CINA
 
Cina: il conflitto commerciale pesa sull’economia
 
 
Pechino, 17 giu 04:07 - (Agenzia Nova) - Il conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina grava sulla prima economia asiatica, come attestato dai dati ufficiali pubblicati da Pechino lo scorso venerdì. La produzione industriale cinese è aumentata del 5 per cento nel mese di maggio, lo 0,4 per cento in meno rispetto ad aprile, e il dato peggiore da gennaio e febbraio 2009. La generazione di energia elettrica, ritenuta un indicatore dell’attività del settore industriale, è aumentata a maggio di appena lo 0,2 per cento. Il quadro di debolezza emerge in particolare dal settore dell’auto cinese, che il mese scorso ha scontato un tonfo della produzione del 22 per cento, e un calo delle vendite del 16 per cento. E’ calata anche la produzione di macchinari e robot, bersagliati dalle tariffe statunitensi lo scorso anno. Le assunzioni nelle aree urbane della Cina sono calate per il terzo mese consecutivo su base annua, con 1,38 milioni di lavoratori assunti a maggio: 40mila in meno rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Gli investimenti in asset fissi, come la costruzione di di condomini e stabilimenti produttivi, sono aumentati del 5,6 per cento tra gennaio e mazzo, lo 0,5 per cento rispetto ai primi quattro mesi dell’anno.

Il calo delle importazioni cinesi di merci dagli Stati Uniti negli ultimi cinque mesi dimostra che non c'è un vincitore in una guerra commerciale e che le tensioni potrebbero portare a un calo nell'economia statunitense e in quella globale. Lo ha dichiarato la scorsa settimana il ministero del Commercio cinese. "Influenzati dall'escalation unilaterale degli attriti commerciali degli Stati Uniti, i prodotti statunitensi stanno diventando meno competitivi, le aspettative aziendali sono destabilizzate e le normali operazioni commerciali vengono interrotte", ha detto il portavoce del ministero, Gao Feng. Secondo i dati dell'Amministrazione generale delle dogane cinesi, le importazioni cinesi dagli Stati Uniti sono diminuite del 29,6 per cento su base annua a 49,57 miliardi di dollari nel periodo gennaio-maggio 2019, mentre le esportazioni cinesi di terre rare sono diminuite del 16 per cento su base mensile lo scorso maggio.

"Le fluttuazioni delle esportazioni di terre rare sono il risultato di cambiamenti del mercato", ha detto Gao, aggiungendo che la Cina non ha ancora adottato nuove misure di controllo per il commercio di terre rare. Nel frattempo, oltre 600 aziende statunitensi, inclusi i colossi della grande distribuzione Walmart e Target, hanno firmato una lettera che sollecita la Casa Bianca a risolvere il conflitto commerciale in atto tra Stati Uniti e Cina, avvertendo che i dazi a carico delle merci dei due paesi danneggiano le aziende e i consumatori statunitensi. La missiva è solo l'ultima inviata all'amministrazione del presidente Donald Trump dalla campagna "Tariffs Hurt the Hearthland", una campagna nazionale contro i dazi sostenuta da oltre 150 gruppi commerciali di settori quali agricoltura, manifattura, vendita al dettaglio e industria tecnologica. La lettera è significativa per il numero delle aziende firmatarie, ed anche per la sua prossimità al summit del G-20 di Osaka in programma alla fine di questo mese, che dovrebbe coincidere con un incontro tra Trump e il presidente cinese, Xi Jinping.

Il segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, ha discusso le ostilità commerciali tra il suo paese e la Cina con il governatore della banca centrale di quel paese, Yi Gang, a margine della ministeriale del G20 in corso a Fukuoka, in Giappone, lo scorso fine settimana. Mnuchin ha aggiunto che eventuali progressi nella disputa tra le due maggiori potenze globali giungeranno solo dopo l'incontro tra i presidenti dei due paesi, Donald Trump e Xi Jinping, in occasione del summit del G20 che si terrà a fine mese a Osaka. Mnuchin ha affermato di non avere alcun obiettivo specifico per l'incontro con Yi. I due funzionari hanno discusso di questioni economiche e finanziarie come parte delle ordinarie interazioni nell'ambito del G20, oltre ad affrontare il tema del commercio. "Non si tratta di un incontro negoziale", ha puntualizzato Mnuchin.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato giovedì 6 giugno che la sua amministrazione deciderà se estendere i dazi ai rimanenti 300 miliardi di dollari di merci d'importazione cinesi dopo l'incontro tra i leader del G20, in programma questo mese ad Osaka, in Giapponese. Le tensioni tra Stati Uniti e Cina si sono intensificate a maggio, dopo che Trump ha accusato Pechino di aver fatto marcia indietro da una serie di impegni assunti nell'ambito dei negoziati sul commercio. Nei mesi scorsi Trump ha portato al 25 per cento i dazi a carico di 200 miliardi di dollari di merci cinesi importate dagli Usa, ed ha già dato mandato al Rappresentante del commercio di approntare tariffe sulle rimanenti esportazioni cinesi. Il summit G20, che si terrà ad Osaka il 28 e 29 giugno prossimi, sarò la prima opportunità per una confronto diretto tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping dal summit G20 precedente, tenutosi a Buenos Aires lo scorso dicembre.

Il governo cinese ha segnalato martedì, 4 maggio, di aver intrapreso misure tese a limitare le esportazioni di terre rare, nel contesto delle tensioni commerciali in atto tra quel paese e gli Stati Uniti. Tale misura, che Pechino non intraprendeva da cinque anni a questa parte, rischia di causare gravi danni alle catene di fornitura delle industrie dell'alta tecnologia, e di isolare la Cina nel contesto della comunità internazionale. Il dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha annunciato frattanto una "azione senza precedenti" per ridurre la dipendenza di "minerali critici" da fonti straniere, e raccomandato misure urgenti, a cominciare da investimenti massicci per l'aumento della produzione nazionale. Pechino regge ad oggi un vantaggio strategico come fornitore dominante delle terre rare a livello globale; gli Usa si rendono conto che l'accesso ininterrotto a tale famiglia di minerali è fondamentale alla tutela del suo primato tecnologico.

La Cina ha accusato gli Stati Uniti di praticare "terrorismo economico ai suoi danni" oggi, in un contesto di crescente indurimento della retorica tra le due maggiori potenze mondiali. "Siamo contrari a una guerra commerciale, ma non la temiamo", ha affermato il viceministro degli Esteri cinese, Zhang Hanhui, durante una conferenza stampa in vista della visita del presidente Xi Jinping alla Russia, questa settimana. "Questa istigazione premeditata di un conflitto commerciale è una forma di terrorismo economico aperto, di sciovinismo economico, di bullismo economico", ha detto Zhang, avvertendo che "non esiste vincitore in un conflitto commerciale". I media di Stato cinesi hanno avvertito negli ultimi giorni che Pechino sta valutando il blocco delle esportazioni di terre rare verso gli Stati Uniti. Zhang ha dichiarato che "questo conflitto commerciale avrà un impatto seriamente negativo sullo sviluppo e la rivitalizzazione dell'economia globale". Il viceministro ha sottolineato infine la comune visione di Cina e Russia in merito ai temi del commercio e del conflitto commerciale tra Cina e Stati Uniti. "Continueremo a rispondere alle sfide estere, faremo tutto il necessario, svilupperemo le nostre economie e continueremo a migliorare gli standard di vita dei nostri popoli", ha affermato Zhang.

Uno degli effetti collaterali del conflitto commerciale in atto tra Stati Uniti e Cina è il ricorso di Pechino alla "arma economica" dei suoi massicci flussi turistici. Per la prima volta dal 2003, ovvero da 15 anni a questa parte, il numero complessivo dei turisti cinesi negli Usa ha segnato un calo, a circa 3 milioni nel 2018, secondo i dati forniti dall'Us National Travel and Tourism Office. Il calo di circa 200mila unità rispetto all'anno precedente interrompe una tendenza positiva che proseguiva senza interruzioni da oltre un decennio. Tori Barnes, vicepresidente escutivo per gli affari pubblici della Us Travel Association, ha puntato l'indice contro la guerra dei dazi voluta da Trump per riequilibrare la bilancia commerciale tra i due paesi: "L'ironia è che l'export nel settore dei viaggi è stata la maggior storia di successo delle nostre relazioni commerciali con la Cina, generando un surplus di 30 miliardi di dollari, pari al 19 per cento delle nostre esportazioni verso quel paese nel 2017", ha detto Barnes. A livello di fatturato, però, lo scorso anno si chiuso ancora una volta in maniera positiva: le esportazioni legate ai viaggi di tutti i generi, inclusi quelli legati all'istruzione, sono cresciute di oltre un miliardo di dollari rispetto al 2017, a 36,4 miliardi di dollari.

Le aziende e i consumatori statunitensi stanno sopportando quasi per intero il costo del conflitto commerciale in atto tra gli Usa e la Cina, secondo un rapporto pubblicato ieri dal Fondo monetario internazionale (Fmi) che smentisce le dichiarazioni del presidente Usa Donald Trump. Secondo il Fondo, il costo dei dazi imposti da Washington alle importazioni cinesi "è stato retto quasi interamente" dagli importatori Usa. Il 10 maggio scorso gli Stati uniti hanno aumentato dal 10 al 25 per cento le tariffe su 200 miliardi di dollari di merci cinesi, inclusi elettronica per il consumo, generi alimentari e abbigliamento. Washington ha anche minacciato di estendere le sanzioni ai rimanenti 300 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina. Attingendo ai dati dell'Ufficio di statistica del lavoro Usa, i ricercatori dell'Fmi non hanno riscontrato "quasi alcun cambiamento nei prezzi al confine delle importazioni dalla Cina, e un brusco aumento dei prezzi post-tariffe, in misura equivalente alla magnitudine delle tariffe stesse". Ciò suggerisce, secondo l'Fmi, che le aziende importatrici Usa stiano pagando per le merci cinesi i medesimi prezzi, e in più si stiano accollando quasi per intero il costo dei dazi. In alcuni casi l'Fmi ha anche riscontrato un trasferimento dei costi delle tariffe ai consumatori Usa, ad esempio nel caso delle lavatrici. (Git)
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