CINA
 
Cina: crescita output industriale ai minimi da 17 anni
 
 
Pechino, 14 ago 06:59 - (Agenzia Nova) - Il governo cinese ha pubblicato oggi una serie di indicatori economici la ci debolezza ha stupitogli analisti. Tra tutti, la crescita della produzione industriale nel paese è decelerata ai minimi da oltre 17 anni, a riprova degli effetti sempre più marcati del conflitto commerciale in atto con gli Stati Uniti. L’output industriale cinese è aumentato di appena il 4,8 per cento a luglio rispetto allo stesso mese dello scorso anno, meno delle previsioni più caute formulate dagli economisti nei giorni scorsi. A dispetto di oltre un anno di misure di incentivo alla crescita e all’attività economica, i dati pubblicati questa mattina evidenziano che la domanda domestica cinese resta debole, il clima negli stabilimenti produttivi è improntato alla sfiducia, le importazioni languono e i prestiti bancari sono inferiori alle attese. Anche la crescita delle vendite al dettaglio è stata inferiore alle previsioni più pessimistiche: più 7,6 per cento su base annua a luglio, contro il più 9,8 per cento di giugno. Gli investimenti in asset fissi sono aumentati del 5,7 per cento su base annua, un decimo di punto in meno rispetto al dato del primo semestre 2019.

L’economia della Cina è cresciuta del 6,2 per cento nel trimestre aprile-giugno, secondo le previsioni degli economisti specializzati in quel paese consultati da “Nikkei” e “Nikkei Quick News”. Laddove confermato, il dato rappresenterebbe un rallentamento rispetto alla crescita del 6,4 per cento registrata nel trimestre precedente. Cina e Stati Uniti hanno concordato alla fine di giugno di riprendere i colloqui per un accordo commerciale, ma pochi economisti ritengono che una vera de-escalation delle tensioni tra i due paesi possa concretizzarsi entro i prossimi 12 mesi. Le previsioni degli economisti per la crescita dell’economia cinese spaziano dal 6,1 al 6,4 per cento, con una media del 6,2 per cento, che costituirebbe il peggior dato trimestrale dal 1992. Tetsuji Sano, chief Asia economist presso Sumitomo Mitsui Asset Management, sottolinea il peggioramento del sentimento economico in Cina e la produzione industriale inferiore alle aspettative. Un altro economista consultato da “Nikkei”, Ken Chen di Kgi Securities, evidenzia invece le deboli performance dei settori di trasformazione, costruzioni e immobiliare.

Il governo cinese ha deciso di effettuare la piena apertura del proprio settore finanziario ai capitali stranieri nel 2020, con un anno di anticipo rispetto alla tabella di marcia. La decisione, annunciata in concomitanza con la pubblicazione della nuova lista delle aree dell’economia precluse in tutto o in parte agli investimenti stranieri, riflette la preoccupazione di Pechino per il crescente numero di aziende in uscita dal paese, per sottrarsi ai dazi imposti dagli Stati Uniti. La Cina “diventerà più aperta, trasparente e prevedibile per gli investimenti stranieri, e il suo ambiente aziendale migliorerà ulteriormente”, ha dichiarato il 2 luglio il primo ministro cinese, Li Keqiang, in occasione del “Forum estivo di Davos”, organizzato come ogni anno dal Forum economico mondiale presso la città portuale cinese di Dalian.

La Cina ha allentato i vincoli agli investimenti stranieri in diverse aree della sua economia, a cominciare dallo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas naturale, in risposta ai colloqui di fine giugno tra il presidente Xi Jinping e il suo omologo statunitense Donald Trump, culminato in una nuova tregua dalle ostilità commerciali e dal rilancio dei negoziati per una accordo. Il governo cinese pubblica ogni anno una cosiddetta “negative list”, che illustra le aree della sua economia precluse, in tutto o in parte, agli investimenti stranieri. La nuova lista, pubblicata lo scorso 30 giugno, contiene circa il 20 per cento delle restrizioni in meno, un segnale della volontà di Pechino di tener fede all’impegno a proseguire l’apertura e la riforma della sua economia. Tra i settori rimossi dalla lista figurano lo sfruttamento e lo sviluppo degli idrocarburi, la fornitura di gas naturale nelle città sopra i 500mila abitanti, e l’esplorazione ed estrazione di minerali come il molibdeno, utilizzato per la produzione di leghe d’acciaio.

La decisione di accelerare l’apertura della finanza e di settori strategici dell’economia è giunta dopo il colloquio tra il presidente Usa Trump e l’omologo cinese Xi, a margine delG20 di Osaka. Nell’anno trascorso dall’imposizione del primo round di dazi statunitensi sulle merci cinesi, un crescente numero di aziende straniere ha deciso di trasferire in parte o in toto la produzione dalla Cina ad altri paesi della regione asiatica, così da evitare i dazi all’ingresso sul mercato Usa. La conseguente pressione economica subita da Pechino sembra aver spinto la Cina al compromesso sulle richieste di Washington di maggiore apertura dei mercati. Durante il Forum di Dalian, il premier cinese Li ha spiegato che i limiti alla proprietà straniera di obbligazioni, assicurazioni sulla vita e future verranno completamente rimossi il prossimo anno.

Al Forum di Dalian il premier cinese Li ha posto l’accento anche sulla semplificazione dell’accesso di capitali stranieri ai settori delle telecomunicazioni, dei trasporti e di Internet, che dovrebbe essere attuata il prossimo anno. Le norme attualmente in vigore prevedono che il capitale delle compagnie aeree cinesi debba essere detenuto a maggioranza da soggetti nazionali, e che i rappresentanti di quelle società debbano essere cittadini cinesi. La proprietà cinese è anche obbligatoria per gli operatori telefonici e delle telecomunicazioni, mentre il settore di Internet, in forte espansione, limita la partecipazione straniera al 50 per cento. Durante il suo intervento al Forum, il premier Li ha anche voluto ribadire che Pechino non praticherà nessuna discriminazione ai danni di attori stranieri per quanto riguarda l’accesso al credito e la valutazione di rischio, aree oggetto a loro volta di promesse di apertura che sinora hanno tardato a concretizzarsi.

Tramite queste riforme orientate ai servizi, la Cina punta ad attrarre investimenti esteri che creino posti di lavoro nel settore, aiutando a colmare l’occupazione perduta dal manifatturiero, soggetto ai dazi statunitensi. Un rapporto presentato il mese scorso dalla Tsinghua University lancia l’allarme sul deflusso di aziende dal paese, citando in particolare i fornitori locali di Apple, e avverte che gli effetti negativi dei dazi statunitensi si stanno intensificando. Un sondaggio effettuato lo scorso maggio dalla Camera di commercio statunitense in Cina ha rilevato che circa il 40 per cento delle aziende partner stanno valutando di trasferire la produzione all’esterno della Cina, o lo hanno già fatto.

Le aziende dell’elettronica per il consumo Hp, Dell e Microsoft, e il colosso dell’e-commerce Amazon, stanno studiando ad esempio il trasferimento di quote significative della loro capacità produttiva all’esterno della Cina. Le aziende si preparano così ad unirsi al crescente esodo di aziende che rischia di minare lo status della Cina quale hub mondiale per la produzione di gadget tecnologici. Hp e Dell, rispettivamente il primo e terzo produttore mondiale di personal computer, con una quota combinata del mercato mondiale del 40 per cento, intendono trasferire dalla Cina sino al 30 per cento della loro capacità di produzione di computer portatili, secondo fonti aziendali citate dal quotidiano “Nikkei”. Microsoft, Google, Amazon, Sony e Nintendo stanno valutando a loro volta il trasferimento dalla Cina di parte della loro produzione di console per videogiochi, casse acustiche e altri apparecchi elettronici. Piani simili sarebbero allo studio di produttori di personal computer quali Lenovo Group, Acer e Asustek Computer. (Cip)
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