benessere dei cittadini ed avvicinare il paese all'Europa non vada "disattesa al fine di dare speranza e prospettive a un popolo provato da una profonda crisi sociale ed economica". (Bos)
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