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Usa-Iran: Washington sostiene tentativo di mediazione del premier giapponese Abe
 
 
Washington, 13 giu 04:44 - (Agenzia Nova) - Gli Stati Uniti sostengono il tentativo del primo ministro giapponese, Shinzo Abe, di mediare una riduzione delle tensioni tra Washington e Teheran. Lo ha riferito ieri il dipartimento di Stato Usa. “Qualunque cosa il primo ministro giapponese sarà in grado di fare, noi, ovviamente, lo sosterremo”, ha dichiarato una portavoce del dipartimento, Morgan Ortagus, durante una conferenza stampa poche ore dopo l’incontro tra Abe e il presidente iraniano, Hassan Rohani. La portavoce ha aggiunto che gli Usa si aspettano dal Giappone e dagli altri paesi alleati che veicolino al Teheran un messaggio: nessuna ulteriore intensificazione delle tensioni e del confronto militare sarà tollerato. Ortagus ha aggiunto che il premier giapponese e il presidente Usa, Donald Trump, sono “in pieno accordo e completamente allineati per quanto riguarda la politica nei confronti dell’Iran”.

Il primo ministro del Giappone, Shinzo Abe, ha esortato il presidente iraniano, Hassan Rohani, a fare tutto il possibile per evitare un ulteriore aumento delle tensioni tra il suo paese e gli Stati Uniti. Il capo del governo giapponese, che ha incontrato Rohani ieri, 12 giugno, all’inizio della sua visita ufficiale di tre giorni all’Iran, ha avvertito che senza il riavvio di un dialogo tra Teheran e Washington c’è il rischio di un conflitto militare nel Medio Oriente. Durante una conferenza stampa a margine del colloquio tra i due leader, presso il Palazzo Saadabad di Teheran, Abe ha dichiarato che il Giappone è pronto a fare tutto quanto in suo potere per ridurre le frizioni tra Stati Uniti e Iran, ma ha anche esortato quest’ultimo a giocare un “ruolo costruttivo” per portare pace e stabilità nella regione mediorientale. “E’ necessario evitare uno scontro armato a qualunque costo. La pace e la stabilità nel Medio Oriente sono essenziali per la prosperità della regione e del mondo”, ha detto il premier giapponese.

Abe ha intrapreso ieri una visita ufficiale di tre giorni in Iran, nel tentativo di disinnescare le tensioni in atto tra quel paese e gli Stati Uniti. Prima di imbarcarsi sul volo governativo, Abe ha dichiarato di voler dare un contributo di pace e stabilità al Medio Oriente. L’ambiziosa mossa diplomatica del premier giapponese giunge dopo che questi ha ottenuto il via libera del presidente Usa Donald Trump, in visita di Stato al Giappone alla fine di maggio. Abe ha incontrato il presidente iraniano Hassan Rohani, e oggi si confronterà con il leader supremo della Repubblica islamica, l’Ayatollah Khamenei. “Intendo condurre uno scambio di vedute improntato alla franchezza, per contribuire a placare le tensioni” regionali, ha dichiarato Abe. La visita è la prima di un premier giapponese all’Iran da oltre 40 anni a questa parte: l’ultima risale al 1978, prima della rivoluzione iraniana del 1979 e della conseguente crisi energetica internazionale.

Le tensioni tra gli Stati Uniti e l’Iran sono in aumento, a circa un anno dalla decisione di Washington di revocare la propria adesione all’accordo internazionale sul nucleare iraniano, e dopo la progressiva reintroduzione delle sanzioni a carico di Teheran, incluso il ritiro delle esenzioni concesse ai principali paesi importatori del suo petrolio greggio. Giappone e Iran godono di relazioni amichevoli di lungo corso, edificate in decenni di dipendenza energetica di Tokyo; proprio quest’anno, i due paesi celebreranno il 90mo anniversario delle relazioni bilaterali.

Secondo Toshihiro Nakayama, accademico giapponese membro del think tank Wilson Center di Washington, “Abe intende giocare il ruolo di messaggero e placare le tensioni. Si tratta di una mossa audace. Penso origini dalla fiducia nelle sue relazioni personali con il presidente Trump”. Il Giappone è direttamente interessato alla stabilità del Medio Oriente, da dove importa gran parte del petrolio greggio necessario ad alimentare la sua economia. Diversi esperti, comunque, dubitano che la visita di Abe produrrà risultati concreti reali. “L’obiettivo della visita non è di mediare”, ha affermato ad esempio un ex diplomatico giapponese, Kunihiko Miyake. “Si tratterà principalmente di questioni bilaterali, e se ci sarà modo di affrontare altre questioni, lo faranno con cautela”.

Il massimo cui il premier giapponese potrebbe puntare sarebbe forse di persuadere Iran e Stati Uniti a riprendere i colloqui diretti: la mediazione giapponese potrebbe fornire a entrambi i paesi l’opzione ideale per riprendere il dialogo senza dover formulare per primi alcuna apertura. Ieri Abe ha intrattenuto una conversazione telefonica con il presidente usa Trump, in merito alla situazione nel Medio Oriente, prima della visita del premier giapponese all’Iran. I governi giapponese e statunitense non hanno fornito dettagli in merito ai contenuti della conversazione telefonica; secondo l’emittente televisiva giapponese Nhk, però, Abe avrebbe riferito a Trump di voler sollevare la questione delle tensioni regionali con l’Ayatollah Seyed Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran, e di voler provare a sollecitare Teheran a una de-escalation della tensione.

Le tensioni tra Washington e Teheran sono aumentate dopo il rafforzamento della presenza militare Usa nel Golfo, ma Trump ha escluso un conflitto armato, a meno di provocazioni da parte iraniana: “Nessuno vorrebbe vedere accadere una cosa così terribile”, ha detto il presidente. L’agenzia di stampa “Kyodo” aveva anticipato la notizia del viaggio di Abe lo scorso 24 maggio, ma la conferma di Tokyo era giunta solo alcuni giorni più tardi, dopo il confronto diretto tra Abe e Trump, in occasione della visita di Stato di quattro giorni in Giappone tenuta dall’inquilino della Casa Bianca alla fine del mese scorso.

Commentando le nuove sanzioni imposte dal Tesoro degli Stati Uniti contro la Persian Gulf Petrochemical Industries Company, Zarif ha affermato ieri che l’uso “improprio” del dipartimento del Tesoro da parte dell’amministrazione del presidente degli Usa si ritorcerà contro il paese. “La Russia e la Cina hanno recentemente deciso di abbandonare il dollaro nelle loro transazioni commerciali e altri paesi gradualmente faranno lo stesso. Se ciò dovesse accadere, gli Stati Uniti perderanno gran parte del loro potere economico”, ha affermato Zarif. Per il ministro degli Esteri iraniano, “le mosse degli Stati Uniti sono il risultato dei loro errori e delle cattive decisioni nella regione. Non siamo stati noi a esserci schierati con lo Stato islamico, con il Fronte al Nusra e gli aggressori nello Yemen”.

Il presidente iraniano, Hassan Rohani, ha inviato però segnali di apertura al dialogo, affermando che il Piano di azione globale congiunto (Jcpoa), ossia il trattato sul programma nucleare iraniano concluso a Vienna nel 2015 da Repubblica islamica, Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, Germania, Regno Unito e Ue, è “ancora da salvare,”. Rohani lo ha dichiarato durante una conferenza stampa in occasione della visita a Teheran del ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, che ha ricevuto a Teheran nella giornata di ieri, 10 giugno. Secondo quanto riferito dall'emittente radiofonica tedesca “Deutschlandfunk”, per Rohani il Jcpoa “deve essere salvato nonostante la crisi in corso” tra Iran e Stati Uniti, innescata dal recesso degli Usa dal trattato nel maggio del 2018. A tal fine, ha evidenziato il presidente iraniano, “la Germania e l'UE potrebbero svolgere un ruolo decisivo e positivo”. Inoltre, secondo Rohani, “gli europei dovrebbero difendersi dalle sanzioni” degli Stati Uniti contro l'Iran e dal “terrorismo economico” degli Usa. (Was)
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