INDIA-PAKISTAN
 
India-Pakistan: caso Jadhav, i rapporti tra i due paesi tornano all’attenzione internazionale
 
 
Nuova Delhi, 18 lug 14:35 - (Agenzia Nova) - La Corte internazionale di giustizia (Icj) dell’Aja si è pronunciata ieri su un caso che ha contribuito significativamente al recente deterioramento delle già conflittuali relazioni tra l’India e il Pakistan: quello di Kulbushan Jadhav, il cittadino indiano, oggi quarantanovenne, arrestato nel Belucistan nel 2016, accusato di essere coinvolto in attività di spionaggio e terrorismo e condannato a morte da un tribunale militare pakistano nel 2017: per Islamabad era un comandante della Marina militare indiana e lavorava per l’intelligence indiana; per Nuova Delhi aveva lasciato la Marina da tempo e non aveva legami col governo. La sentenza emessa dai giudici dell’Aja, con 15 voti favorevoli e uno contrario, quello del pakistano Tassaduq Hussain Gillani, ha fatto dichiarare vittoria a entrambe le parti.

L’Icj ha riscontrato diverse violazioni alla Convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari: in particolare la mancata informazione dell’imputato riguardo ai propri diritti e la negazione dell’accesso consolare, obblighi ai quali il Pakistan è stato sollecitato ad assolvere. Il Pakistan, si legge nella sentenza, è obbligato in base al diritto internazionale a “mettere fine agli atti illeciti” e a rimediare e “un rimedio appropriato è un’effettiva revisione e riconsiderazione della condanna e della sentenza”. “La scelta dei mezzi è lasciata al Pakistan”, ha stabilito la Corte, richiamando il paese “a prendere tutte le misure necessarie per attuare un’effettiva revisione e riconsiderazione, compresa, se necessario, l’emanazione di una legislazione appropriata”. Infine, l’Icj ha affermato che “la sospensione prolungata dell’esecuzione costituisce una condizione per un’efficace revisione e riconsiderazione della condanna e della sentenza”.

Ciò ha permesso alla parte indiana di dichiarare che “questo storico giudizio convalida pienamente la posizione dell’India in materia”, come recita un comunicato del ministero degli Esteri di Nuova Delhi. Per il primo ministro, Narendra Modi, che ha accolto positivamente la notizia, “la verità e la giustizia hanno prevalso”. D’altro canto, il premier pakistano, Imran Khan, ha a sua volta espresso apprezzamento per la sentenza della Corte e il direttore generale delle Relazioni pubbliche delle forze armate (Ispr) del Pakistan, generale Asif Ghafoor, ha parlato di un “successo”: “Il fatto che il verdetto sia confermato da una corte internazionale in cui non c’è alcun concetto di pena capitale è una grande vittoria per il Pakistan” e “il fatto che abbiano detto che la revisione e riconsiderazione possono essere fatte attraverso mezzi di nostra scelta è un grande riconoscimento per il nostro sistema giudiziario”, ha dichiarato.

Dopo le prime reazioni alla sentenza dell’Aja si attendono le iniziative dei due paesi. Il ministro degli Esteri indiano, riferendo al parlamento, ha ribadito che Jadhav è innocente e si trova in “custodia illegale” in Pakistan con “una condanna a morte emessa da un tribunale militare pakistano sulla base di accuse inventate” e ha confermato che il governo prenderà “tutte le misure necessarie per proteggere l’interesse e il benessere di Jadhav” e “chiederà di nuovo al Pakistan di liberarlo e rimpatriarlo immediatamente”. Da parte pakistana, il premier Khan ha ripetuto che il condannato “è colpevole di reati contro il popolo del Pakistan” e che “il Pakistan procederà ulteriormente secondo la legge”; il suo ministro degli Esteri, Shah Mehmood Qureshi, ha aggiunto che “il comandante Jadhav resterà in Pakistan” e che “sarà trattato secondo le leggi del Pakistan”.

È difficile dire se da Islamabad arriverà una “revisione e riconsiderazione” sostanziale, magari in cambio di un’apertura a dialogare da parte di Nuova Delhi. I due paesi non hanno un dialogo strutturato da oltre un decennio. L'ultima iniziativa diplomatica significativa risale al 9 dicembre 2015, in occasione della conferenza Heart of Asia a Islamabad, al termine della quale fu emessa una dichiarazione congiunta sull’impegno a individuare modalità e a programmare incontri per dialogare sui seguenti temi: pace e sicurezza, misure di costruzione della fiducia, Jammu e Kashmir, conflitto del Siachen, disputa del Sir Creek, progetto di navigazione Wullar Barrage-Tulbul, cooperazione economia e commerciale, contrasto al terrorismo e al narcotraffico, questioni umanitarie, scambi interpersonali e turismo religioso. Il processo, tuttavia, si bloccò sul nascere in seguito all'attacco alla base area indiana di Pathankot, il 2 gennaio 2016, per il quale è sospettata Jaish-e-Mohammed (Jem).

Da allora i colloqui a livello governativo si sono limitati a conversazioni telefoniche tra i consiglieri per la sicurezza nazionale, che non sono mai state rese pubbliche. Nell’aprile dell'anno scorso una delegazione di ex diplomatici, alti ufficiali e accademici indiani è stata autorizzata a recarsi in Pakistan per discutere possibili vie di uscita dallo stallo. A intervalli regolari, da ambo le parti vengono rilasciati pescatori arrestati per aver oltrepassato le acque territoriali nazionali e scambiati altri detenuti. L’unico confronto aperto è quello sul Corridoio di Kartarpur, il passaggio transfrontaliero concepito per unire due luoghi sacri del sikhismo: Dera Baba Nanak, nel Punjab indiano, dove si trovano tre santuari, e Kartarpur, nel Punjab pakistano, dove ha sede il Gurdwara Darbar Sahib.

Quest’anno la tensione è salita ulteriormente: il 14 febbraio un attentato a Pulwama, rivendicato dall’organizzazione terroristica pakistana Jaish-e-Mohammed, ha provocato la morte di 40 agenti della Forza di polizia centrale di riserva (Crpf). Il 26 febbraio l'Aeronautica militare indiana ha lanciato un attacco aereo in Pakistan per colpire postazioni di Jem. Il giorno seguente, l’Aeronautica pakistana ha risposto e ha abbattuto un MiG-21 Bison indiano; il pilota, salvatosi con l’espulsione, è stato arrestato e restituito all’India circa 60 ore dopo. Per Nuova Delhi la ripresa formale del dialogo con Islamabad è subordinata a un’azione pakistana decisa contro il terrorismo, compresa l’azione giudiziaria.

Il Pakistan sostiene di aver fatto progressi su questo fronte: proprio ieri il Dipartimento antiterrorismo (Ctd) del Punjab pakistano ha annunciato di aver arrestato Hafiz Muhammad Saeed, leader di Jamaat-ud-Dawa (Jud), braccio politico dell’organizzazione terroristica Lashkar-e-Taiba (Let), di cui è cofondatore, insieme a dodici suoi collaboratori. Saeed è ricercato dall’India e dagli Stati Uniti e Let è un’organizzazione bandita da India, Usa, Regno Unito, Unione europea, Russia e Australia; tra l’altro è sospettata di essere coinvolta negli attentati di Mumbai del 26 novembre del 2008, quando furono lanciati attacchi simultanei in una decina di luoghi della città con esplosioni di autobombe e sparatorie che causarono la morte di 166 persone. L’India continua a diffidare e non riconosce alcun progresso.

I conflittuali rapporti India-Pakistan, comunque, sono tornati a imporsi all’attenzione internazionale negli ultimi mesi: prima per le aspettative suscitate dal cambio di governo a Islamabad, con Khan che ha più volte chiesto all’omologo Modi di dialogare; poi per l’attentato di Pulwama. Con il giudizio della Corte penale internazionale è la terza volta in tre mesi che un organismo delle Nazioni Unite si pronuncia in modo significativo su questioni indo-pakistane. Il primo maggio il Comitato sanzioni del Consiglio di sicurezza ha designato come terrorista globale Masood Azhar, fondatore dell’organizzazione pakistana Jaish-e-Mohammad, già designata come terroristica. Il Comitato, istituito dalla risoluzione 1267/1999 sul contrasto al finanziamento al terrorismo, lo ha deciso dopo un lungo percorso diplomatico: l’ultima proposta, la quarta in dieci anni, è stata presentata dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia, il cosiddetto gruppo P3 di membri permanenti, ed è stato decisivo il passo fatto dalla Cina, altro membro permanente.

L’8 luglio l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) ha pubblicato un aggiornamento al rapporto sullo stato dei diritti umani nell’intero territorio del Kashmir, sia quello controllato dall’India che quello controllato dal Pakistan. A distanza di un anno dal primo rapporto, l’Ohchr ha osservato che nessuno dei due paesi “ha preso alcuna misura concreta per rispondere alle numerose questioni sollevate” e che nei dodici mesi compresi tra il maggio del 2018 e l’aprile di quest’anno si è registrato il più alto numero di vittime civili da un decennio, un ulteriore peggioramento del conflitto, che ha registrato una recrudescenza dal 2016. In conclusione l’Ufficio diritti umani dell’Onu ha ribadito alle due parti le raccomandazioni già formulate e invitato i 47 Stati membri del Consiglio per i diritti umani a valutare “la possibile istituzione di una commissione d’inchiesta internazionale che conduca un’indagine onnicomprensiva indipendente sulle violazioni dei diritti umani nel Kashmir”.

Per quanto riguarda il Kashmir indiano, il documento evidenzia che le detenzioni arbitrarie e le operazioni di perlustrazione e accerchiamento continuano ad essere “profondamente problematiche”, così come il regime legale speciale: “L’Armed Forces (Jammu and Kashmir) Special Powers Act 1990 (Afspa) resta un ostacolo cruciale all’accertamento della responsabilità”, sintetizza il rapporto, citando la Sezione 7 della legge che vieta di perseguire il personale di sicurezza senza l’autorizzazione del governo e il fatto che “in quasi tre decenni di vigenza della legge nel Jammu e Kashmir, non c’è stato un solo procedimento a carico del personale delle forze armate autorizzato dal governo centrale”. L’organismo onusiano nota anche che le forze di sicurezza nello Stato di Jammu e Kashmir continuano a far ricorso regolarmente all’apertura del fuoco come mezzo di controllo della folla, cosa che non avviene in altri luoghi dell’India.

Per quanto riguarda, invece, il Kashmir controllato dal Pakistan, corrispondente alle divisioni amministrative di Azad Kashmir e Gilgit-Baltistan, secondo il rapporto i residenti “sono privati di un gran numero di diritti umani fondamentali, con particolare riferimento alla libertà di espressione e opinione, assemblea pacifica e associazione”; “le leggi anti-terrorismo continuano a essere strumentalizzate per prendere di mira l’opposizione politica così come gli attivisti della società civile”; i giornalisti vengono intimiditi e ci sono “credibili informazioni su sparizioni forzate” e detenzioni segrete; infine, si deve ritenere che i quattro principali gruppi armati che operano nel Kashmir indiano – Lashkar-e-Taiba (Let), Jaish-e-Mohammed (Jem), Hizbul Mujahideen (Hm) e Harakat ul-Mujahidin (Hum) – abbiano le loro basi sul lato pakistano della linea di controllo.

Ovviamente il governo indiano, come aveva fatto l’anno scorso, ha respinto integralmente il rapporto, dalle premesse alle conclusioni, e trasmesso una “forte protesta” all’Ohchr. Le speranze di dialogo tra i due paesi sono state prima frustrate dall’attentato di Pulwama e poi accantonate in attesa dell’esito delle elezioni politiche indiane, tra aprile e maggio, che hanno confermato Modi al governo. Tra le congratulazioni ricevute dai leader di tutto il mondo sono arrivate anche quelle di Khan, che ha auspicato collaborazione “per la pace, il progresso e la prosperità dell’Asia meridionale”. Il premier indiano ha sottolineato che creare fiducia e un ambiente libero dalla violenza e dal terrorismo è essenziale per promuovere la cooperazione.

Il Modi bis, tuttavia, si è insediato con un programma che dà la priorità alla sicurezza nazionale e nella recente campagna elettorale il Partito del popolo indiano (Bjp) ha promesso continuità nella politica di “tolleranza zero” contro il terrorismo, citando come esempio proprio il raid aereo in Pakistan del 26 febbraio. Molto rilevante è anche l’impegno ad abrogare l’articolo 35A della Costituzione, che attribuisce allo Stato di Jammu e Kashmir il potere di definire i “residenti permanenti” e garantire loro diritti speciali e privilegi, sul quale è aperta una questione di legittimità alla Corte suprema. Del resto, quello del Kashmir non è solo un conflitto tra i due Stati, India e Pakistan, ma anche interno all’India, esploso soprattutto a partire dal 1989, anno delle prime azioni dei ribelli separatisti. La distensione, quindi, non sembra vicina.
(Inn)
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