SINGAPORE
 
Singapore: Fmi taglia previsioni crescita economica per il 2019
 
 
Singapore, 16 lug 07:29 - (Agenzia Nova) - Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’economia di Singapore per il 2019, dal 2,3 al 2 per cento. L’organizzazione con sede a Washington ha pubblicato le sue ultime previsioni nella giornata di oggi. “Date le tensioni del commercio globale, ci si attende un calo il sostegno dai settori esterni, e un ritorno dei motori di crescita alla domanda domestica”, recita il rapporto del Fondo. “I rischi prospettivi sono rivolti al ribasso, e originano principalmente da fonti esterne, incluso un irrigidimento delle condizioni di finanziarie globali, l’escalation di tensioni commerciali sostenute, e la decelerazione della crescita globale”, afferma l’Fmi. Secondo il Fondo, la crescita dell’economia di Singapore dovrebbe stabilizzarsi attorno al 2,5 per cento a medio termine. La Banca centrale di Singapore prevede per quest’anno una crescita economica compresa tra l’1,5 e il 2,5 per cento.

Le prospettive di crescita delle principali economie asiatiche sono state nuovamente riviste al ribasso, per effetto del conflitto commerciale in atto tra Stati Uniti e Cina, e del conseguente calo delle esportazioni a livello regionale. Il Centro per la ricerca economica del Giappone (Jcer) e “Nikkei” hanno effettuato un sondaggio trimestrale tra il 7 e il 28 giugno scorsi, raccogliendo le previsioni di 43 economisti e analisti dai cinque principali paesi membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean): Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Thailandia, oltre che dall’India. La media pesata delle previsioni di crescita delle cinque maggiori economie Asean ha segnato una flessione per il quarto trimestre consecutivo, al 4,3 per cento del prodotto interno lordo combinato di quei paesi: 0,3 punti percentuali in meno rispetto al sondaggio dello scorso marzo.

Il peggioramento delle previsioni di crescita ha interessato tutti e cinque i paesi, e in particolare Thailandia e Singapore, le due economie regionali maggiormente orientate all’export. “Come altri paesi esportatori, la Thailandia probabilmente risentirà quest’anno del rallentamento dell’economia globale e della guerra commerciale”, ha commentato Panundorn Aruneeniramarn, economista presso il Centro di intelligence economica di Siam Commercial Bank. “”L’onere sulla crescita proseguirà sino a quando le prospettive del commercio si saranno schiarite”, ha concordato Randolph Tan, della Singapore University of Social Sciences. Per quanto riguarda la Malesia – altra economia dell’Asean fortemente dipendente dalle esportazioni, Wan Suhaimie della Kenanga Investment Bank ha constatato “una permanenza del rischio ribassista per la crescita”. A causa “delle incertezze globali amplificate in larga parte dal protrarsi dei negoziati (commerciali) tra Usa e Cina”.

Le economie di Indonesia e Filippine dovrebbero mantenere tassi di crescita elevati, rispettivamente del 5 e 6 per cento circa, ma anche per quei due paesi le previsioni per il 2019 sono state riviste al ribasso. “La crescita economica è ostacolata dal conflitto commerciale tra Usa e Cina”, che causa un calo dei prezzi delle materie prime e delle opportunità di export, ha commentato Dendi Ramdani, di Bank Mandiri Indonesia. L’economia delle Filippine ha esibito un rallentamento nel primo trimestre del 2019, in parte a causa dei ritardi nell’approvazione della nuova legge di bilancio. Alvin Ang, docente presso l’università Ateneo de Manila, prevede però un recupero: l’approvazione del bilancio e il conseguente aumento della spesa pubblica “rimetterà la crescita sul giusto binario”, ha affermato Ang, che pure prevede nel prossimo futuro un ulteriore rallentamento delle esportazioni.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il suo omologo cinese, Xi Jinping, si sono incontrati a margine del summit G-20 di Osaka, alla fine di giugno, e hanno concordato di rilanciare i colloqui tesi a negoziare un accordo commerciale tra le due maggiori economie del Globo. La traiettoria di evoluzione delle relazioni Usa-Cina restano però incerte, e il conflitto commerciale si sta ormai affermando come una delle manifestazioni di un più vasto confronto geostrategico tra potenze. Manu Bhaskaran, di Centennial Asia, a Singapore, ha commentato che “ci vorrà tempo perché le restrizioni al commercio si allentino”, anche nel caso i colloqui tra Washington e Pechino conducessero in tempi brevi a una parziale distensione.

Alcuni economisti consultati dal Jcer hanno anche espresso il timore di un ulteriore inasprimento delle tensioni commerciali. Amonthep Chawla di Cimb Thai Bank ha avvertito ad esempio che una intensificazione del conflitto commerciale potrebbe “evolvere in un conflitto valutario, o in una guerra tecnologica”. Uno scenario simile “costringerebbe gli investitori thailandesi a una presa di posizione tra Stati Uniti o Cina”. Il sondaggio effettuato dal Jcer e da Nikkei ha chiesto espressamente agli economisti di valutare gli effetti già concretizzatisi e ancora emergenti del conflitto commerciale Usa-Cina. Un rallentamento delle esportazioni, specie quelle dirette verso la Cina, è stato segnalato da gran parte degli esperti dei cinque paesi Asean. Questi ultimi hanno anche indicato una generale tendenza alla rilocazione dei siti di produzione manifatturiera dalla Cina ai paesi del Sud-est asiatico. Dal sondaggio sono emerse anche differenze tra le singole economie Asean in termini di impatto del conflitto commerciale. Un calo del prezzo dell’olio di palma e di altre materie prime ha gravato ad esempio sull’economia indonesiana.

Per quanto riguarda Malesia e Filippine, invece, gli effetti del conflitto commerciale tra Usa e Cina sono stati avvertiti soprattutto sotto forma di minor fiducia e maggiore cautela degli investitori. Singapore sconta sin dalla fine dello scorso anno una crisi della manifattura e dell’occupazione in quel settore dell’economia. La Thailandia, infine, teme un calo della spesa dei turisti in visita al paese. In tutti i paesi della regione, le tensioni commerciali contribuiscono a un rallentamento delle esportazioni, a una deviazione dei flussi commerciali consolidati, a un riposizionamento della produzione e ad un generico calo delle prospettive di crescita economica. (Fim)
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