VENEZUELA
 
Venezuela: Foro penal, dopo passaggio Bachelet ancora nessun prigioniero politico liberato
 
 
Caracas, 25 giu 16:36 - (Agenzia Nova) - L'organizzazione non governativa Foro penal de Venezuela, una tra le sigle più riconosciute sul campo dei diritti umani del paese, non ha ritenuto del tutto soddisfacente la missione che l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha compiuto la settimana scorsa a Caracas. "La visita non è stata efficace e i risultati non sono stati ottenuti. Al giorno d'oggi non si è ottenuta la libertà dei prigionieri politici", ha detto il direttore dell'ong, Alfredo Romero, citato dal quotidiano "Infobae". L'ex presidente cileno ha concluso la missione chiedendo alle aurtorità il rilascio di tutte le persone condannate per ragioni politiche e trovato l'accordo per far rimanere a Caracas una delegazione dell'Unhcr di due persone.

Per Romero, la dichiarazione rilasciata da Bachelet alla fine della missione è da considerarsi "tiepida" se paragonata "alla situazione reale che si vive in Venezuela e che lei stessa ha potuto constatare". Allo stesso tempo il direttore del Foro ha criticato il formato della visita, ritenura "molto corta" considerato l'obiettivo "della verifica di una situazione così complessa e lunga: 18 anno di repressione politica e oltre 15 mila arresti politici dal 2014". Romero si è quindi augurato che il rapporto finale atteso nei prossimi giorni possa essere "meno timido" delle dichiarazioni rese venerdì scorso.

Secondo gli ultimi dati diffusi dall'organizzazione non governativa, a tutto il 24 giugno, nel paese si contano 688 prigionieri politici, di cui 687 adulti e uno in età adolescenziale. Il gruppo di arrestati si compone di 51 donne e 637 uomini, 105 militari e 583 civili. Inoltre, secondo il Foro penal venezolano, ci sono ad oggi "oltre 8700" persone soggette "a processi penali ingiusti" e "sottoposti a misure cautelari". Le statistiche, come oramai consuetudine, sono state certificate oggi dal segretario generale dell'Organizzazione degli stati americani (Osa), l'uruguaiano Luis Almagro.

Nella visita di tre giorni, Bachelet ha sostenuto colloqui con membri del governo di Nicolas Maduro, delle opposizioni e della società civile. Una missione attesa a lungo e che pare offrire le sponde giuste per il buon esito degli sforzi di mediazione lanciati dalla diplomazia norvegese. L'ex presidente cileno chiede a Caracas di rilasciare tutte le persone che sono state arrestate nell'esercizio pacifico dei loro diritti, certificando buona parte degli abusi che le opposizioni rimproverano al governo. E riconosce al tempo stesso, anche se non era la prima volta, che le sanzioni firmate dagli Stati Uniti contribuiscono ad esacerbare la crisi sociale nel paese, punto sul quale torna spesso l'esecutivo chavista.

L'Unhacr lascerà sul terreno una missione di due persone in grado di "fornire assistenza e consulenza tecnica" e seguire gli "sviluppi della situazione": verificare se Maduro, che si è impegnato a lavorare su correttivi di un sistema che comunque difende, rispetterà le promesse. A tutti i leader coinvolti nella crisi, Bachelet ha chiesto "di partecipare in modo costruttivo al dialogo offerto dalla Norvegia ed a qualsiasi altro tentativo o sforzo di affrontare l'attuale situazione politica in Venezuela". L'Alto commissario ha espresso preoccupazione per le sanzioni imposte al paese sulle esportazioni di petrolio e oro in Venezuela, misure che a suo dire stanno "esacerbando ed aggravando la crisi economica", e ha invitato i leader politici a "trovare un modo per affrontare le sfide e le sofferenze del popolo venezuelano", ricordando che "tutte le voci dovrebbero essere incluse".

La crisi in corso in Venezuela ha visto un'escalation dopo che lo scorso 23 gennaio Guaidò ha prestato giuramento come capo dello Stato "ad interim". Subito dopo sono arrivati i riconoscimenti, tra gli altri, del presidente degli Stati Uniti Trump, del brasiliano Jair Bolsonaro e del segretario generale dell’Organizzazione degli stati americani (Osa) Almagro. Si sono aggiunti poi altri paesi latinoamericani, tra i quali l’Argentina, il Cile, la Colombia e il Perù. Guaidò ha quindi ottenuto il riconoscimento di molti paesi europei. Al fianco di Maduro, denunciando pesanti ingerenze negli affari interni del Venezuela, rimangono la Bolivia, Cuba ma anche la Turchia, la Federazione Russa e la Cina. A questi, più di recente si sono aggiunti i 15 paesi africani aderenti alla Comunità di sviluppo dell'Africa australe (Sadc).

Il 30 aprile, alle prime luci dell'alba, Guaidò chiamava il paese a una nuova mobilitazione generale contro il presidente Nicolas Maduro. Al suo fianco, alcuni militari e il carismatico oppositore Leopoldo Lopez liberato dai domiciliari con la complicità di almeno un elemento del servizio di intelligence. Una mossa sostenuta con rinnovato vigore dal fronte internazionale a sostegno di Guaidò e che sembrava poter aprire una nuova fase nella crisi politica. Nel giro di poche ore, però, veniva svelato che il numero di militari pronti a lasciare Maduro era esiguo (e senza nessun nome di particolare richiamo) e che la base aerea inizialmente presentata come sede delle operazioni non era mai stata ai presa. Lo stesso Lopez, in serata, finiva per ottenere ospitalità nella residenza dell'ambasciatore di Spagna a Caracas. Maduro dava in breve per conclusa la crisi e prometteva punizioni per "i golpisti", rivendicando la compattezza delle forze armate attorno al governo e "il sangue freddo" dinanzi alle "provocazioni" di chi avrebbe "sperato nel bagno di sangue per giustificare una invasione armata".

Pochi giorni dopo lo stesso Guaidò ammetteva al "The Washington Post" il sostanziale insuccesso dell'operazione pur promettendo di non fermare la lotta e accogliendo con interesse la disponibilità degli Usa a ipotizzare l'uso della forza. Nei giorni seguenti le autorità venezuelane hanno avviato le azioni utili a sanzionare i presunti responsabili del "colpo di stato". Su tutti ha fatto notizia l'arresto proprio del vicepresidente dell'An, Edgar Zambrano, per cui è stata disposta la "privazione di libertà". L'oppositore è stato accusato dalla Corte suprema (Tsj) di in flagranza di tradimento, cospirazione e ribellione civile. Insieme a lui, è stata revocata l’immunità parlamentare ad altri deputati, alcuni dei quali hanno cercato rifugio presso le sedi diplomatiche nel paese. (Brb)
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