GIAPPONE
 
Giappone: 832 cittadini stranieri perdono la residenza nel 2018
 
 
Tokyo, 21 ago 05:11 - (Agenzia Nova) - Ben 832 cittadini stranieri in Giappone sono stati privati dello status di residenti nel 2018, pi del doppio rispetto all’anno precedente, per effetto dell’irrigidimento delle norme sull’immigrazione da parte del governo. Lo ha annunciato ieri l’Agenzia per i servizi dell’immigrazione. Quasi il 70 per cento degli stranieri cui è stato revocato il permesso di soggiorno erano “studenti” o “tirocinanti tecnici” che non avevano ottemperato ai requisiti di legge per mantenere il loro status giuridico. Circa 80 casi hanno riguardato coniugi o figli di cittadini giapponesi privati del permesso di soggiorno familiare, inclusi alcuni che lo avevano ottenuto tramite matrimoni fittizi. Metà di quanti hanno perso la residenza nel 2018 erano cittadini vietnamiti, seguiti da 152 cittadini cinesi, 62 nepalesi e 43 filippini.

Per far fronte alla carenza di forza lavoro che affligge il Giappone, il governo del premier Shinzo Abe ha varato una vasta riforma della normativa sull’immigrazione,entrata in vigore il 1° aprile scorso. La riforma, che si propone anche di aumentare le tutele giuridiche e i canali di integrazione dei cittadini stranieri produttivi, introduce al contempo una serie di misure tese a contrastare lo sfruttamento illecito del sistema di assistenza sanitaria e delle procedure legate alla concessione dell’asilo politico. Il nucleo centrale della riforma che entra in vigore oggi affronta una serie di problematiche relative ai “programmi di formazione tecnica” di lavoratori stranieri, di cui alcune aziende giapponesi si sono servite indebitamente per acquisire manodopera a basso costo, in un mercato caratterizzato da una cronica carenza di forza lavoro.

I programmi triennali di formazione tecnica, già in vigore da anni, prevedono il solo requisito dei 18 anni. Il nuovo status di residenza studiato dal governo Abe, invece, è riservato ai titolari di una serie di competenze tecniche specifiche, e al conseguimento di competenze linguistiche, da verificare tramite il superamento di appositi esami. Contrariamente ai tirocinanti dei programmi di formazione, i titolati del nuovo permesso di soggiorno di “Tipo 1” potranno cambiare datore di lavoro, e soggiornare nel paese sino a 5 anni, tramite il rinnovo annuale di un contratto di lavoro. Nel nuovo sistema delineato dal governo giapponese, i programmi di formazione triennali dovrebbero divenire il primo stadio di un iter che proseguirebbe con l’acquisizione del nuovo status di residenza. I permessi di soggiorno per i tirocinanti e quelli di nuovo tipo, per i lavoratori titolari di competenze specifiche, non comporteranno l’estensione del diritto di residenza a coniugi o familiari dei titolari.

Tale diritto sarà riservato ai titolari dei permessi di lavoro di “Tipo 2”, che prevedono anche il rinnovo a tempo indefinito e il diritto al ricongiungimento familiare. Al momento, i permessi di soggiorno di Tipo 2 sono riservati a soli lavoratori stranieri impiegati nei settori edile e della cantieristica navale. Il governo giapponese prevede di emettere permessi di soggiorno di Tipo 1 e 2 per 340mila lavoratori stranieri nell’arco dei prossimi cinque anni, che andranno a sommarsi ai tirocinanti ammessi nel paese tramite i programmi di formazione tecnica. Tra il 2012 e il 2017, il Giappone ha ammesso tramite quei programmi circa 480mila tirocinanti stranieri. Secondo i dati ufficiali dell’Ufficio di Gabinetto, il Giappone sconta ad oggi un fabbisogno di circa 1,2 milioni di lavoratori, perlopiù concentrato in settori ad alta intensità di lavoro come le costruzioni, l’agricoltura, la pesca, la ristorazione e l’alberghiero.

I tirocinanti che completeranno i corsi di formazione tecnica potranno presentare domanda per il visto di Tipo 1. Quanti non hanno preso parte ai programmi triennali, invece, potranno ottenere il visto soltanto tramite il superamento di test di lingua giapponese e di verifica delle competenze professionali, che potranno essere effettuati in Giappone o in sette paesi asiatici: Cambogia, Cina, Malesia, Mongolia, Myanmar, Nepal, Filippine, Thailandia e Vietnam. I titolari della qualifica linguistica N2 – la seconda nel sistema ufficiale di verifica della conoscenza della lingua giapponese – saranno esentati dal test di lingua.

Una delle principali novità del nuovo regime normativo adottato da Tokyo è il rafforzamento delle misure di assistenza e integrazione a favore dei lavoratori stranieri. I datori di lavoro avranno l’obbligo di assistere i lavoratori immigrati nella conduzione di procedure quali l’apertura di conti bancari, il reperimento di un alloggio, l’iscrizione al servizio di assistenza sanitaria e l’apprendimento della lingua e delle norme sociali. Per far fronte a questi obblighi, le aziende stringeranno accordi con scuole di lingua, agenzie interinali e immobiliari, camere di commercio, cooperative agricole e organizzazioni non governative. Una delle novità del nuovo visto di lavoro, rispetto ai programmi di formazione tecnica preesistenti, è l’affidamento dell’assistenza ai lavoratori stranieri alle aziende, fatto salvo il ruolo di controllo e supervisione delle autorità pubbliche. Tale misura è stata adottata dal governo nella convinzione che il settore privata possa gestire vasti flussi di lavoratori in entrata in maniera più efficace e ordinata rispetto alle agenzie pubbliche.

Il Giappone è noto per la sua tradizionale chiusura, che però, nella realtà, è già stata superata da diversi anni. Il paese ammette circa 100 mila tirocinanti stranieri ogni anno, e le sfide non mancano: circa 2 mila fanno perdere le loro tracce ogni anno, andando ad alimentare l’economia illegale. Lo scorso anno, il totale dei tirocinanti stranieri di cui le autorità giapponesi hanno perso le tracce ammontava a circa 9 mila, stando ai dati del ministero della Giustizia. Secondo un rapporto ufficiale pubblicato la scorsa settimana, circa il 10 per cento di queste “sparizioni” è legato a problemi con i datori di lavoro, come il mancato pagamento di stipendi o abusi di vario genere, come l’imposizione di ore di lavoro straordinario eccessive. Per contrastare questo fenomeno, il ministero della Giustizia obbligherà le aziende a presentare al Dipartimento dell’immigrazione le certificazioni dei pagamenti avvenuti, tramite i documenti di rendicontazione bancaria.

Il nuovo programma di visti definisce con chiarezza anche una serie di diritti dei lavoratori stranieri, come le ferie retribuite e permessi per far visita a famiglia e congiunti nei paesi d’origine. La riforma prevede l’equiparazione dei lavoratori stranieri a quelli giapponesi, in termini di diritti e di retribuzione a parità di mansioni. Il ministero della Giustizia ha anche chiarito che il licenziamento di tirocinanti o lavoratrici straniere in caso di gravidanza costituisce un reato punibile nell’ambito della legge sulle pari opportunità d’impiego.

Il governo giapponese sta anche studiando accordi bilaterali con Cambogia, Cina, Malesia, Mongolia, Myanmar, Nepal, Filippine, Thailandia e Vietnam, che non richiederebbero la ratifica da parte della Dieta. Alcuni degli interlocutori di Tokyo, come il Vietnam, guardano con favore ad accordi che regolino i flussi di lavoratori, così da formalizzare i diritti di cui questi ultimi godrebbero in Giappone. Tramite gli accordi, Tokyo punta a creare una rete che consenta alle autorità di raccogliere efficacemente informazioni in merito ai trascorsi dei lavoratori stranieri in arrivo nel paese, e di individuare aziende giapponesi e mediatori che sfruttino la manodopera straniera: un punto, questo, su cui hanno insistito con particolare forza le opposizioni parlamentari giapponesi. (Git)
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