8 MARZO
 
8 marzo: progressi per le donne in Medio Oriente e nel Nord Africa, ma la parità è lontana
 
 
Roma , 07 mar 14:01 - (Agenzia Nova) - Negli ultimi dodici mesi alcune donne del Medio Oriente e del Nord Africa, area a maggioranza musulmana, ma con una componente di cristiani ed ebrei, hanno assunto ruoli di rilievo nei loro paesi di origine, sono state insignite di onorificenze e in certi Stati hanno ottenuto benefici giuridici. In Tunisia, per esempio, il 3 luglio dello scorso anno, Souad Abderrahim è stata eletta ufficialmente prima sindaco donna di Tunisi. Lo scorso 31 gennaio il Libano ha nominato ministro dell’Interno, Raya al Hassan, prima donna ad assumere l’incarico nel paese e sostenitrice di un progetto di legge sul matrimonio civile. Le donne nel mondo arabo-musulmano quest’anno celebrano anche il Nobel per la pace assegnato lo scorso ottobre a Nadia Murad, attivista yazida irachena, rapita nel 2014 dallo Stato islamico e ridotta in schiavitù. Inoltre, l’Arabia Saudita, nel quadro dell’ambizioso programma di riforme Vision 2030, ha revocato lo scorso anno il divieto di guida imposto alle donne e ha introdotto una norma che pone fine ai divorzi segreti.

Nella giornata in cui ogni anno si ricordano le conquiste sociali, economiche e politiche delle donne, ma anche le discriminazioni e gli episodi di violenza, emerge che sia nell’area del Medio Oriente che del Nord Africa, ma anche in Europa, molto deve essere ancora fatto per l’uguaglianza di genere, soprattutto in tema di inclusione economica. Nella classifica della Banca mondiale sull’inclusione economica delle donne, il Marocco si è piazzato al primo posto nella regione del Maghreb con un punteggio di 73,13 su 100 punti. Il regno figura davanti alla Tunisia (58,75 punti), all’Algeria (57,50 punti), alla Libia (57,59) e alla Mauritania (41,88). Su scala mondiale, il Marocco si trova più o meno a metà classifica (a pari merito con la Federazione russa), mentre gli altri quattro paesi figurano più indietro nella lista delle 187 nazioni prese in esame. Lo studio copre un periodo di dieci anni.

In Tunisia, paese spesso preso a modello delle democrazie arabe, le donne ricevono solo la metà dei diritti degli uomini (58 per cento), il che impedisce loro di accedere all'occupazione, di avviare un'impresa e di prendere decisioni economiche migliori per loro e le loro famiglie. L’indice valuta le fasi importanti della vita professionale di una donna, dal primo lavoro al pensionamento, nonché le tutele legali associate a ciascuna di queste fasi. Tra le aree misurate dallo studio vi sono in primo luogo libertà di movimento, la possibilità di creare un business senza il consenso di un tutore, l'esercizio delle funzioni uguali agli uomini e la protezione contro le molestie sessuali. Le economie del Medio Oriente e del Nord Africa hanno introdotto 19 riforme, afferma ancora il rapporto; la regione ha il punteggio medio più basso in termini di parità di genere, con un indice di 47,37. I sei paesi hanno ottenuto il punteggio massimo (100 punti) sono Belgio, Danimarca, Francia, Lettonia, Lussemburgo e Svezia, dove è riconosciuto la parità di diritti per le donne e gli uomini nelle aree analizzate.

Secondo il rapporto della Banca mondiale, la regione del Medio Oriente indicato valori più bassi rispetto a quelli del Nord Africa. I paesi del Medio Oriente si piazzano, infatti, in fondo alla classifica della Banca Mondiale sull’inclusione economica delle donne, con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran che occupano le ultime posizioni su una lista di 187 nazioni. I paesi della regione che non superano i 35 punti su 100 sono ben sei: Arabia Saudita (25,63); Emirati (28,38); Iran (31,25); Qatar (32,50); Kuwait (35); Giordania (35). Un punteggio leggermente migliore lo hanno fatto registrare Bahrein (37,50); Iraq (41,88); Oman (44,38). L’Egitto, il più popoloso paese arabo e della regione del Medio Oriente e Nord Africa, si è piazzato poco più in alto nella classifica al 166mo posto con 50,63 punti. Decisamente diversa la situazione di Israele al 76mo posto della lista con 80,63 punti.

Come sottolinea lo studio della Banca mondiale nel periodo di riferimento le economie della regione del Medio Oriente e Nord Africa (Mena) hanno avuto il più basso aumento del punteggio medio, aumentando di soli 2,86 punti in dieci anni, aumentando ulteriormente il divario tra l’aerea Mena e il resto del mondo. Il punteggio medio globale è pari a 74,71 punti, indicando come nel mondo gran parte dei paesi possa garantire alle donne solamente tre quarti dei diritti legali degli uomini nelle aeree misurate. Il punteggio medio in Medio Oriente e Nord Africa è invece pari a 47,37, il che significa nella regione alle donne vengono offerti meno della metà dei diritti legali degli uomini.

A livello globale un’economia “media” non offre alle donne pari opportunità in circa nove dei 35 punti esaminati dall’indice, mentre nella regione Mena i paesi non offrono alle donne pari opportunità in circa 17 settori su 35. Il rapporto ricorda che nel periodo di riferimento Algeria, Bahrein, Libano e Arabia Saudita hanno introdotto leggi sulla violenza domestica che sono state analizzate e inserite nell’indice. Altre riforme introdotte riguardano la possibilità di viaggio per le donne all’interno del paese di origine e all’estero. Il rapporto cita la nuova legge sui passaporti iracheni che ha abrogato il requisito in base al quale le donne sotto i 40 anni siano accompagnate da un tutore quando fanno domanda per un passaporto. Infine, in seguito a una decisione della corte costituzionale, anche il Kuwait ha modificato la sua legge sui passaporti, consentendo alle donne di poter richiedere il passaporto senza il consenso di un marito o di un familiare. Il rapporto della Banca mondiale, sottolinea che l'Iraq ha avuto i maggiori cambiamenti verso l'uguaglianza di genere nella regione, riflettendo una tendenza alla riforma nelle economie post conflitto. In base allo studio nella regione il ritmo delle riforme sta avvenendo troppo lentamente, non riuscendo a colmare il divario legale tra uomini e donne.

Pur piazzandosi al 76mo posto nella classifica anche Israele presenta una serie di criticità, restando molto distante dalla media dei paesi sviluppati. Lo Stato ebraico è superato nella classifica da Vietnam, Mongolia, Armenia, Malawi, Kenya, Namibia e Zimbabwe. Ad incidere sul risultato, la bassa età pensionabile per le donne, le procedure di divorzio nei tribunali rabbinici e le possibilità limitate per gli uomini di prendere il congedo di paternità.

Il rapporto della Banca mondiale ha registrato a livello globale un miglioramento negli ultimi dieci anni rispetto ai risultati del 2009, quando il punteggio medio globale era di 70,06. Da allora in 131 paesi sono state attuate 280 riforme sul piano legislativo che hanno ridotto la disuguaglianza di genere e hanno avuto un impatto sui diritti di 2 miliardi di donne. La regione con il maggior progresso è stata l'Asia meridionale, dove il punteggio medio è salito da 50 a 58,6, seguita dall'Asia orientale, dove il punteggio medio è passato da 64,80 a 70,73 e dall’Africa sub-sahariana passata dalla media di 64,04 del 2009 al 69,63 del 2019.

Malgrado modestissimi passi in avanti, la situazione della donna subisce l’impatto di un retaggio culturale che la vede come custode del focolare domestico, ma anche madre e lavoratrice, connubio che spesso patisce gli effetti di un sistema di welfare carente che non conosce confini. Soltanto pochi giorni fa, la Coalizione nazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne in Tunisia ha accusato il governo di non essere riuscito a proteggere le donne vittime di violenza a causa della mancata applicazione della legge organica sull’argomento entrata in vigore nel 2017. Durante una conferenza sono stati presentati i risultati del progetto "una legge che ci protegge davvero contro la violenza" finanziato dall’Agenzia spagnola per la cooperazione internazionale. Lo scopo di questo progetto è valutare l'applicazione della legge organica numero 58 contro la violenza e i maltrattamenti sulle donne e per la parità di genere entrata in vigore nel 2017. Secondo la coordinatrice del progetto, Amel Yaacoubi, le disposizioni della legge non sono di fatto state ancora attuate in modo adeguato e persistono ostacoli sia burocratici che culturali.

A livello mondiale, secondo lo studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) diffuso oggi, il divario tra i tassi di occupazione tra gli uomini e le donne è sceso di soli due punti percentuali nel corso negli ultimi 27 anni. Secondo lo studio, la tendenza potrà subire un’inversione di rotta quando gli uomini si faranno carico di maggiori compiti a casa. Tra i fattori che “bloccano” l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro vi è la cura dei bambini. "Negli ultimi 20 anni, il tempo trascorso dalle donne nella cura dei bambini e dei lavori domestici non retribuiti non è praticamente diminuita, mentre quello degli uomini è aumentato di soli otto minuti al giorno", ha osservato Manuela Tomei, direttore del Dipartimento sulle condizioni del lavoro e l’uguaglianza dell’Ilo. Secondo il rapporto, 647 milioni di donne in età lavorativa (il 21,7 per cento) nel mondo sono impegnate a tempo pieno nella cura della casa e dei figli, e questa percentuale sale al 60 per cento nei paesi arabi. Al contrario, secondo lo studio, soltanto l’1,5 per cento degli uomini in età lavorativa (41 milioni) si dedicano a queste mansioni.

Questa disuguaglianza, sostiene lo studio dell’Io, porta le madri a subire una "penalizzazione professionale per la maternità" nel mondo del lavoro, mentre i padri godono di un premio salariale. Per quanto riguarda il divario retributivo tra uomini e donne si è stabilizzato a circa il 20 per cento a livello mondiale, valore che raddoppia in paesi come il Pakistan e l'Arabia Saudita. Manuela Tomei evidenzia come quando gli uomini partecipano nei lavori domestici non retribuiti, ci sono più donne in posizioni di vertice.

La disuguaglianza di genere supera, quindi, la dimensione regionale e religiosa e invade a livelli diversi tutti i continenti. Al ruolo della donna e al suo "isolamento" dovuto in alcune parti del mondo alla presenza di un velo che copre il capo o tutto il volto, tranne gli occhi, è dedicata la mostra "Freedom Fighters" dell'artista libanese Leila Jabre Jureidini, in esposizione alla galleria Janine Rubeiz, a Beirut, Bourj Hammoud, fino al 27 marzo. Leila ha indossato un burqa per fare delle foto immedesimandosi nelle donne che portano un copricapo. L'artista si domanda quanto sia volontaria o personale la scelta di indossare il velo, precetto non obbligatorio secondo il Corano, il testo sacro per i musulmani. Attraverso il suo esperimento, Leila ha vissuto l'esperienza di un campo visivo "chiuso". "Ero come distaccata dalla vita, non percepivo il vento e il sole, ed era come se ci fosse una barriera tra me e il mondo esteriore", ha affermato l'artista. Per Leila, il burqa "senza dubbio porta le donne a sentirsi protette, ma dubito che ci sia una donna che lo porti per scelta. Per me è per povertà o dipendenza". (Res)
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