INDIA
 
India: Kashmir, partiti di opposizione manifestano per liberazione leader politici
 
 
Nuova Delhi, 22 ago 12:58 - (Agenzia Nova) - Diversi partiti di opposizione indiani hanno organizzato una manifestazione congiunta oggi a Jaipur, nel Rajasthan, per chiedere “il rilascio dei leader detenuti nel Jammu e Kashmir”. All’iniziativa, guidata dal Dravida Munnetra Kazhagam (Dmk), hanno aderito il Congresso nazionale indiano (Inc), il Rashtriya Janata Dal (Rjd), il Samajwadi (Sp), il Partito comunista marxista (Cpm), il Partito comunista (Cpi), il Loktantrik Janata Dal (Ljd), l’All India Trinamool Congress (Tmc) e la Conferenza nazionale del Jammu e Kashmir (Nc). I partecipanti, inoltre, hanno chiesto il ritorno alla normalità nello Stato, al quale è stato revocato lo statuto speciale che gli garantiva, attraverso l’articolo 370 della Costituzione, un’ampia autonomia e che è sottoposto a stringenti misure di sicurezza, tra le quali il blocco delle connessioni internet. Non si sa esattamente quanti siano i politici e gli attivisti arrestati dal 5 agosto, giorno in cui Nuova Delhi ha deciso la revoca. Gli arresti sono stati effettuati in base al Jammu and Kashmir Public Safety Act (Psa), la legge del 1978 sulla pubblica sicurezza che consente alle autorità di detenere persone senza processo e senza incriminazione per un periodo fino a due anni per prevenire atti illeciti.

Tra gli arrestati di spicco figurano tre ex capi del governo statale: Farooq Abdullah, 83 anni, presidente della Conferenza nazionale, e il figlio Omar, 49 anni, e Mehbooba Mufti, 60 anni, presidente del Partito democratico popolare (Pdp). La Conferenza nazionale, partito autonomista favorevole alla permanenza nell’Unione indiana e alla riunificazione del Kashmir, è stato quasi sempre al governo statale, approvandone la Costituzione con statuto speciale e attuando la riforma fondiaria. Il Pdp è una formazione regionalista che ha governato dal 2015 a giugno 2018, in coalizione col Partito del popolo indiano (Bjp). Poi ci sono alcuni leader separatisti: Syed Ali Geelani, 89 anni, leader delle coalizioni All Parties Hurriyat Conference (Aphc ) o Hurriyat e Joint Resistance Leadership (Jrl); Mirwaiz Umar Farooq, 46 anni, presidente del Comitato d’azione Awami, una delle fazioni principali dell’Hurriyat. Altri nomi di rilievo sono quelli dell’indipendente Shah Faesal, 36 anni, fondatore del Movimento popolare del Jammu e Kashmir (Jkpm), e di Mian Abdul Qayoom, 69 anni, presidente dell’Associazione forense del Kashmir.

È improbabile che le proteste degli oppositori politici sortiscano effetti. Il sottosegretario all’Interno Gangapuram Kishan Reddy, ha fatto sapere che non ci sono piani di ridimensionamento del massiccio schieramento militare nello Stato. Il Partito del popolo indiano è in un momento di grande forza e ha comunicato di aver registrato 23 mila nuove iscrizioni in una campagna di adesioni condotta negli ultimi giorni nella Valle del Kashmir. Intanto, nonostante l’allentamento delle restrizioni diurne in molti distretti, la situazione non è ancora tornata alla normalità. Da oggi è stata disposta la riapertura delle scuole media, dopo quella delle primarie, a partire da lunedì. Le aule, però, restano vuote, anche perché i trasporti pubblici sono ancora fermi.

Il 5 e il 6 agosto il Consiglio degli Stati e la Camera del popolo, rispettivamente la camera alta e bassa del parlamento indiano, su proposta del governo, hanno approvato un ordine presidenziale e una risoluzione – Constitution (Application to Jammu & Kashmir) Order e Resolution for Repeal of Article 370 of the Constitution of India – per la revoca dell’articolo 370 della Costituzione dell’India che riconosceva allo Stato di Jammu e Kashmir uno statuto speciale, con una costituzione propria e un’ampia autonomia. A ciò si è aggiunta l’approvazione di un disegno di legge – il Jammu & Kashmir (Reorganisation) Bill – che prevede la soppressione dello Stato di Jammu e Kashmir e il suo smembramento, a partire dal 31 ottobre, in due Territori dell’Unione: il Territorio di Jammu e Kashmir, con assemblea legislativa, e quello del Ladakh, senza assemblea.

L’articolo 370, in combinazione con l’articolo 35A, dal 1954 ha concesso ai residenti del Jammu un trattamento differenziato in materia di cittadinanza, proprietà immobiliari e diritti fondamentali. In virtù delle sue disposizioni, ai cittadini indiani di altri Stati è stato finora vietato di acquistare terreni o immobili nel Jammu e Kashmir, di stabilirvisi in modo definitivo o di lavorare per l’amministrazione locale. I Territori dell’Unione sono divisioni amministrative che, diversamente dagli Stati, che hanno governi propri, sono territori federali governati direttamente dal governo centrale. L’India attualmente ha 29 Stati (compreso il Jammu e Kashmir) e sette Territori dell’Unione, di cui due con assemblee legislative e cinque senza.

Il programma elettorale del Partito del popolo indiano (Bjp) di Narendra Modi, presentato ad aprile, conteneva l’impegno ad abrogare l’articolo 35A della Costituzione, che attribuisce allo Stato di Jammu e Kashmir il potere di definire i “residenti permanenti” e garantire loro diritti speciali e privilegi: “Noi crediamo che l’articolo 35A sia un ostacolo allo sviluppo dello Stato”, spiegava il documento. Sull’articolo 35A è aperta una questione di legittimità alla Corte suprema, perché fu incorporato nella Costituzione nel 1954 per ordine dell’allora presidente della Repubblica, Rajendra Prasad. Sul 35A si fondano i diritti speciali dei residenti, mentre lo status speciale dello Stato si fonda sull’articolo 370, contenente disposizioni transitorie sullo statuto.

Lo Stato di Jammu e Kashmir fu istituito nel 1947, in seguito all’adesione del principato di Jammu e Kashmir all’India. È l’unico tra gli Stati indiani ad avere una popolazione a maggioranza musulmana, in un’India a prevalenza induista: più del 68 per cento. La lingua kashmira è la più parlata, da oltre il 53 per cento degli abitanti, anche se è l’urdu la lingua ufficiale. Da sempre il Jammu e Kashmir è rivendicato dal vicino Pakistan, a prevalenza musulmana, che lo considera un territorio occupato. A sua volta l’India rivendica l’intero territorio kashmiro, che attualmente è controllato in parte da un paese e in parte dall’altro: circa il 43 per cento corrisponde al Jammu e Kashmir indiano; circa il 37 per cento alle divisioni amministrative pakistane Azad Kashmir e Gilgit-Baltistan. Le due parti sono separate dalla linea di controllo, la demarcazione militare tracciata in seguito all’Accordo di Simla del 1972.

Si distinguono diverse guerre indo-pakistane legate al territorio kashmiro: del 1947, del 1965 e del 1999. Nonostante le successive dichiarazioni di pace e cessate il fuoco, gli scontri proseguono tuttora, con una recrudescenza dal 2016 e un ulteriore aumento della tensione quest’anno. Quello del Kashmir, tuttavia, non è solo un conflitto tra i due Stati, ma anche interno all’India, esploso soprattutto a partire dal 1989, anno delle prime azioni dei ribelli separatisti. Si stima che dagli anni Ottanta, tra le azioni pakistane e la repressione indiana, siano morte in Kashmir almeno 40 mila persone, per la maggioranza civili. Tale situazione ha giustificato finora la concessione di una larga autonomia, che il secondo governo Modi, nell’ambito di un programma che dà priorità alla sicurezza nazionale e dichiara “tolleranza zero” contro il terrorismo, ha deciso di revocare. (Inn)
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