GIAPPONE
 
Giappone: G-20, accordo su riduzione plastica nei mari
 
 
Tokyo, 17 giu 05:15 - (Agenzia Nova) - I ministri dell’Energia e dell’Ambiente del gruppo delle 20 maggiori economie del pianeta (G-20) ha concordato ieri, al termine di un incontro di due giorni a Karuizawa, in Giappone, la creazione di un quadro internazionale teso a incoraggiare iniziative volontarie per la riduzione dell’inquinamento da plastiche dei mari e degli oceani, che costituisce una delle emergenze ambientali più pressanti per il pianeta. “I rifiuti versati in mare, specie i rifiuti plastici e le microplastiche, sono un tema che richiede azione urgente, dato il suo impatto avverso sull’ecosistema marino, la vista e industrie come quella della pesca e del turismo, e potenzialmente per la salute umana”, recita il comunicato diffuso al termine della riunione. Nel documento, i ministri del G-20 si impegnato a “proseguire vigorosamente la ricerca di soluzioni a questo genere di problemi globali”, e sottolineano l’esigenza di realizzare “cicli virtuosi” per la tutela dell’ambiente e la sostenibilità economica. La ministeriale di due giorni si è concentrata anche sul tema della sicurezza energetica, pochi giorni dopo gli attacchi a due petroliere in navigazione nei pressi dello Stretto di Hormuz, che hanno causato un’impennata dei prezzi internazionali del petrolio.

Il Giappone ospiterà il 28 e il 29 giugno il prossimo vertice dei capi di Stato e di governo del G20, con l’ambizioso quanto arduo obiettivo di guidare una risposta alle tendenze protezionistiche globali, verso il ripristino del multilateralismo, di un ordine globale basato sulle regole e di un modello di crescita sostenibile sui piani sociale ed ambientale. Tali obiettivi, che sono stati al centro delle discussioni tenute dal premier giapponese Shinzo Abe con i leader europei il mese scorso, durante il suo viaggio ufficiale nel Vecchio continente, devono fare però i conti con i recenti sviluppi che hanno interessato lo scenario globale: dall’intensificazione della conflittualità commerciale tra Stati Uniti e Cina, che dalla scorsa settimana hanno ripreso la guerra dei dazi alle rispettive esportazioni, sino al deterioramento del quadro della sicurezza e del dialogo diplomatico in regioni “calde” del pianeta quali la Penisola coreana e il Golfo Persico.

Sul fronte economico e finanziario, un’indicazione delle priorità del G20 di Osaka è giunto dal recente incontro dei ministri delle Finanze e dei banchieri centrali. Nella sua ultima analisi del quadro economico mondiale, il Fondo monetario internazionale prevede che il 70 per cento delle economie del pianeta sconteranno un rallentamento nel corso del 2019: dallo scorso ottobre ad oggi, l’Fmi ha già rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’economia globale tre volte. Gli ultimissimi segnali provenienti dalla Cina, una tra le principali locomotive della crescita, sono stati migliori del previsto, e ciò pare deporre in favore delle misure di stimolo adottate da Pechino; i fattori di rischio, però, sono molteplici, e si stanno aggravando, a cominciare proprio dal conflitto commerciale in atto tra Cina e Stati Uniti. La prospettiva di un accordo che consenta di accantonare la guerra dei dazi tra le due potenze è assai più flebile dalla scorsa settimana, quando Washington ha portato dal 10 al 25 per cento i dazi su 200 miliardi di dollari di merci cinesi, apparentemente in risposta a passi indietro di Pechino rispetto a impegni precedentemente assunti in sede negoziale.

Un ulteriore fattore di incertezza che grava sull’economia globale è il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione europea (“Brexit”), che è stato rinviato almeno sino al mese di ottobre nell’assenza di un accordo condiviso dalle parti interessate. L’economista statunitense ha conseguito tassi di crescita superiori alle attese sotto la presidenza di Donald Trump, ma gli economisti si aspettano la conclusione del ciclo espansivo seguito alla crisi finanziaria del 2007-2008, specie nel contesto delle schermaglie commerciali intraprese su più fronti dall’amministrazione presidenziale in carica: con la Cina anzitutto, ma anche con l’Unione europea, con il Canada e con il Giappone, che Washington sollecita a negoziare in tempi brevi un accordo di libero scambio su base bilaterale.

L’indebolimento del multilateralismo e del processo teso a conseguire il liberalismo globale degli scambi - spesso identificato proprio nel presidente Usa Trump, e nella sua dottrina del “primato americano” - ma dovuto in realtà a fenomeni globali come l’aumento delle diseguaglianze socio-economiche - costituisce il nodo cruciale dell’agenda giapponese per il G20 di Osaka. Il Giappone, terza economia mondiale dipendente dall’export, ha assunto una posizione di leadership su questo fronte dallo scorso anno, guidando i negoziati per l’accordo multilaterale Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (Cptpp, noto anche come Tpp-11) e finalizzando l’accordo di partenariato economico con l’Unione europea, oltre a riallacciare il dialogo economico di alto livello con la Cina.

Durante il summit del G20 a Buenos Aires, lo scorso dicembre, il vicepremier e ministro delle Finanze giapponese, Taro Aso, ha illustrato compiutamente la posizione e gli obiettivi del Giappone per quanto riguarda il futuro degli scambi globali. “Il sostegno a un’ordine internazionale basato sulla cooperazione e l’apertura, il medesimo ordine che ha portato pace e maggior prosperità al mondo interno, è sotto pressione, a causa della crescente insoddisfazione dovuta alle diseguaglianze economiche”, ha dichiarato Aso lo scorso dicembre. “Esiste il rischio concreto che, a meno di ristabilire l’impegno e la cooperazione internazionale all’apertura, il mondo finisca per tornare ad una situazione di chiusura e frammentazione, una condizione che la storia ha dimostrato essere anticamera di instabilità e di esiti economici perversi”.

Il ministro Giapponese non ha nascosto che la posta in gioco per il Giappone sia particolarmente elevata, specie in un contesto di invecchiamento e stress demografico, e conseguente contrazione dei consumi interni: “Il Giappone ha beneficiato forse più di qualunque altro paese della cooperazione e dell’apertura che hanno caratterizzato i sette decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale. Per questa ragione, il Giappone avverte come una responsabilità e una missione la tutela dell’ordine internazionale”. Il superamento delle tendenze protezionistiche globali è il frutto però di tendenze storiche di lungo corso: con la fine della Guerra fredda e della relativa contrapposizione tra grandi blocchi ideologici, e il progressivo avventi di un ordine multipolare, gli Stati Uniti non sono più disposti né strutturalmente capaci di reggere l’onere dello sviluppo economico globale tramite un enorme deficit della bilancia commerciale con il resto del pianeta.

Il consolidamento del multilateralismo e del sistema plurale degli scambi dovrà necessariamente passare da una compensazione degli squilibri nei flussi degli scambi globali; tale processo non sarà possibile senza un ridimensionamento degli attivi commerciali di Cina, Unione europea e Giappone, e in misura minore delle dinamiche economie emergenti della regione asiatica. Al netto della retorica, e come dimostrato dai primi due anni della presidenza Trump, questo processo non potrà che includere un fattore di conflittualità, che negli Usa si traduce in un aumento del deficit fiscale, unito a una riduzione soltanto marginale del disavanzo commerciale. Cina, Giappone e Ue sono impegnati in negoziati commerciali con gli Stati Uniti, ma Tokyo punta a sostenere la maggiore efficacia di un confronto multilaterale per il superamento degli squilibri globali.

Tramite il G20 di Osaka, Tokyo punta anche ad affermarsi come esempio virtuoso di un sistema di relazioni basato sulle regole e su standard di governance avanzati. Il premier giapponese Abe ha dedicato a questa dimensione programmatica il suo intervento al Forum economico mondiale di Davos, lo scorso gennaio. In quell’occasione, Abe ha dichiarato che il summit di Osaka costituirà l’occasione per discutere l’adozione di nuovi standard globali in materia di gestione dei dati e delle informazioni personali, per garantire lo sviluppo dei nuovi settori economici e tutelare al contempo la sicurezza nazionale e la proprietà intellettuale. Sul piano nazionale, il governo del Giappone sta valutando un irrigidimento delle norme antitrust a carico di colossi tecnologici e del web statunitensi come Google e Facebook, nel timore che questi ultimi abusino della loro posizione dominante sul mercato per acquisire o schiacciare competitori diretti e violare la privacy dei consumatori.

Un rapporto governativo pubblicato all’inizio dell’anno suggerisce di adottare misure antitrust più rigorose sulla base di valutazioni relative alla proprietà intellettuale, specie per quanto riguarda i brevetti relativi alla gestione dei dati e all’intelligenza artificiale, e della ricerca di personale: in questo modo Tokyo punta a ostacolare l’acquisto di potenziali competitori emergenti da parte di colossi tecnologici dalle vaste disponibilità finanziarie. Il dominio delle quattro grandi società tecnologiche statunitensi Google, Apple, Facebook e Amazon si è progressivamente imposto come preoccupazione per il governo giapponese, ma l’opaco utilizzo della mole di dati personali derivanti dalla loro posizione dominante è una questione che si sta imponendo all’attenzione dei legislatori anche negli Usa.

Il governo giapponese intende anche rivedere il sistema fiscale nazionale per aumentare gli introiti fiscali da Amazon e dalle altre grandi multinazionali dell’e-commerce che sfuggono in larga parte alle tassazioni nazionali, pur assorbendo quote sempre maggiori dei mercati della distribuzione al dettaglio. Stando a indiscrezioni pubblicate dalla stampa giapponese la scorsa estate, Tokyo intende trovare il modo di chiudere almeno in parte le scappatoie che consentono ad aziende come Amazon di sfruttare le disparità tra i regimi fiscali dei vari paesi ed altre scappatoie offerte dalla loro particolare struttura. Shigeki Morinobu, professore di diritto tributario della Chuo University appositamente incaricato dal governo di studiare la questione, ha dichiarato al quotidiano “Asahi” che l’attuale regime fiscale è frutto di un’era ormai superata, e inadeguato alla struttura e alle esigenze dell’attuale società digitale.

“Per il Giappone è un grave problema non poter imporre la tassazione aziendale alle aziende online in un momento in cui i fondi per i programmi di sicurezza sociale e le rendite pubbliche si stanno riducendo”, ha spiegato il docente. “E’ giunto il momento di una vasta revisione del sistema della tassazione”. Tokyo intende porre la difficoltà nella tassazione delle aziende online e dei colossi del web in cima all’agenda del G20, con l’obiettivo di gettare basi condivise verso l’adozione di un sistema di tassazione globale adeguato alle sfide dell’era digitale. Nel 2017 Amazon Japan KK ha conseguito un fatturato di 1.340 miliardi di yen (11,9 miliardi di dollari), 1,5 volte più elevato di quello registrato cinque anni prima, superando il maggiore operatore di centri commerciali del paese, Takashimaya Co. Lo stesso anno, Amazon ha pagato in tasse in Giappone appena 1,1 miliardi di yen (circa 10 milioni di dollari).

Infine, il G20 di Osaka metterà alla prova la capacità del Giappone di orientare le risposte globali a una serie di sfide di nuova natura: dall’invecchiamento delle popolazioni ai cosiddetti “crypto-asset”, generati dall’avvento della tecnologia decentralizzata della blockchain; dalla frammentazione dei mercati sino al rebus rappresentato dal duplice obiettivo dello sviluppo economico e della tutela dell’ambiente e del clima. Durante il summit del G20 a Buenos Aires, lo scorso dicembre, Abe ha illustrato le proprie ambizioni per l’evento di Osaka: “il Giappone si è dato come obiettivo di dare forma materiale a una società futura libera, aperta, inclusiva e sostenibile, e di promuovere ogni sforzo verso questo traguardo: sia attraverso gli sforzi incentrati sugli obiettivi di sviluppo sostenibile (definiti dalle Nazioni Unite), sia attraverso il nostro contributo alle questioni globali; e ancora, attraverso l’indirizzo dell’economia mondiale tramite la promozione del libero commercio e dell’innovazione, per conseguire al contempo crescita economica e riduzione delle diseguaglianze”. (Git)
ARTICOLI CORRELATI
 
 
 
 
 
 
 
 
 
TUTTE LE NOTIZIE SU..