CINA
 
Cina: Pechino annuncia arresto funzionario consolato britannico a Hong Kong
 
 
Pechino, 22 ago 04:37 - (Agenzia Nova) - Un funzionario del Consolato generale britannico a Hong Kong di cui si erano perse le tracce all’inizio di questo mese è stato arrestato dalle autorità cinesi durante un viaggio a Shanzhen. Lo ha confermato il ministero degli Esteri cinese nella giornata di ieri, 21 agosto. Il portavoce del ministero, Geng Shuang, ha dichiarato che il funzionario, Simon Cheng – un cittadino di Hong Kong che lavorava come esperto di commercio e investimenti alla sezione internazionale per lo sviluppo della Scozia presso il consolato britannico di Hong Kong, sarebbe stato arrestato per 15 giorni per aver violato una legge relativa ai controlli di sicurezza. “Chiariamo che questo dipendente (del consolato britannico) è un cittadino di Hong Kong, e non un cittadino britannico. E’ quindi un cinese, e il suo arresto è un affare di carattere prettamente interno alla Cina”, ha detto Geng. Cheng era sparito l’8 agosto scorso, dopo aver lasciato Hong Kong alla volta della vicina Shenzhen, nella Cina continentale, per prendere parte a una conferenza. Il Foreign Office britannico aveva espresso “estrema preoccupazione” per la sorte di Cheng nella giornata di martedì, 20 agosto, citando le indiscrezioni in merito all’arresto del funzionario.

I media di Stato cinesi hanno duramente criticato Facebook e Twitter per aver cancellato o sospeso centinaia di account cinesi accusati di manipolare l’informazione in merito alla proteste in corso ad Hong Kong. Il quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese, “Global Times”, e il quotidiano di Stato “China Daily” hanno definito le azioni delle due società statunitensi “una plateale dimostrazione di doppiezza in azione: sostenere una cosa, e praticare il contrario”. Secondo i quotidiani cinesi, i social network hanno “soppresso la voce degli utenti del web cinesi, ma non potranno sopprimere la determinazione delle persone a rivelare la verità”. Twitter e Facebook sostengono che gli account sospesi o rimossi facessero riferimento al governo cinese, e fossero destinati a diffondere disinformazione in merito alla natura delle proteste pro-democrazia e antigovernative in corso da mesi nella ex colonia britannica. Secondo il “Global Times”, però, le società non hanno fornito alcuna “prova credibile” delle loro accuse a Pechino.

Twitter ha annunciato martedì di aver sospeso una serie di account falsi presumibilmente realizzati in Cina per diffondere disinformazione e screditare le proteste di Hong Kong. Il social media ha presentato una lista di 936 account coinvolti nella campagna di disinformazione, oltre ai contenuti dei loro tweet, che secondo Twitter puntano a “seminare la discordia politica ad Hong Kong” in maniera “specifica e deliberata”. La società afferma di disporre di “prove affidabili a sostegno dell’accusa che ci troviamo di fronte a una operazione coordinata e sostenuta dallo Stato” cinese, dal momento che l’entità dell’operazione è “la più grande nel suo genere in quest’industria”. Dal momento che Twitter è bloccato nella Cina continentale, molti degli account “sospetti” vi accedono tramite servizi vpn. Sempre ieri, Facebook ha annunciato di aver rimosso cinque account originari della Cina implicati in “condotte coordinate e non autentiche” a discredito delle proteste di Hong Kong.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha avvertito la Cina che il ricorso alla forza per sopprimere le proteste ad Hong Kong, come avvenuto nel 1989 in risposta al movimento pro-democratico, con la sanguinosa repressione a Piazza Tiananmen, avrebbe effetti deleteri sui già difficili negoziati commerciali in atto tra le due maggiori potenze globali. “Penso sarebbe molto difficile cercare un accordo se ricorressero alla violenza. Quel che voglio dire è che se ci fosse un’altra Piazza Tiananmen (…) la situazione diverrebbe molto difficile”, ha detto Trump durante una visita nel New Jersey. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, ha replicato ribadendo che “quanto accade ad Hong Kong riguarda esclusivamente gli affari interni cinesi”.

Centinaia di migliaia di persone hanno preso parte domenica a una nuova marcia di protesta parte di una settimana di mobilitazione contro un controverso disegno di legge sulle estradizioni e contro gli eccessi nella risposta delle forze dell’ordine ai disordini che paralizzano l’ex colonia britannica da quasi tre mesi. I manifestanti hanno sfilato scandendo slogan quali “Hong Kong Libera! Democrazia adesso!”, e “Ritirate il disegno di legge! Investigate la brutalità della Polizia!”. Jimmy Sham, del Fronte per i diritti civili e umani – il gruppo che ha organizzato la marcia e il raduno di ieri nei pressi di Victoria Park – ha accusato il capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, di aver ignorato le richieste dei manifestanti. “Deve rispondere alle istanze della protesta pacifica, razionale e non violenta”, ha dichiarato l’attivista. “Abbiamo assistito ad abbastanza umiliazioni della gente di Hong Kong da parte della Polizia. E’ necessaria supervisione per limitare la violenza della Polizia”. Oltre al ritiro formale del disegno di legge sulle estradizioni, i manifestanti chiedono una indagine indipendente sui presunti episodi di brutalità delle forze dell’ordine, la liberazione degli attivisti arrestati nelle scorse settimane e riforme politiche pro-democrazia.

I media di Stato cinesi hanno escluso che le violente proteste anti-governative in corso da oltre 10 settimane ad Hong Kong possano culminare in una repressione violenta da parte di Pechino. “Non ci sarà una ripetizione” delle violenze di piazza Tienanmen”, ha scritto il quotidiano “Global Times”, in una rara citazione dell’incidente la cui memoria è stata quasi rimossa nella Cina continentale. Secondo il quotidiano del Partito comunista cinese, Pechino dispone oggi di metodi più sofisticati di quelli impiegati 30 anni fa per schiacciare le proteste a Pechino. “L’incidente a Hong Kong non sarà una riedizione dell’incidente politico del 4 giugno 1989”, ha scritto in un editoriale il quotidiano, riferendosi alla sanguinosa repressione di Piazza Tienanmen. “La Cina è oggi molto più forte e matura, e la sua capacità di gestire situazioni complesse è enormemente aumentata”.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato la scorsa settimana che il governo cinese sta muovendo truppe al confine di Hong Kong, teatro di proteste anti-governative che si protraggono da oltre 10 settimane. “La nostra intelligence ci ha informato che il governo cinese sta muovendo truppe al confine con Hong Kong”, ha scritto l’inquilino della Casa Bianca su Twitter, senza fornire ulteriori dettagli. “Invito tutti a mantenere la calma e stare al sicuro”. Proprio ieri la Polizia di Hong Kong è tornata a scontrarsi coi manifestanti presso l’aeroporto internazionale della città, anche se nelle prime ore di oggi presso lo scalo è tornata la calma. Trump ha definito quella in atto ad Hong Kong “una situazione molto difficile e delicata”. “Spero che le cose funzionino per la libertà, e per tutti quanti, inclusa la Cina”, ha dichiarato il presidente Usa, che è stato contestato dai Democratici per le sue dichiarazioni a loro dire inadeguate alla gravità della situazione nella ex colonia britannica.

I media di Stato cinesi hanno scritto che i manifestanti anti-governativi che da oltre 10 settimane inscenano massicce proteste a Hong Kong stanno “chiedendo l’autodistruzione”, ed hanno diffuso immagini di convogli dell’Esercito popolare di liberazione cinese ammassarsi vicino al perimetro dell’ex colonia britannica. Stamattina, frattanto, è tornato a parlare in pubblico anche il capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam: le “attività illegali in nome della libertà”, ha detto Lam, danneggiano lo Stato di diritto e la ripresa economica dell’hub finanziario asiatico. Dopo le nuove manifestazioni e violenze verificatesi nel fine settimana, le autorità cinesi hanno avvertito che le manifestazioni nella città semi-autonoma evidenziano “i prodromi del terrorismo”, e che le violenze devono essere punte con severità, “senza alcuna indulgenza o pietà”.

L’aeroporto internazionale di Hong Kong ha riaperto marted’ scorso, dopo che le proteste anti-governative hanno costretto l’autorità aeroportuale dell’isola a cancellare oltre 230 voli da e per l’ex colonia britannica i giorni precedenti. Il 12 agosto l’autorità di gestione dello scalo aveva invitato tutti i passeggeri a lasciare l'edificio il più presto possibile. L'aeroporto Changi di Singapore ha inoltre avvisato tutti i passeggeri di controllare lo stato del proprio volo. Oltre 5.000 persone vestite di nero si sono riunite nella sala degli arrivi per un sit-in di tre giorni che, originariamente, avrebbe dovuto terminare la notte di domenica. Al diffondersi della notizia, prima ancora del comunicato ufficiale del governo (rilasciato alle 17:15 ora locale), le azioni della Cathay Pacific Airways sono scese del 10 per cento. Lo stesso giorno la Cina ha accusato i manifestanti di molteplici violenze, e di vero e proprio "terrorismo". Durante il fine settimana le forze dell'ordine sono state riprese mentre picchiavano i dimostranti in una stazione della metropolitana, mentre un poliziotto è finito in ospedale a seguito di ustioni riportate in scontri del distretto di Tsim Sha Tsui.

Polizia e manifestanti di Hong Kong sono tornati a scontrarsi domenica, nel decimo fine settimana consecutivo di scontri innescati da una proposta di legge sulle estradizioni, e più in generale dall’erosione dei margini di esercizio delle libertà civili nell’ex colonia britannica. Entrambe le fazioni in campo hanno esibito un cambio di tattiche: la Polizia è tornata a utilizzare i gas lacrimogeni e a effettuare cariche, a dispetto delle polemiche delle scorse settimane, nel tentativo di sgomberare più velocemente le strade. I manifestanti, che nelle scorse settimane hanno assunto atteggiamenti via via più violenti, hanno impiegato anche molotov, e hanno reagito alle cariche delle forze dell’ordine con ritirate coordinate e successivi riassembramenti. A dispetto delle recenti prese di posizione del governo cinese, il movimento pare godere ancora di un consenso significativo tra i circa 7 milioni di residenti di Hong Kong.

Due mesi di proteste pro-democratiche sempre più intense ad Hong Kong sono culminate la scorsa settimana in un nuovo e perentorio avvertimento da parte del governi cinese: Pechino ha infatti avvertito ieri che “è solo questione di tempo” prima che i responsabili di settimane di proteste e scioperi nel’hub finanziario asiatico vengano perseguiti. Un portavoce dell’ufficio politico del governo cinese ad Hong Kong, Yang Guang, ha puntato l’indice contro singoli “attori criminali spregiudicati e violenti” che sarebbero gli animatori delle manifestazioni violente che interessano l’ex colonia britannica. “Chi gioca con il fuoco finisce per soccombervi”, ha avvertito Yang, che rivolto ai manifestanti ha aggiunto: “Non fraintendete il nostro autocontrollo come una forma di debolezza”. Nelle ultime settimane sono aumentate le indiscrezioni in merito alla mobilitazione dell’Esercito popolare di liberazione come forza di sicurezza contro i manifestanti di Hong Kong: funzionari cinesi hanno recentemente posto l’accento su un articolo di legge della ex-colonia britannica che prevede il ricorso alle forze di sicurezza cinesi come ausilio al “mantenimento dell’ordine pubblico” su richiesta dell’amministrazione di Hong Kong. (Cip)
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