INDIA
 
India: dalla Corte suprema sentenze storiche sulle discriminazioni e la privacy
 
 
Nuova Delhi, 28 set 2018 16:59 - (Agenzia Nova) - Il giudice capo dell’India, Dipak Misra, andrà in pensione il 2 ottobre dopo aver firmato sentenze che possono essere considerate storiche per il paese, alcune delle quali proprio nelle ultime settimane del suo mandato. Si tratta di pronunciamenti storici per il riconoscimento dei diritti delle minoranze sessuali e delle donne, ma anche per la laicità e la trasparenza dello Stato. In particolare il 6 settembre la Corte si è pronunciata sulla Sezione 377 del codice penale, risalente al 1860, all’impero britannico, che considera reati i “rapporti carnali contro natura” e li punisce con la reclusione, giudicandola incostituzionale. Venti giorni dopo ha giudicato costituzionalmente illegittima anche la Sezione 497 dello stesso codice, che definiva un reato il sesso tra un uomo e una donna sposata e comminava pene detentive e pecuniarie solo all’uomo.

La sentenza sulla Sezione 377 è giunta dopo una lunga battaglia legale per i diritti degli omosessuali. La prima istanza contraria, infatti, presentata all’Alta corte di Nuova Delhi dall’organizzazione non governativa Abva, risale al 1994. Ne seguirono diverse altre prima che quella stessa corte, nel 2009, si pronunciasse contro quella norma, argomentando che violava la Costituzione relativamente agli articoli 14 (diritto all’uguaglianza), 15 (non discriminazione in base al sesso e al genere) e 21 (diritto alla vita). Nel 2013, però, la Corte suprema confermò la natura di reato delle relazioni omosessuali, depenalizzate quattro anni prima dall’Alta corte: accogliendo i ricorsi di alcuni gruppi religiosi, stabilì che non c’era “vizio di incostituzionalità” perché nella Sezione 377 si regola la condotta sessuale in generale, senza alcun riferimento all’orientamento né discriminazione di categorie.

I supremi giudici precisarono che, nonostante la sentenza, il legislatore era libero di considerare l’opportunità di abrogare o emendare la norma. Nessun governo, però, ha preso un’iniziativa legislativa, lasciandola al parlamento. Nel 2015 la Camera del popolo, la camera bassa del parlamento federale, respinse la proposta di legge per la depenalizzazione presentata per iniziativa personale da un deputato del Congresso nazionale indiano (Inc), Shashi Tharoor. Un anno fa un’altra sentenza della Corte suprema ha dato al diritto alla privacy lo status di un diritto fondamentale e ha citato la Sezione 377 come “una nota dissonante”. Quel verdetto ha ridato slancio al lavoro dei legali e degli attivisti della comunità Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender).

A gennaio di quest’anno la Corte suprema, in virtù del riconoscimento del diritto alla privacy come diritto fondamentale, ha deciso di riconsiderare la decisione del 2013 e iniziato il riesame della Sezione 377. A luglio il governo si è rimesso al giudizio della Corte. In un affidavit di tre pagine, il ministero dell’Interno ha scritto: “Per quanto riguarda la validità costituzionale della Sezione 377 nella misura in cui si applica ad ‘atti consensuali tra adulti in privato’, l’Unione dell’India lascerà la suddetta questione alla saggezza dell’Onorevole collegio”. Si è così arrivati al verdetto del 6 settembre in cui si legge che “il sesso consenziente tra adulti in uno spazio privato, che non sia dannoso per le donne o i minori, non può essere negato poiché oggetto di una scelta individuale. La Sezione 377 è discriminatoria e viola i principi costituzionali”.

Questa settimana è stata abbattuta un’altra norma di epoca coloniale, inclusa nel codice penale nel 1847. “Chiunque abbia un rapporto sessuale con una persona che è e che sa o ha motivo di credere che sia la moglie di un altro uomo, senza il consenso o la connivenza di quell’uomo, nel caso in cui tale rapporto non costituisca reato di stupro, è colpevole di adulterio e sarà punito con la detenzione per un periodo fino a cinque anni o con una multa o con entrambe. In tal caso la moglie non sarà punita come complice”: questo l’articolo bocciato dalla Corte, l’unico del codice in cui si prevedeva un trattamento diverso per gli uomini e le donne. Anche questa norma è stata a lungo contestata: nel 1951 l’Alta corte di Bombay ne confermò la validità costituzionale; nel 1971, la Commissione diritto, un’agenzia governativa, raccomandò delle modifiche, che non furono mai apportate; nel 2003 il giudice della Corte suprema V. S. Malimath, incaricato di proporre riforme al sistema giudiziario penale, suggerì al governo di introdurre nella fattispecie la neutralità di genere, proposta che fu respinta. Anche in questo caso il cambiamento non è avvenuto per iniziativa governativa: anzi, il governo dell’Alleanza democratica nazionale (Nda) guidato dal Partito del popolo indiano (Bjp) di Narendra Modi si è espresso contro la depenalizzazione dell’adulterio, per salvaguardare l’istituzione del matrimonio.

Su un altro tema, invece, il governo ha preso l’iniziativa, incalzato dalla Corte suprema: quello del ripudio islamico istantaneo. Un anno fa la massima autorità giudiziaria ha dichiarato incostituzionale la pratica del triplo “talaq” istantaneo (o “talaq-e-biddat”), in base al quale ai mariti basta pronunciare tre volte in rapida successione la frase “Io divorzio da te” per sciogliere il matrimonio. Il governo ha quindi proposto il disegno di legge Muslim Women (Protection of Rights on Marriage) Bill, che vieta questo tipo di ripudio sotto qualunque forma – verbale o scritta, comunicazioni elettroniche comprese – e prevede per i colpevoli del reato fino a tre anni di detenzione; inoltre, viene garantito il diritto della moglie ripudiata di presentare a un tribunale la richiesta di mantenimento e l’istanza di custodia dei figli minori.

Il disegno di legge, approvato dalla Camera del popolo, la camera bassa, si è impantanato al Consiglio degli Stati, la camera alta, dove l’Alleanza nazionale democratica (Nda) non ha la maggioranza. A causare lo stallo è stato il nodo della pena detentiva ed è stata decisiva la posizione del principale partito di minoranza, il Congresso nazionale indiano (Inc), laico e di centrosinistra, in aggiunta alla contrarietà dei partiti musulmani e tradizionalisti. Il Congresso si è dichiarato a favore di una legge a tutela delle mogli, ma non della criminalizzazione dei mariti ripudianti, ritenendo eccessiva una sanzione penale per una pratica considerata fino a poco tempo fa legittima. Dopo dieci mesi di stallo, due settimane fa il Consiglio dei ministri dell’India ha emesso un’ordinanza, ovvero un decreto motivato da “urgente necessità”, in attesa di essere convertito dal parlamento.

Quella sul triplo “talaq” non è l’unica sentenza che, oltre ai diritti delle donne, coinvolge anche questioni religiose. Proprio oggi la Corte suprema ha stabilito che a nessuna donna può essere precluso l’ingresso al tempio induista di Sabarimala, nel Kerala, dedicato alla divinità Ayyappan, mettendo fine al tradizionale divieto che finora ha impedito l’accesso al luogo di pellegrinaggio alle donne di età compresa tra dieci e cinquant’anni. “La religione non può diventare una copertura per escludere e negare il diritto basilare di esercitare il culto (…) né la fisiologia può essere una ragione”, ha affermato la Corte. La massima autorità giudiziaria ha ritenuto prevalente il diritto all’uguaglianza su un divieto imposto da una tradizione religiosa e attribuito alla mancanza di “purezza” durante il ciclo mestruale.

I giudici hanno chiesto al consiglio del tempio se la restrizione costituisse una parte “essenziale e integrante” della fede, ma non sono stati convinti dalle sue argomentazioni e hanno ritenuto, invece, che sia il frutto di una credenza “patriarcale” in cui l’uomo ha uno status dominante; pertanto hanno concluso: “La pratica dell’esclusione sostenuta da una legislazione subordinata non è parte né essenziale né integrante della religione. Riteniamo la regola ultra vires”. Anche questa petizione ha una lunga storia: la battaglia legale è stata avviata più di vent’anni fa. Nel 1991 l’Alta corte del Kerala stabilì che la pratica era parte di un’antica tradizione e con costituiva una discriminazione; nel 2008 l’azione legale è ripartita, con il sostegno del governo keralita del Fronte democratico di sinistra (Ldf).

La sentenza è giunta all’indomani di un altro verdetto riguardante, invece, l’Islam. La stessa Corte ha deciso di non assegnare a un collegio allargato la revisione di una sua precedente sentenza secondo la quale “la moschea non è essenziale per la pratica dell’Islam”. Il pronunciamento era atteso con interesse nel paese, perché è collegato a una controversia annosa, la cosiddetta disputa di Ayodhya: nella città dell’Uttar Pradesh si trova un sito conteso tra gli induisti, che lo considerano il luogo di nascita della divinità Rama, e i musulmani, perché vi sorgeva la moschea di Babri, distrutta nel 1992 da una folla di attivisti hindu in seguito alla degenerazione violenta di una manifestazione politica.

Due anni più tardi la questione dell’acquisizione da parte dello Stato di un terreno legato a pratiche religiose giunse alla Corte suprema, che giudicò costituzionalmente legittima la legge che consentiva l’acquisto e argomentò che la preghiera può svolgersi in qualsiasi luogo e che non è indispensabile una moschea. Inoltre, i supremi giudici osservarono che il luogo di nascita di Rama non poteva essere spostato da un’altra parte mentre una moschea senza un particolare significato per l’Islam poteva essere trasferita altrove. La Corte ha ora spiegato che la sentenza del 1994 va riportata a quel contesto e che non è rilevante per la causa civile tuttora in corso in merito a quel terreno.

Gli ultimi interventi della Corte oltre a toccare temi sensibili dal punto di vista etico, culturale e del costume, lasciano il segno anche nella sfera pubblica e politica. I supremi giudici si sono pronunciati pochi giorni fa sull’Aadhaar Act, la legge istitutiva del sistema di identificazione biometrico Aadhaar, contro la quale erano state presentate 31 petizioni a causa delle sue implicazioni per la privacy. La massima autorità giudiziaria ha stabilito che la norma è costituzionale, che i suoi obiettivi e requisiti sono legittimi e che poteva essere approvata come legge di natura finanziaria, di competenza della sola Camera del popolo; ha ritenuto costituzionalmente valido anche il collegamento obbligatorio col numero Pan (Permanent Account Number), il codice fiscale.

Tuttavia, è stato definito incostituzionale l’obbligo di collegare le utenze di telefonia mobile al sistema, così come quello di utilizzare il sistema per gli esami di ammissione a scuole e università; i dati biometrici non possono essere condivisi con alcuna agenzia senza l’autorizzazione di un tribunale. La sentenza ha anche specificato che non è necessario che i conti correnti bancari siano collegati al numero identificativo unico. Inoltre, è stato bocciato l’articolo che consentiva ai privati di accedere ai dati Aadhaar per finalità di verifica. Sia la maggioranza che l’opposizione hanno accolto favorevolmente la sentenza. Il ministro delle Finanze, Arun Jaitley, ha detto che è stato accettato il concetto di numero identificativo unico e che ciò permetterà di conseguire un risparmio di 900 miliardi di rupie (quasi 10,5 miliardi di euro) all’anno, grazie all’erogazione mirata delle prestazioni sociali. Le limitazioni poste, d’altra parte, hanno soddisfatto il Congresso, principale forza della minoranza.

Oltre a legittimare un progetto di punta per la trasformazione digitale del paese, la Corte si è occupata di vari altri aspetti della privacy. Ad esempio ha acconsentito alla trasmissione in diretta via internet dei procedimenti giudiziari, nel rispetto di regole a tutela della dignità delle parti in causa che saranno formulate prossimamente. La massima autorità giudiziaria indiana ha motivato la sua decisione con finalità di trasparenza e interesse pubblico. “La luce del sole è il miglior disinfettante”, ha commentato il giudice Dhananjaya Y. Chandrachud, uno dei tre componenti del collegio che ha emesso la sentenza.

La Corte, inoltre, è intervenuta più volte su questioni riguardanti la vita politica, ad esempio pronunciandosi per la compatibilità tra l’esercizio dell’avvocatura e il mandato parlamentare. Al tempo stesso ha chiesto al parlamento di legiferare per precludere l’ingresso nell’attività politica a persone con procedimenti penali pendenti. In base alle norme attualmente in vigore in India, è vietato candidarsi alle elezioni per sei anni dopo una condanna penale; non c’è nessuna restrizione, però, sulla guida di un partito. Secondo i dati contenuti in un affidavit presentato dal governo a marzo, nel paese 1.765 rappresentanti eletti, nel parlamento federale o nelle assemblee legislative statali, ovvero poco più di un terzo del totale, sono accusati di reati penali.

Un collegio di cinque giudici ha redatto un documento in cui ha indicato le misure da introdurre per garantire il diritto dei cittadini di essere informati sui precedenti penali dei candidati. Secondo le indicazioni dei supremi giudici ogni candidato deve dichiarare i suoi precedenti alla Commissione elettorale e informare il suo partito e i partiti devono obbligatoriamente pubblicare tali informazioni sul loro sito internet. La Corte ha osservato anche che nella politica indiana c’è una presenza elevata di persone con precedenti penali e che la corruzione è una minaccia per la vita democratica. La massima autorità giudiziaria ha esortato il legislatore a procedere al più presto, prima di conseguenze “fatali per la democrazia”. (Inn)
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