MEDIO ORIENTE
 
Medio Oriente: la collaborazione economica motore del rilancio del processo di pace
 
 
Gerusalemme , 19 lug 17:04 - (Agenzia Nova) - Il processo di pace in Medio Oriente, in una fase di stallo politico semipermanente dopo gli Accordi di Oslo del 1993, potrebbe avere un punto di svolta grazie alle iniziative dal basso (bottom up) della comunità imprenditoriale e della società civile. E’ quanto emerso dall’incontro con l’imprenditore palestinese originario di Hebron Ashraf Jabari, uno dei dirigenti del Regional Development Financing Initiative (Rdfi), con il sindaco del Consiglio regionale di Shomron, Yossi Cohen avvenuto nel quadro di una visita in Israele e in Cisgiordania organizzata dalla Europe Israel Press Association a cui ha partecipato “Agenzia Nova”. “Non è possibile creare uno Stato senza un’economia forte”, afferma l’imprenditore Ashraf Jabari che da decenni intrattiene rapporti commerciali con gli israeliani. Jabari è uno degli imprenditori palestinesi che ha partecipato alla conferenza di Manama lo scorso 25-26 giugno, nel corso della quale gli Stati Uniti hanno svelato un piano da 50 milioni di dollari per dare slancio all’economia palestinese e dell’intera regione. Nell’incontro presso il Consiglio regionale di Shomron (Samaria), l’imprenditore ammette di aver ricevuto minacce per la sua partecipazione a Manama e per i suoi rapporti con gli israeliani da parte dell’Autorità nazionale palestinese, il governo ad interim creato nel 1994 dopo gli Accordi di Oslo per amministrare la Striscia di Gaza e le zone A e B della Cisgiordania.

L’imprenditore evidenzia come “con la violenza” i palestinesi “non abbiano ottenuto nulla” e la “cooperazione è il modo ideale” per andare avanti e “creare un futuro per la prossima generazione”. L’importanza dell’economia per ridare slancio al processo di pace in Medio Oriente viene evidenziata anche dal sindaco del Consiglio regionale di Shomron, Yossi Cohen. Riferendosi sia alla cooperazione economica in corso e sia alla proposta degli Stati Uniti illustrata alla fine di giugno a Manama, Cohen evidenzia che nel contesto attuale vi è una “reale possibilità di creare un cambiamento”, sfruttando tutte quelle iniziative che partono dal basso (bottom up) e lasciando da parte quelle che provengo dall’alto (top down), proposte in ambito politico. “Crediamo alla pace tra le persone, non delle carte”, affermato Cohen, ricordando come dopo gli Accordi di Oslo ci sia stata di fatto un’ondata di violenze culminata nella cosiddetta Intifada. Mentre il partito Fatah, anima dell’Anp, aveva accettato gli Accordi di Oslo, il movimento oggi attivo a Gaza di Hamas, il Fronte per la liberazione della Palestina e la Jihad islamica si sono opposti perché non riconoscevano lo Stato di Israele.

Secondo il sindaco della Samaria, un’altra via per raggiungere la pace è quella di avere progetti in comune, sia economici che sociali. Cohen evidenzia che Fatah si è opposta alla vicinanza tra la comunità imprenditoriale palestinese e gli israeliani in diversi eventi, come la cerimonia dell’iftar, la cena di fine Ramadan, il mese sacro per i musulmani. Alcuni di loro sono stati arrestati dagli agenti della sicurezza dell’Anp “per aver cercato di creare coesistenza”. Per il sindaco della Samaria, il cosiddetto piano di pace del secolo per il Medio Oriente ideato dall’amministrazione degli Stati Uniti guidata da Donald Trump “può avere successo finché ha un approccio bottom up”. A proposito della conferenza di Manama, l’imprenditore palestinese Jabari la definisce un successo semplicemente per il fatto che si sia svolta. “Abbiamo parlato di commercio, senza parlare di politica – afferma -. Gli imprenditori presenti sono pronti a investire in Cisgiordania e questo è un grande risultato che ci incoraggia a continuare per creare commercio con il Golfo”. L’imprenditore sottolinea la necessità di cooperare con Israele a livello economico, dal momento che circa l’80 per cento delle risorse provengono proprio dallo Stato ebraico.

Sul piano economico la cooperazione tra palestinesi e israeliani sembra quindi funzionare e lascia presagire che possa servire da volano per un accordo anche politico. Tuttavia, evidenzia Jabari il perdurare di uno stato di tensione, consente l’afflusso di denaro da Stati stranieri e da organizzazioni internazionali, che confluiscono principalmente nelle casse dell’Anp. “Se non ci fosse il caos, non ci sarebbero più soldi”, afferma l’imprenditore che allude all’uso indebito di circa 3mila miliardi di dollari da parte di Ramallah. In modo quasi cinico e accusatorio, con una vena di realismo, Jabari sottolinea che “da 70 anni i palestinesi cercano una soluzione”, ma non l’hanno trovata “perché chiunque voglia avere dei benefici economici si interessa alla questione palestinese”. Nel quadro generale, “è triste che i paesi europei sostengano l’Anp”, conclude Jabari.

In Cisgiordania, sorge il complesso industriale di Barkan, che ha circa 160 aziende che impiegano 7.200 lavoratori, tra cui 4mila arabi residente in Cisgiordania. Il vicepresidente di Alon Group, aziende nel settore metallurgico, Eran Bodanknin, afferma che “non si può fare la pace con i politici, ma si fa con le persone. Il dirigente sottolinea che “se tratti tutti i dipendenti allo stesso modo, puoi ottenere ciò che vuoi” e spiega come i dipendenti israeliani e arabi festeggino insieme anche le feste. La presenza di un’area industriale è importante per la Cisgiordania, evidenzia l’imprenditore palestinese Jabari, perché altrimenti ci sarebbe la stessa situazione di Gaza, enclave con circa 2 milioni di persone al collasso dal punto di vista umanitario ed economico. La zona industriale di Barkan non è l’unico esempio di cooperazione e coesistenza tra israeliani e arabi. Nel sobborgo di Gerusalemme di Atarot, il gruppo israeliano Rami Levy nel gennaio del 2019 ha inaugurato un centro commerciale di 25mila metri quadrati, dove negozi di arabi e israeliani offrono prodotti alla popolazione locale in un clima di coesistenza. Non si tratta dell’unico esempio di coesistenza. Nel sud del paese, nella località di Lehavim, il gigante SodaStream – acquisito da Pepsi nel 2018 per 3,2 miliardi di dollari – conta tra i suoi dipendenti anche beduini della vicina città di Rahat e palestinesi che ogni giorno giungono dalla Cisgiordania, dopo che nel 2015 l’azienda ha chiuso i battenti ufficialmente per trovare un posto più grande, nel quadro del boicottaggio alimentato dal movimento Bds (Boycott, Divestment and Sanctions). (Mom)
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