EGITTO
 
Egitto: Al Sisi verso un secondo mandato, leadership salda nonostante tensioni
 
 
Il Cairo, 25 gen 2018 18:54 - (Agenzia Nova) - In una Cairo blindata, capitale di un Egitto che attende le elezioni presidenziali del marzo prossimo in un clima di tensione, ricorrono oggi due importanti anniversari. Sono, infatti, trascorsi, sette anni dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011, che condusse alla deposizione dell’allora capo dello Stato egiziano, Hosni Mubarak, in carica dal 1981. Il 25 gennaio del 2016 è avvenuta, invece, la scomparsa al Cairo del ricercatore italiano Giulio Regeni, trovato morto con evidenti segni di tortura alla periferia della capitale egiziana il 3 febbraio successivo. A dominare gli anniversari odierni e la politica egiziana, sia interna sia internazionale, l’attuale capo dello Stato, il generale Abdel Fatah al Sisi, salito al potere nel 2014 dopo la deposizione del predecessore Mohamed Morsi. Eletto nel 2013, Morsi, considerato vicino all’organizzazione islamica della Fratellanza musulmana, venne rimosso da una sollevazione popolare, provocata dai timori per quella che veniva percepita come una progressiva islamizzazione dell’Egitto. I moti, iniziati il 3 luglio 2013, vennero cavalcati dall’esercito egiziano, allora comandato da Al Sisi, che ricopriva anche l’incarico di ministro della Difesa. Oggi, Al Sisi appare diretto verso la rielezione, alla guida di un Egitto che, nonostante i problemi economici e di sicurezza, è sempre più un attore fondamentale per la politica del Medio Oriente.

Negli ultimi giorni, un secondo mandato dell’attuale presidente egiziano è divenuto più probabile a seguito dei recenti sviluppi nella corsa alla presidenza. Al Sisi, che ha annunciato la propria candidatura il 19 gennaio scorso, pare, infatti, non avere più avversari. L'ex primo ministro Ahmed Shafiq, dopo avere affermato la sua intenzione di candidarsi, ha deciso di non concorrere alle elezioni. Mohamed Anwar al Sadat, nipote del presidente Sadat assassinato nel 1981, ha invece rinunciato a presentarsi alle elezioni denunciando “un’atmosfera ostile". Il 23 gennaio, il generale Sami Hafez Annan, già capo di Stato maggiore, è stato arrestato per aver violato con la sua candidatura alla presidenza il regolamento militare, che impedisce agli ufficiali in servizio di presentarsi alle elezioni. Infine, ieri, 24 gennaio, Khaled Ali, avvocato e attivista per i diritti umani, ha annunciato ufficialmente il proprio ritiro dalla competizione elettorale. Nella stessa giornata, il comitato elettorale di Al Sisi ha presentato ufficialmente la candidatura dell’attuale capo dello Stato, approvata oggi dall’Autorità nazionale per le elezioni (Nea).

La commissione elettorale egiziana ha, infatti, riscontrato che il presidente Al Sisi, ha presentato le firme raccolte in 25 governatorati. La legge elettorale egiziana prevede che la candidatura alle presidenziali possa essere presentata soltanto dopo aver raccolto 20 mila firme di aventi diritto al voto in 15 governatorati e 20 firme di deputati. Nel caso in cui non vi siano le 20 firme dei deputati, il potenziale candidato deve ottenere 25 mila firme dai cittadini aventi diritto di voto in 15 governatorati e mille sostenitori in ogni governatorato. Queste limitazioni riducono notevolmente la rosa nei possibili candidati, al momento azzerata dagli eventi degli ultimi giorni. In base a quanto reso noto dalla Nea, la candidatura di Al Sisi è sostenuta 549 deputati (su 596 totali) e 173.000 firme di cittadini. Ai sensi dell'articolo 36 della Costituzione del 2014, nel caso dovesse esserci un solo concorrente, l’elezione sarà ritenuta valida se voterà almeno il 5 per cento degli aventi diritto. In caso contrario, l’Autorità nazionale per le elezioni ricomincerà il processo elettorale. Nonostante questo possibile esito, i dati della Nea danno evidente dimostrazione del consenso di cui gode l’attuale capo dello Stato egiziano e potrebbero anticipare un secondo mandato di Al Sisi.

La salda posizione di Al Sisi alla guida dell’Egitto si riflette sul crescente importanza che il paese sta assumendo sul piano internazionale, specialmente nella regione del Medio Oriente. Lo dimostra, ad esempio, la mediazione del Cairo per la riconciliazione tra le fazioni palestinesi Fatah e Hamas, che hanno raggiunto un accordo a ottobre del 2017. Più recentemente, il ruolo dell’Egitto per la stabilità del Medio Oriente è stato riconosciuto dagli Stati Uniti, durante la visita del vicepresidente Mike Pence al Cairo del 20 gennaio scorso. Nonostante la netta divergenza tra Usa ed Egitto sul riconoscimento di Washington di Gerusalemme come capitale di Israele, cui Il Cairo si oppone, Pence ha lodato l'azione dell'Egitto per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. In particolare, il vicepresidente degli Usa ha affermato che il Cairo “non ha rinunciato al suo ruolo nel raggiungimento della pace”. Inoltre, la seconda carica istituzionale statunitense ha espresso il proprio apprezzamento per la mediazione svolta dall'Egitto nella riconciliazione tra le fazioni palestinesi.

Pence ha poi dichiarato che gli Stati Uniti sono “al fianco dell'Egitto” nella lotta al terrorismo e che intendono continuare a cooperare con il Cairo per la stabilità del Medio Oriente. “Nel prossimo futuro, gli Stati Uniti desiderano sviluppare le relazioni” con l'Egitto, ha detto Pence, “alla luce della miriade di sfide che attendono la regione”. Il vicepresidente degli Stati Uniti ha poi affermato che il suo paese “guarda all'Egitto come un partner strategico e conta sempre su di esso nelle diverse questioni e crisi” del Medio Oriente. “L'Egitto combatte fieramente contro il terrorismo e gli Stati Uniti sostengono sia questa battaglia sia le riforme economiche”, ha concluso Pence. Il terrorismo è, infatti, la principale minaccia alla stabilità dell’Egitto, in cui è in vigore lo stato di emergenza nazionale. Nel paese sono, infatti, avvenuti gravi attentati e le Forze armate egiziane sono costantemente impegnate contro le organizzazioni terroristiche attive nella Penisola del Sinai.

Mentre conferma solidi e positivi rapporti con gli Usa, l’Egitto di Al Sisi vede salire la tensione con Turchia, Qatar e Sudan, fronte geopolitico che appoggia la Fratellanza musulmana, messa fuori legge dalle autorità del Cairo nel 2013 a seguito della deposizione di Morsi. In particolare, Il Cairo è preoccupata per la costruzione di una base della Marina militare turca nel porto sudanese di Suakin, sul Mar Rosso, prevista dagli accordi di cooperazione militare tra Sudan e Turchia firmati alla fine di dicembre 2017. Tali intese fanno seguito a quelle tra la Turchia e la Somalia per l’apertura di una base di addestramento delle forze somale nel paese del Corno d’Africa, dove Ankara tenta di ampliare la propria influenza. Un ulteriore esempio del livello raggiunto dalla tensione tra Il Cairo e Ankara è dato dalle accuse rivolte dall’Egitto indirettamente alla Turchia dopo l’attentato avvenuto ieri, 24 gennaio, a Bengasi in Libia. Per il Cairo, la Turchia è, infatti, responsabile dell’attacco che, come altri attentati in Libia, è il risultato della prosecuzione delle attività di contrabbando in assenza di un controllo rigoroso da parte della comunità internazionale. Tale fenomeno è stato denunciato dall'Egitto dopo il sequestro di una nave turca carica di esplosivi e armi diretta in Libia, come affermato dal ministero degli Esteri del Cairo in una nota.

La tensione tra Il Cairo e Ankara è poi apparsa nel colloquio telefonico avuto ieri tra il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, e l’omologo statunitense, Rex Tillerson. Durante la conversazione, dedicata al conflitto siriano e alle operazioni militari condotte dalle Forze armate turche in Siria settentrionale, Shoukry ha sottolineato la necessità di “rafforzare le aspirazioni del popolo siriano e preservare l'integrità territoriale del paese e delle sue istituzioni”. In merito all’operazione militare condotta da Ankara nel nord della Siria, il ministro degli Eseri egiziano ha ribadito la necessità di rispettare la sovranità della Siria e di evitare di “aumentare le difficoltà” della popolazione. "La continuazione di queste operazioni militari rappresenta una grave minaccia per le prospettive di raggiungere una soluzione politica e la lotta contro il terrorismo in Siria", ha affermato Shoukry.

Nonostante la tensione tra il Cairo e altri paesi della regione e la precarietà della situazione di sicurezza in Egitto, l’agenzia di rating Fitch ha recentemente corretto in positivo le previsioni sulle obbligazioni a lunga scadenza emesse dal governo del Cairo in valuta straniera (Idr). Il rating dell’Egitto è ora di categoria B+, salendo da "stabile" a “positivo”. Fitch ha poi rilevato che l’elevata inflazione che affligge l’Egitto inizia a ridursi dopo il picco raggiunto a seguito della svalutazione della sterlina egiziana. La misura è stata attuata dalla Banca centrale egiziana nel quadro delle riforme previste dal prestito di 12 miliardi di dollari erogato dal Fondo monetario internazionale (Fmi). A ogni modo, ha precisato Fitch, l’elevata inflazione continuerà a rappresentare un problema per l’economia egiziana.

Nonostante il livello dei prezzi in aumento e i problemi demografici dovuti al netto incremento della popolazione, il quadro economico dell’Egitto governato da Al Sisi pare, tuttavia, avviato al miglioramento. Il Cairo ha, infatti, avviato con decisione una campagna volta all’attrazione di investimenti esteri, specialmente nei settori manifatturiero ed energetico. In tale ambito rientrano l’apertura della Zona economica del Canale di Suez (Sczone) e lo sviluppo dei giacimenti di gas naturale al largo delle coste egiziane. Tra questi, vi è il campo di Zohr, scoperto da Eni nel 2015 ed entrato ufficialmente in funzione a dicembre del 2017. Nella concessione di Shorouk, dove si trova il giacimento di Zohr, le autorità egiziane svolgeranno una nuova indagine sismica per aumentare le riserve comprovate, secondo quanto dichiarato oggi dal ministro del Petrolio egiziano, Tarek el Molla.

Mentre l’Egitto di Al Sisi pare avviarsi verso lo sviluppo economico e la conferma del suo ruolo internazionale, la questione dell’omicidio di Giulio Regeni getta un’ombra sul paese nordafricano. Dopo due anni non sono ancora stati individuati i mandanti dell’assassinio del ricercatore italiano. Tuttavia, per il procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, che segue le indagini con il sostituto procuratore Sergio Colaiocco, nonostante le difficoltà oggettive che l'inchiesta ha comportato, sono stati raggiunti risultati concreti. In primo luogo, si è potuto evitare che le indagini finissero su piste sbagliate, come un'inesistente attività di spionaggio da parte di Regeni o la responsabilità di una banda di criminali comuni. Secondariamente, afferma Pignatone in un intervento pubblicato oggi sul “Corriere della Sera”, sono stati fissati alcuni punti fermi nel cui quadro dovranno inserirsi i prossimi approfondimenti sull'omicidio. "Innanzitutto il movente, pacificamente da ricondurre alle attività di ricerca effettuate da Giulio nei mesi di permanenza al Cairo”, sostiene il procuratore della Repubblica di Roma. “È inoltre emerso con chiarezza il ruolo di alcune tra le persone che Giulio ha conosciuto nel corso di tali ricerche, persone che lo hanno tradito”, prosegue Pignatone. Infine, “è stata anche messa a fuoco l'azione degli apparati pubblici egiziani che già nei mesi precedenti avevano concentrato su Giulio la loro attenzione, con modalità sempre più stringenti, fino al 25 gennaio”, conclude il magistrato italiano. (Cae)
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