SRI LANKA
 
Sri Lanka: colpito un paese in difficoltà, tra crisi istituzionali e rallentamento economico
Colombo, 23 apr 14:22 - (Agenzia Nova) - Lo Sri Lanka ha cominciato oggi a seppellire le vittime degli attentati di domenica, dopo i funerali di massa. Il numero dei morti è salito a 321, tra cui 45 bambini; i feriti sono almeno 500. Tra le vittime ci sono 39 stranieri, oltre a una trentina di feriti: cittadini di India, Portogallo, Francia, Turchia, Australia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. Il 21 aprile, infatti, insieme alle chiese cristiane sono stati colpiti alberghi di lusso frequentati da clienti internazionali. Le esplosioni coordinate hanno devastato le chiese cattoliche di Sant’Antonio a Colombo e di San Sebastiano nella vicina Negombo, a una trentina di chilometri, e quella protestante di Sion a Batticaloa, a 250 chilometri di distanza; gli hotel Shangri-La, Cinnamon Grand e Kingsbury and Tropical Inn nella capitale. Lo Stato islamico, attraverso la sua agenzia di propaganda “Amaq News Agency”, ha rivendicato gli attentati. Già prima della rivendicazione, le indagini si erano orientate su piste internazionali, dati i bersagli e la tempistica: luoghi di culto cristiani nel giorno di Pasqua e strutture turistiche frequentate da stranieri.

Oggi il Parlamento srilankese si è riunito in seduta straordinaria per ascoltare il rapporto del sottosegretario alla Difesa, Ruwan Wijewardene (il titolare del ministero è il presidente, Maithripala Sirisena), sui primi elementi emersi dalle indagini. Gli inquirenti hanno ipotizzato una rappresaglia dopo le recenti sparatorie di Christchurch in Nuova Zelanda, dove il 15 marzo un estremista australiano sparò contro i fedeli della moschea di Al Noor e del centro islamico di Linwood, entrambi affollati per la preghiera del venerdì, causando la morte di 50 persone e il ferimento di altrettante. L’ufficio di presidenza ha comunicato che, a causa della presenza di organizzazioni internazionali dietro i terroristi locali, è stato deciso di chiedere assistenza internazionale per le indagini, alle quali quindi sta collaborando l’Interpol.

Wijewardene ha riferito all’aula che gli inquirenti stanno verificando collegamenti tra i gruppi terroristici National Thowheed Jamath (Ntj) e Jamaat-ul-Mujahideen India (Jmi). National Thowheed Jamath è l’organizzazione che il governo di Colombo ha da subito indicato come responsabile. Su Ntj non si sa molto: è un gruppo jihadista locale nato intorno al 2016 per distacco da un’altra organizzazione estremista, lo Sri Lanka Thowheed Jamath (Sltj). L’anno scorso il gruppo è stato collegato ad atti di vandalismo contro statue buddiste e uno dei suoi dirigenti, Abdul Razik, è stato arrestato per incitamento al razzismo.

Anche l’altro gruppo è di formazione recente, benché a sua volta legato a Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (Jbm), fondato nel 1998 da Abdur Rahman e designato come organizzazione terroristica dal governo bengalese nel 2005. A Jbm sono attribuite numerose azioni, tra le quali quella del 17 agosto 2005, con esplosioni simultanee di piccole bombe: furono colpiti 300 luoghi di 50 città, compresi l’aeroporto internazionale, edifici governativi e alberghi a Dacca, la capitale; due persone rimasero uccise e una cinquantina ferite. Le indagini bengalesi su Jmb hanno evidenziato una vasta rete di affiliati e collegamenti, anche finanziari, internazionali.

Gli attentati di Pasqua si sono abbattuti su un paese multietnico e multireligioso che è stato dilaniato da una sanguinosa guerra civile tra il 1983 e il 2009: almeno 80 mila persone sono morte nel conflitto tra lo Stato e l’organizzazione separatista Tigri per la liberazione della patria Tamil (Ltte). La religione prevalente è il buddismo, praticato da circa il 70 per cento della popolazione; la maggioranza dei buddisti è di etnia singalese. L’induismo è la minoranza più consistente, circa il tredici per cento, concentrata nel Nord-est e nel centro del paese; è induista la maggior parte dei tamil. L’Islam è al terzo posto, con una quota del 9,7 per cento circa; i musulmani sono prevalentemente sunniti. Infine, il cristianesimo è presente in una percentuale del 7,4 per cento; più di otto cristiani su dieci sono cattolici.

A due giorni dagli attentati, risultano sette attentatori suicidi e 40 arrestati, compresi i sospetti citati in un rapporto che proprio pochi giorni fa aveva segnalato il rischio di attentati. Il capo della polizia, Pujuth Jayasundara, infatti, aveva inviato un allarme a livello nazionale l’11 aprile, sulla base di fonti straniere. “Un’agenzia di intelligence straniera ha riferito che l’Ntj sta pianificando di compiere attacchi suicidi contro chiese”, ha riferito la stampa locale. Il primo ministro, Ranil Wickremesinghe, ha ammesso che sono stati ricevuti avvertimenti, ma che le autorità “non hanno prestato abbastanza attenzione”. Ora lo Sri Lanka è in stato di emergenza.

Ciò vuol dire che polizia e militari hanno il potere di fermare e interrogare sospetti anche senza ordine giudiziario. Lo stato di emergenza si innesta in una stretta securitaria già avviata negli ultimi mesi: è attesa a giorni, infatti, la fine della moratoria alla pena di morte, dopo più di 40 anni, annunciata a febbraio dal presidente Sirisena per i narcotrafficanti. La magistratura singalese emette regolarmente sentenze capitali per reati quali omicidio, stupro e traffico di droga, ma da decenni le condanne vengono commutate in ergastoli. L’organizzazione non governativa Amnesty International ha sollecitato Colombo a rivedere i suoi piani, ricordando che “lo Sri Lanka è stato un leader nella regione, con un record invidiabile di accantonamento di questa pratica crudele e irreversibile laddove molti altri paesi hanno scelto di persistere”.

Gli attentati colpiscono un paese che ha vissuto lo scorso autunno una grave crisi istituzionale: a fine ottobre Sirisena, esponente del Partito della libertà, socialdemocratico e nazionalista singalese, ha ritirato il sostegno al governo di unità nazionale, rimosso il primo ministro Wickremesinghe, leader del Partito nazionale unito, conservatore, e nominato al suo posto Mahinda Rajapaksa, del Partito della libertà. Quindi, dopo il rifiuto di Wickremesinghe di accettare la decisione, ha sciolto il parlamento e nominato un esecutivo parallelo. A dicembre, però, la Corte suprema ha giudicato illegittimo lo scioglimento del parlamento; in seguito alla sentenza, Rajapaksa si è dimesso e Wickremesinghe è stato reinsediato.

I tragici eventi di Pasqua colpiscono il paese in un settore chiave della sua economia: il turismo, che è la terza fonte di valuta estera e la più in crescita, dopo le rimesse e l’esportazione tessile. Secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), nel 2018 il comparto ha garantito 4,4 miliardi di dollari, pari al 4,9 per cento del prodotto interno lordo. Proprio questo mese, nell’ultimo rapporto “South Asia Economic Focus, Exports Wanted”, la Banca mondiale ha lanciato un allarme sulla situazione macroeconomica dello Sri Lanka, a causa del contesto politico e nonostante i progressi nella riduzione della povertà. La crescita è rallentata l’anno scorso, al 3,8 per cento, mentre il disavanzo ha raggiunto il 5,2 per cento del prodotto interno lordo. La crescita delle esportazioni è scesa al 2,1 per cento. Il debito in scadenza a fine 2019 ammonta a 4,9 miliardi di dollari.

Il paese insulare dell’Oceano Indiano, esposto direttamente alle politiche di influenza di Cina e India, ha fatto ricorso al credito cinese più che all’emissione di obbligazioni sovrane internazionali o alla contrazione di prestiti con istituzioni internazionali: circa il 15 per cento del debito srilankese è detenuto dalla Cina; seguono la Banca asiatica di sviluppo (Adb) col 14 per cento, il Giappone col dodici per cento e la Banca mondiale con l’undici per cento. Nel 2017, a fronte dell’incapacità di onorare i debiti contratti con Pechino, Colombo ha assegnato alla compagnia cinese China Merchants Port Holdings Company una concessione di 99 anni sul porto strategico di Hambantota. La Cina è la principale fonte di investimenti esteri diretti per lo Sri Lanka, seguita da India e Singapore.

Sia dalla Cina che dall’India, come dal resto del mondo, sono giunti messaggi di solidarietà dopo l’attentato. Il presidente cinese, Xi Jinping, si è detto scioccato per l’accaduto. “A nome mio, del governo e della popolazione cinesi, invio profonde condoglianze alle vittime e la mia sincera solidarietà ai feriti e alle loro famiglie”, ha scritto Xi nel suo messaggio all’omologo Sirisena. “Il governo e il popolo cinesi si schiereranno fermamente dalla parte della popolazione dello Sri Lanka e sosterranno con decisione lo sforzo del governo locale per mantenere la sicurezza e la stabilità nazionale”, ha aggiunto il leader di Pechino. Il primo ministro indiano, Narendra Modi, ha avuto colloqui telefonici sia con Sirisena che con Wickremesinghe, ai quali ha espresso solidarietà, sottolineando che gli ultimi attacchi confermano che il terrorismo è la più grave minaccia per la regione e per il mondo intero.

Il governo di Nuova Delhi ha emesso anche un comunicato per condannare fermamente le esplosioni, porgere le condoglianze ed esprimere l’auspicio che i responsabili siano assicurati alla giustizia: “L’India ha sempre contrastato e respinto il terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni e ha sollecitato un’azione concertata da parte della comunità internazionale contro il terrorismo, incluso il terrorismo transfrontaliero. Non può esserci alcuna giustificazione per alcun atto di terrore”, si legge nella nota. La stampa indiana ha riferito che le agenzie di sicurezza nazionali hanno lanciato un allarme rosso nello Stato meridionale del Tamil Nadu, mobilitando la Guardia costiera e le forze di sicurezza nel timore di infiltrazioni terroristiche di matrice islamica dal vicino Sri Lanka, in particolare del gruppo Ntj, che secondo le autorità indiane è stato fondato con il sostegno del Servizio di intelligence del Pakistan. (Inn)
 
 
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