FYROM
 
Fyrom: domenica paese alle urne per confermare nome Repubblica di Macedonia del Nord
 
 
Skopje, 28 set 2018 17:10 - (Agenzia Nova) - I cittadini dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom) sono chiamati alle urne domenica 30 settembre per esprimersi sul referendum volto a confermare lo “storico” accordo sul nuovo nome del paese. Repubblica di Macedonia del Nord il nome costituzionale proposto per il paese balcanico, in base a quanto previsto dall’accordo siglato sulle rive del lago di Prespa il 17 giugno dai governi di Skopje e Atene. Un compromesso “dignitoso” che andrebbe a chiudere una disputa durata 27 anni, dal momento dell’indipendenza dell’ex repubblica jugoslava riconosciuta dalla Grecia e da molti paesi della comunità internazionale tra cui l’Italia con l’acronimo inglese (Former Yugoslav Republic of Macedonia), per i sostenitori dell’intesa: Unione europea, Nato e Stati Uniti; una rinuncia “dannosa” dell’identità nazionale e dell’attuale nome costituzionale "Repubblica di Macedonia" per i detrattori dell’accordo, che criticano in particolare la “qualificazione geografica” davanti alla parola Macedonia e il fatto che il governo di Skopje ha scelto un quesito referendario “fuorviante” che lega direttamente l’accettazione dell’intesa di Prespa all’adesione del paese alla Nato e all’Ue.

“Non sarà un una scelta tra due partiti politici ma una scelta per il futuro del paese”, ha dichiarato il primo ministro Zoran Zaev, l’artefice da parte macedone di questa storica intesa con il governo greco dell’omologo Alexis Tsipras. Zaev ha ricordato che nel 1991 i cittadini hanno votato per l'indipendenza del paese nella speranza di entrare a fare parte della Nato e dell'Ue: "Oggi siamo vicini al raggiungimento di quel sogno", ha detto. Il premier macedone ha spiegato che è vero che è stata aggiunta una qualificazione geografica davanti al nome del paese "ma nessuno può negare la nostra identità". "La nostra lingua e la nostra identità sono protette per sempre", ha dichiarato Zaev facendo notare che anche l'inno nazionale e la bandiera rimarranno immutati in base all’accordo di Prespa.

L’accordo sul nome tra Skopje e Atene è fortemente sostenuto dalla comunità internazionale, con diversi leader mondiali che si sono recati in visita ufficiale nella capitale macedone prima del voto: tra questi il segretario generale Nato Jens Stoltenberg, il cancelliere tedesco Angela Merkel, il segretario di Stato Usa alla Difesa James Mattis e l’Alto rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini. Da tutti loro è arrivato un chiaro messaggio sul fatto che la Fyrom si trova “ad un crocevia”, in vista di una scelta decisiva per la sua integrazione euro-atlantica. Stoltenberg e Mogherini hanno dichiarato apertamente che le porte della Nato e dell’Ue "sono aperte per Skopje" e che spetta ai cittadini macedoni la decisione se entrare a fare parte di queste organizzazioni. Il commissario Ue all’Allargamento Johannes Hahn è stato molto esplicito riguardo l’importanza della scelta affermando che in caso di vittoria del “No” al referendum del 30 settembre il paese balcanico rischia di vedere bloccato “per decenni” il cammino di integrazione euro-atlantica.

Anche da parte Usa il sostegno è stato molto esplicito, con messaggi in favore dell’accordo di Prespa inviati dal presidente Donald Trump e dal segretario di Stato Mike Pompeo, a precedere la visita a Skopje del segretario Usa alla Difesa James Mattis, primo capo del Pentagono a tornare nella capitale macedone dopo 14 anni. Da quest’ultimo è arrivata anche una chiara accusa nei confronti della Russia: “Non ci sono dubbi che Mosca sta finanziando alcuni gruppi politici filo-russi in Macedonia per far fallire il referendum sul nuovo nome e quindi l'integrazione di Skopje nella Nato”, ha affermato Mattis. Secondo quanto riportato dal quotidiano "Washington Post", Mattis ha detto che è diverso l'approccio degli Usa e della Nato che dicono "apertamente" alla stampa quello che pensano, e quello russo che si concretizza nel "trasferimento di denaro a persone dietro le scene" e nel "mettere insieme parti" che controllano o provano a controllare. La posizione del segretario Usa alla Difesa è stata anche in parte ridimensionata dallo stesso premier macedone Zaev, il quale ha precisato che “non ci sono prove” di un’ingerenza della Russia, paese che “sostiene la nostra adesione all’Ue e non fa mistero di non essere favorevole al nostro ingresso nella Nato”.

Contrario all’accordo sul nome, pur essendo favorevole all’integrazione euro-atlantica, è invece il capo dello Stato macedone Gjorge Ivanov, il quale dopo aver rifiutato di promulgare l’intesa di Prespa in seguito alla ratifica in parlamento ha dichiarato esplicitamente che non si recherà alle urne domenica. "Per quanto mi riguarda, ho già votato 27 anni fa, l'8 settembre 1991 (nel referendum sull'indipendenza del paese dall'ex Jugoslavia). Non torno indietro alla mia decisione", ha affermato Ivanov in riferimento alla volontà di non firmare la ratifica dell'accordo, proprio per questo già avvenuta due volte nel parlamento di Skopje. "Non andrò a votare il 30 settembre", ha spiegato il capo dello Stato. Secondo Ivanov, l'accordo di Prespa crea "un nuovo Stato semi-sovrano, con una nuova identità interna e internazionale". “Votare al referendum è un diritto e non un obbligo per i cittadini macedoni”, ha dichiarato anche ieri sera il presidente macedone nel suo intervento alla sessione plenaria dell'Assemblea generale Onu a New York. Il presidente Ivanov ha ricordato nel suo intervento come la capitale macedone Skopje sia stata visitata nelle scorse settimane, in vista del referendum del 30 settembre, da diversi leader politici mondiali, il cui messaggio però a modo di vedere del capo dello Stato sarebbe stato "male interpretato".

Ivanov ha in particolare criticato il legame diretto tra l'integrazione euro-atlantica di Skopje e l'accordo siglato sul nuovo nome, sostenendo che si tratta di una tesi insostenibile in quanto il paese merita l'adesione alla Nato e all'Ue senza dover però accettare "un accordo dannoso" per l'identità nazionale. "Invito tutti i paesi che hanno già riconosciuto la Repubblica di Macedonia con il suo nome costituzionale, a non cambiare la propria posizione", ha affermato il presidente macedone aggiungendo che l'accordo non unisce greci e macedoni "ma li divide". "Il diritto di scegliere un nome è inalienabile ed è parte dell'autodeterminazione", ha spiegato Ivanov invitando anche i paesi che hanno riconosciuto Skopje con il nome costituzionale di Repubblica di Macedonia a confermare "la propria scelta sovrana" ed a non cambiare posizione in base a compromessi o "pressioni esterne". Tra i paesi che riconoscono Skopje con l’attuale nome costituzionale di Repubblica di Macedonia ci sono proprio gli Stati Uniti, come emerso in queste settimane invece tra i principali sostenitori dell’accordo di Prespa.

"Dire Repubblica di Macedonia non è un insulto verso nessuno e non deve essere una vergogna", ha aggiunto il capo dello Stato macedone tornando a criticare l'accordo con la Grecia, che ha concordato di eliminare il suo veto all'adesione di Skopje nella Nato e nell'Ue in caso di rinuncia da parte del paese al suo nome costituzionale di "Repubblica di Macedonia". Tale nome costituzionale è ritenuto da Atene un'usurpazione della storia e della cultura della sua omonima regione settentrionale con capoluogo Salonicco. Ivanov ha espresso la sua posizione secondo cui nemmeno l'integrazione euro-atlantica, da sempre obiettivo strategico per Skopje, dovrebbe servire da "alibi" per accettare l'accordo "dannoso" siglato dai governi di Fyrom e Grecia. Opinione opposta a quella del capo dello Stato macedone è stata espressa da buona parte della comunità internazionale.

La posizione di Ivanov contro l’accordo sul nome è stata più dura anche di quella del maggiore partito dell’opposizione, Organizzazione rivoluzionaria interna-Partito democratico per l’unità nazionale macedone (Vmro-Dpmne), che ha votato contro la ratifica dell’accordo in parlamento ma, pur ribadendo di essere contrari all’intesa, ha inviato un messaggio secondo cui i cittadini dovrebbero votare “secondo coscienza” domenica e in ogni caso il verdetto che emergerà dalle urne sarà rispettato. Secondo il ministro degli Esteri Nikola Dimitrov, le dichiarazioni del presidente Ivanov sulla sua decisione di non andare a votare al referendum sulla modifica del nome "attestano una vergognosa mancanza di responsabilità". Dimitrov ha aggiunto che "le dichiarazioni di Ivanov, mentre si trova dall'altra parte dell'Oceano" evidenziando anche "una mancanza di visione" da parte del capo dello Stato. Secondo Dimitrov, Ivanov non è peraltro nuovo a questo tipo di prese di posizione: nel 2017 si opponeva alla concessione del mandato da premier al leader dell'Unione socialdemocratica di Macedonia (Sdsm) Zoran Zaev, poi si è opposto alla nuova legge che riconosce all'albanese lo status di lingua ufficiale, e ora si oppone all'accordo sul nome raggiunto con la Grecia.

Lo stesso Dimitrov ha spiegato che in caso di affermazione del Sì, gli emendamenti alla Costituzione macedone saranno adottati dal parlamento con una maggioranza dei due terzi. Come sottolineato da Dimitrov, la prima modifica sarà quella di "aggiungere la qualificazione geografica nord dopo Repubblica di Macedonia"; sarà poi evidenziata l'inviolabilità dei confini greco-macedoni; saranno tutelati i diritti della minoranza macedone nei paesi confinanti; non saranno apportate modifiche al preambolo relativo alla storia del paese a partire dalla rivolta dell'Ilinden nel 1903 fino al referendum sull'indipendenza dell'8 settembre 1991. "Le parole non sono sul tavolo, e non sono state negoziate, in quanto spetta al parlamento", ha chiarito il ministro degli Esteri. "I cittadini hanno la chiave per aprire la porta dell'adesione alla Nato e all'Ue", ha ribadito Dimitrov a pochi giorni dal referendum.

Pur non essendo una scelta tra due partiti politici quindi, il premier Zaev si gioca con il voto di domenica una buona parte del suo futuro politico, in quanto il referendum sarà inevitabilmente anche un voto sulla sua politica di riconciliazione con i vicini nei Balcani e sul suo operato ad un anno e mezzo dall’inizio del suo mandato nel maggio 2017. Zaev ha impresso radicali cambiamenti nell’orientamento politico del paese, dopo 10 anni di governo a guida Vmro-Dpmne, e l’accordo sul nome rappresenta un elemento chiave della sua azione volta a smorzare i nazionalismi per aprire i Balcani alla riconciliazione ed alla cooperazione per il bene dei cittadini. “Fermate questo isolamento. E’ giunto il momento di integrare i cittadini e farli diventare cittadini dell'Unione europea", ha rimarcato Zaev durante un comizio nei giorni scorsi nella città di Negotino. Zaev ha sottolineato che l’accordo di Prespa ha trasformato i greci “da nemici ad amici della Macedonia”. "La politica tesa a favorire rapporti di buon vicinato nei Balcani sta già portando benefici concreti alla Repubblica di Macedonia", ha osservato il primo ministro macedone. Come esempio di questi risultati, il premier della Fyrom ha fatto notare che l'interscambio commerciale con la Bulgaria ha registrato un aumento del 12 per cento su base annua. Lo stesso risultato, ha aggiunto Zaev, è possibile con la Grecia dopo la firma dello storico accordo sul nome. "Ci aspettiamo che il valore dell'interscambio tra i due paesi raddoppierà", ha dichiarato Zaev.

Sono 1.806.336 gli elettori macedoni aventi diritto al voto. I seggi elettorali in tutto il paese saranno aperti domenica dalle 7 alle 19 ora di Skopje. Il referendum sarà monitorato da circa 12 mila osservatori nazionali e quasi 500 stranieri. Il quesito referendario è il seguente: "Sei favorevole all'adesione all'Ue e alla Nato accettando l'accordo tra la Repubblica di Macedonia e la Repubblica di Grecia". I sondaggi diffusi nelle settimane prima del voto vedono il “Sì” in lieve vantaggio e anche il quorum per rendere valido il referendum dovrebbe essere superato. In caso di conferma del nome Repubblica di Macedonia del Nord nel verdetto delle urne, per la definitiva entrata in vigore dell’accordo rimarrebbe da superare la posizione contraria del presidente Ivanov - che comunque in base alla Costituzione, data la seconda ratifica parlamentare, sarebbe costretto ad accettare l’intesa - e soprattutto rimane necessario il voto di ratifica nel parlamento di Atene, un passo previsto attorno al mese di marzo ma non scontato data la forte opposizione del partito nazionalista Greci indipendenti (Anel), partner della coalizione governativa con Syriza. (Mas)
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