ITALIA-CINA
 
Italia-Cina: Camera commercio, aziende italiane attendono ricadute positive memorandum Bri
 
 
Pechino, 11 lug 12:26 - (Agenzia Nova) - La firma del Memorandum di intesa sulla Nuova via della seta (Bri) fra Italia e Cina ha generato forti aspettative nelle aziende italiane che operano su suolo cinese, oltre il 50 per cento delle quali si aspetta una ricaduta positiva. Lo ha affermato il presidente della Camera di commercio Italiana in Cina (Ccic), Davide Cucino, in occasione della presentazione avvenuta questa mattina a Pechino del Business Survey 2019. Il sondaggio, realizzato dalla Ccic in collaborazione con la società di consulenza strategica In3Act, ha il fine di approfondire la conoscenza della comunità d'affari sino-italiana e di investigarne lo stato d'animo relativamente alle prospettive d'affari in Cina.

L'indagine è stata condotta nel periodo maggio-giugno su un campione rispondente di 206 rappresentanti della comunità d'affari italiana in Cina, su un totale di 929 soci che operano in Cina da oltre dieci anni. Un dato importante è che, nonostante la dimensione media delle aziende che hanno preso parte al sondaggio sia cresciuta rispetto all'anno precedente, le grandi multinazionali italiane sono ancora sotto-rappresentate in Cina: il 63,5 per cento delle aziende italiane operanti in quel paese ha un numero di dipendenti inferiore a cento. "C'è ottimismo rispetto al futuro, anche se in percentuale leggermente minore rispetto allo scorso anno. Le aziende manifatturiere sono quelle che soffrono maggiormente rispetto a quelle dei servizi. L'indagine condotta ci consente di indirizzarci verso azioni per mitigare queste problematiche", ha spiegato Cucino.

Il presidente della Ccic ha evidenziato che le tensioni commerciali sino-statunitensi hanno avuto un impatto sulle tutte le aziende straniere che investono in Cina; in particolare, le tensioni fra Pechino e Washington hanno influito negativamente sulle attività del 42 per cento delle aziende italiane in loco. "Nell'ambito delle tensioni fra Cina e Stati Uniti, il punto debole è l'incertezza che ha colpito soprattutto la catena di approvvigionamento nel settore dell'automotive", ha osservato il vicepresidente della Ccic, Guido Giacconi. L'indagine ha evidenziato che l'export da parte delle aziende italiane in Cina è aumentato dal 38,2 al 43,7 per cento di quest'anno, mentre l'export verso il mercato cinese da parte delle aziende localizzate in Italia si è attestato sul 32 per cento, in aumento rispetto al dato precedente del 25 per cento.

È risultato inoltre che le aziende italiane in Cina sono maggiormente consapevoli dei programmi strategici cinesi Mic2025 e della Bri. Il 44,3 per cento dei partecipanti al sondaggio esprime un giudizio positivo del Mic2025, mentre il 29,2 per cento si sente discriminato nella partecipazione."Nonostante la disputa Cina-Usa abbia accelerato gli investimenti in molti settori strategici, le aziende italiane si sentono discriminate perché avvertono maggiore difficoltà a reperire i fondi", ha spiegato Giacconi. "La Cina sa che non può portare avanti questo progetto senza le aziende straniere e dunque si di deve lavorare in maniera più equa e per ottenere maggiori benefici per tutti", ha aggiunto Cucino, facendo riferimento alla legge sugli investimenti stranieri del governo cinese che entrerà in vigore l'anno prossimo. Per quanto riguarda la Bri, invece, il 54,8 per cento degli intervistati si aspetta una ricaduta positiva dalla firma del MoU fra Italia e Cina avvenuta nei mesi scorsi.

Un tema caldo rimane poi quello relativo alla proprietà intellettuale. Quasi un intervistato su due la ritiene una questione importante, e il 22,5 per cento ha avuto a che fare con infrazioni, con una percentuale di risoluzione e successo dei casi del 90 per cento. Secondo Giacconi, la percezione è quella che il governo cinese abbia intensificato le azioni nell'ambito della violazione della proprietà intellettuale e che questo porti ad un trend positivo e a un alto tasso di successo dei contenziosi. In merito al trasferimento di tecnologia, il 65 per cento delle aziende italiane che hanno preso parte al sondaggio non ha avuto alcuna percezione del fenomeno; soltanto il 20 per cento ha dovuto affrontare il tema del trasferimento, ma per la maggior parte ha resistito senza subire conseguenze. Il commercio online rappresenta ancora una componente marginale del fatturato delle società italiane in Cina (21,5 per cento).

L'indagine ha inoltre rivelato che in termini di investimenti in Ricerca e Sviluppo, il 76,2 per cento delle aziende non ha un centro in Cina - con conseguenze sul numero di brevetti e modelli di utilità registrati presso le autorità locali - e che un 66,7 per cento è rappresentato da aziende manifatturiere. "Questo dato potrà portare ad un impatto negativo già evidente dal prossimo anno", ha sottolineato Giacconi. Circa il 30 per cento del campione afferma di sentirsi discriminato come società straniera in Cina perlopiù per questioni amministrative e presunte barriere di accesso al mercato. Si stima che il cui costo potrebbe equivalere ad oltre il dieci per cento dei ricavi complessivi (circa 2,5 miliardi di euro).

Nello specifico, le principali preoccupazioni delle aziende italiane sembrano essere l'aumento del costo del lavoro e l'incertezza del quadro legislativo cinese. Quasi il 53 per cento degli intervistati ha dichiarato che continuerà a fare business in Cina nei prossimi cinque anni, mentre una percentuale del 2,1 ha deciso che lascerà il paese. "La presenza italiana delle aziende in Cina si è consolidata la nonostante tutte le difficoltà: c'è la percezione che quello cinese è un mercato in cui bisogna stare", ha ribadito Cucino. Nel presentare i risultati, il presidente della Ccic ha evidenziato che l'obiettivo in futuro è di fare diventare il sondaggio uno strumento importante per promuovere le visioni e gli interessi delle aziende italiane in Cina. (Cip)
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