LIBIA
 
Libia: l’offensiva di Haftar su Tripoli è la pietra tombale degli accordi di Skhirat
 
 
Tripoli, 22 mag 12:26 - (Agenzia Nova) - L’offensiva militare lanciata dal generale libico Khalifa Haftar il 4 aprile scorso su Tripoli e che è ancora in corso rappresenta la pietra tombale di quelli che sono stati gli sforzi di arrivare ad un accordo politico in Libia, iniziati nel 2015 con l’accordo di Skhirat e proseguiti con i tentativi della missione Unsmil di tenere una conferenza a Ghadames e di arrivare ad elezioni politiche e presidenziali. Lo ha spiegato chiaramente il rappresentante della Libia presso l’Onu, Saleh al Majbari, il quale ha chiesto alla missione delle Nazioni Unite in Libia di trovare nuovi meccanismi per il dialogo che comprendano tutti i libici senza eccezioni, considerato che “sono cambiate le basi per il dialogo dopo gli scontri di Tripoli”.

Parlando alla sessione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla Libia, il diplomatico ha affermato che “sono passati otto anni da quando è stata adottata la risoluzione sulla Libia; ora molte cose sono cambiate e sono necessari nuovi provvedimenti”. Il Consiglio di sicurezza ha oggi “una responsabilità storica” per “correggere gli errori” del passato e imporre “l’attuazione immediata delle risoluzioni” precedenti, ha aggiunto il diplomatico. Inoltre, Al Majbari ha detto che le forze dell’Esercito nazionale libico (Lna) guidate dal generale Khalifa Haftar dovrebbero ritirarsi immediatamente e ritornare nelle loro basi a Bengasi.

Secondo il diplomatico “questa offensiva di Haftar è iniziata proprio dopo un periodo nel quale stavamo vedendo dei miglioramenti dal punto di vista economico e della sicurezza. Proprio mentre le cose andavano meglio, Haftar è entrato in una città che da sola ha un terzo degli abitanti di tutto il paese ed ha compiuto una serie di violazioni e crimini di guerra e contro l’umanità. Si tratta di violazioni tutte documentate”. Per questo al Majbari ha chiesto ai membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di “inviare una commissione d’inchiesta per appurare tutte queste violazioni”, ed ha aggiunto che “il sostegno che ricevono le forze di Haftar serve solo ad allungare le mani su questa guerra e ad aumentare il numero dei morti civili. Gli scontri di Tripoli hanno creato anche un vuoto a livello di sicurezza che dà la possibilità allo Stato islamico di ritornare dopo essere stato cacciato da Sirte”.

Anche lo stesso premier del Governo di accordo nazionale, Fayez al Sarraj, spera nel sostegno internazionale, in particolare dei paesi europei. Il capo del Consiglio presidenziale libico, ha affermato che “i leader arabi stanno dalla parte del Governo di accordo nazionale”. Parlando all’emittente “Euronews”, in un’intervista ripresa oggi dai media libici, Sarraj ha definito “produttivo” il recente tour europeo che lo ha portato a Roma, Parigi, Berlino e Londra aggiungendo che il suo governo “gode di una cooperazione e della fiducia degli Stati Uniti, in quanto entrambe le parti collaborano con successo nella lotta al terrorismo come avvenuto a Sirte”, ex roccaforte dello Stato islamico in Libia liberata nel dicembre del 2016 dalle milizie di Misurata con l’aiuto dei raid aerei Usa.

Diverso invece è l’atteggiamento nei confronti dei paesi arabi. A parte il Qatar, sono quasi tutti schierati a favore del generale Khalifa Haftar o neutrali rispetto al conflitto in corso a Tripoli. Per questo l’Alto Consiglio di Stato libico di Tripoli ha chiesto a Sarraj di non prendere parte al vertice arabo convocato dal re saudita, Salman Bin Abdel Aziz, a fine mese alla Mecca per discutere delle crisi in corso in Medio Oriente. In un comunicato diramato dal Consiglio di Stato libico si legge che “questo invito deve essere respinto per rispondere alla posizione “vergognosa” della Lega araba nei confronti dell’offensiva in corso su Tripoli”. Nella nota si chiede anche all’inviato dell’Onu, Ghassan Salamé, di assumersi le proprie responsabilità rispetto “all’avanzata delle forze di Haftar su Tripoli assicurando i libici che la Libia non sarà che uno stato non militare e democratico e che ogni tentativo di ritornare al passato e al potere militare fallirà”.

Anche Salamé si dice preoccupato per la situazione in Libia ma in particolare per il possibile ritorno del terrorismo. Lo Stato islamico sta approfittando della guerra per tornare in Libia. "Finora ci sono stati quattro attacchi al sud, ma io credo che abbia cellule dormienti anche a Tripoli e altrove". L'allarme viene dal rappresentante speciale Onu, che "La Stampa" ha incontrato dopo l'intervento di ieri al Consiglio di Sicurezza. "Abbiamo bisogno del cessate il fuoco, per tornare al negoziato politico, ma non possiamo averlo senza che i paesi più coinvolti lo chiedano. Siamo allo stallo militare, dobbiamo tornare al processo politico. L'Italia ha molti amici in Libia, può dire loro che bisogna fare la tregua". "La seconda sfida - continua - è che l'embargo delle armi viene sfidato pubblicamente, da tutte le parti, e ciò mina la credibilità delle risoluzioni dell'Onu. Non è solo un problema legale, molto peggio. L'arrivo di nuove armi, in maggiore quantità e qualità, dà a tutte le parti l'illusione di poter vincere la guerra, e ciò rende ancora più difficile l'accettazione della tregua. Questi sono problemi su cui l'Italia può avere un peso, e io sono felice che la vostra ambasciata sia ancora aperta".

Il generale Khalifa Haftar, sottolinea "La Stampa", però ha detto al premier Giuseppe Conte che non fermerà l'attacco. "Ho sentito dagli amici italiani che l'incontro a Roma non è stato un successo. Nessuno ora è ansioso di fare la tregua, perché tutti credono che l'arrivo di nuove armi e la persistenza porteranno a una soluzione militare. È un errore, perché prima o poi servirà un accordo politico: allora perché aspettare? Perché uccidere altre persone e buttare soldi? Capisco che possa sembrare un cliché, ma in Libia non c'è una soluzione militare. Ritardare la tregua invece può produrre danni irreversibili, come l'arrivo di nuovi mercenari, l'uso degli espatriati in attività belliche, l'ingresso di attori che non vorresti in circolazione. I combattimenti poi avvengono a 3 o 4 chilometri dalle zone più abitate di Tripoli. Dio non voglia che le colpiscano, perché il numero delle vittime diventerebbe straordinariamente diverso".

Secondo "La Stampa", alcuni stimano che 100.000 migranti siano pronti a partire per le coste italiane. "Non so come siano arrivati a questa stima, ma posso dirvi che gli affitti in Tunisia stanno salendo. Ciò significa che la gente in fuga non si aspetta una rapida fine dei combattimenti". Poi Salamé spiega cosa pensa della linea del governo italiano di chiudere i porti. "Questo è un altro tema, completamente diverso. Io sono risentito con gli europei, perché pensano solo a due questioni: migrazioni e terrorismo. In Libia ci sono 800.000 stranieri che non hanno mai cercato di attraversare il mare. Poche migliaia ci hanno provato, e sono nei centri di detenzione. Ma cosa facciamo con gli 800.000 che non hanno mai cercato di imbarcarsi? Non è vero che ogni non libico in Libia sogni Napoli. Non è vero. La soluzione migliore per il futuro è avere un'autorità unica e legittima in Libia. Tutti gli altri metodi non funzionano. Gli europei dovrebbero concentrarsi su questo, invece di fare altro".

Quanto alla telefonata del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ad Haftar, "ha confuso la lettura dei libici della posizione americana". Lo Stato islamico, infine, sta rialzando la testa. "Abbiamo avuto quattro attacchi in meno di due mesi, due a Ghadwa, uno a Sebha e uno a Zillah. In totale 17 morti, 10 feriti e 8 rapiti. Daesh (acronimo arabo di Stato islamico dell'Iraq e del Levante) sfrutta la guerra per occupare il vuoto creato al sud, ma probabilmente ha cellule dormienti a Tripoli e altrove". Ed è una minaccia anche per l'Europa. "Sì. Prima per la Libia, ma anche per l'Europa. Mi preoccupa poi che migliaia di persone potrebbero abbandonare la città di Idlib, in Siria, perché la Libia sarebbe un rifugio attraente", ha concluso Salamé. (Lit)
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