ISRAELE
 
Israele: “Nova” visita il kibbutz di Kfar Aza, a ridosso di Gaza
 
 
Kfar Aza, 10 lug 12:00 - (Agenzia Nova) - Case basse, spazi verdi, aree di gioco per i bambini, una piscina e i bunker per ripararsi dai razzi. È questo il kibbutz di Kfar Aza, nel sud-est di Israele, dove "Agenzia Nova" si è recata nell'ambito di un mediatour della European Israeli Press Association (Eipa). Kfar Aza si trova a ridosso della barriera metallica lungo la zona cuscinetto con la con la Striscia di Gaza, visibile ad occhio nudo e distante circa 800 metri. "Ci piace molto vivere qui, ma la situazione in un minuto può cambiare e non è facile", afferma Batia Holin, portavoce del del kibbutz nato nel 1957 con poche persone e che oggi conta la presenza di circa 800 abitanti. "Viviamo nel nostro territorio, come sancito dalle Nazioni Unite nel 1947 e speriamo che le cose cambino", spiega la Holin. La donna è certa che "tutto sia stato creato a livello politico e che la gente nella Striscia di Gaza voglia vivere in pace esattamente come noi". Secondo la Holin la situazione attuale si è creata a causa del "potere politico" che "non consente né a loro né a noi di vivere in pace".

Nel suo racconto la portavoce nel kibbutz ricorda come 40 anni fa ci fosse una libera circolazione verso la Striscia di Gaza, dove la gente si recava nei ristoranti e sulla spiaggia. "Era una vita meravigliosa. E davvero non capisco perché sia successo tutto ciò", afferma con rammarico la donna, che ha deciso di diventare portavoce del kibbutz per raccontare quello che succede. A breve undici nuove famiglie giungeranno nel kibbutz, nelle case basse che Holin ci mostra. La ragione per cui molta gente vuole andare a vivere nel kibbutz è proprio la comunità, "il senso di appartenenza: molta gente vuole venire qui ma non c'è posto", spiega la donna. Il kibbutz si autosostiene economicamente con alcune attività lavorative, come la produzione di prodotti agricoli e di strumenti musicali, ma soprattutto con una fabbrica della plastica, "la più grande del Medio Oriente", spiega Holin.

La rappresentante racconta che la vita nel kibbutz “è meravigliosa”, ma in 15 secondi può cambiare tutto. Quindici, infatti, sono i secondi che gli abitanti del kibbutz hanno per ripararsi nei vari bunker di qualche metro quadrato - tutti colorati all'esterno - dopo il suono della sirena che si attiva in caso di lancio di razzi da Gaza. Nella comunità di Kfar Aza dall'inizio della Marcia del ritorno il 30 marzo del 2018 sono avvenuti oltre 2.200 incendi causati da aquiloni esplosivi o da palloni esplosivi. La Holin ci mostra i prati dove sono ancora visibili gli effetti degli incendi causati dai palloncini-bomba. A causa della sua posizione a ridosso di Gaza, di cui sono ben visibili gli alti palazzi dal kibbutz, la comunità è stata esposta all'ultima ondata di violenze tra il 3 e il 5 maggio scorsi, in cui sono stati lanciati dall'enclave oltre 700 razzi, a cui le Forze di difesa israeliane hanno risposto con raid aerei. Domandiamo alla Holin perché continui a vivere nel kibbutz. In modo categorico afferma: "Ho lavorato sodo per creare questa comunità e non voglio lasciare il kibbutz.". L'auspicio della donna per il futuro è che i governi dei due lati del confine decidano di “fare qualcosa" riprendendo a parlarsi.

All'interno del kibbutz incontriamo i rappresentanti dell'organizzazione apolitica e no profit Natal, il centro israeliano per i traumi e la resilienza. Si tratta di un'organizzazione che fornisce un sostegno psicologico e lavora anche sulla prevenzione in relazione ai traumi che la popolazione del Sud di Israele vive proprio a causa delle tensioni con con la Striscia di Gaza. La direttrice Orly Gal ci racconta che l'organizzazione è nata circa 21 anni fa e lavora molto nel sud di Israele. Nel maggio scorso, nell'ultima ondata di violenza, in tutto il sud d’Israele sono caduti in poco più di due giorni circa 700 razzi e alla “help line” dell'associazione sono aggiunte circa 2.000 telefonate. La donna ci racconta dei sintomi provocati dal conflitto: "Molti bambini pensano di vivere in un mondo non sicuro".

Sin dalla sua fondazione, nel 1998, ad oggi Natal si è occupata di circa 300 mila persone tra cui uomini, bambini e donne che hanno subito traumi legati al vivere in una zona di guerra dove il senso di terrore costante "perché in 15 secondi la vita può cambiare". L'obiettivo dell’organizzazione è quello di rafforzare la resilienza della società israeliana attraverso la prevenzione, la consapevolezza pubblica e la ricerca. In una di queste ricerche viene evidenziato come ci sia stato un aumento graduale delle richieste di aiuto da parte della popolazione che vive nelle comunità adiacenti alla Striscia di Gaza dall'ultimo conflitto con Gaza nel 2014 nel periodo dell'operazione Protective Edge fino al 2018. Nel 2017 le richieste di aiuto sono state 780, mentre nel 2018 sono salite a 1.300, quasi il doppio.

Un'immagine della barriera metallica lungo la zona cuscinetto con la con la Striscia di Gaza situata soli 800 metri dal kibbutz di Kfar Aza.

Un'immagine dell'interno del kibbutz di Kfar Aza, caratterizzato da case basse, spazi verdi, aree di gioco per i bambini, una piscina e i bunker per ripararsi dai razzi. (Mom)
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