VENEZUELA
 
Venezuela: Consiglio sicurezza Onu, Usa chiedono "azioni concrete" contro "repressione" Maduro
 
 
Washington, 15 mag 12:07 - (Agenzia Nova) - Gli Stati Uniti denunciano al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cds) un aumento della pressione esercitata dal governo venezuelano di Nicolas Maduro nei confronti delle opposizioni, invitando la comunità internazionale ad "adottare misure concrete" verso Caracas. In particolare, fa sapere la rappresentanza statunitense dando conto dell'incontro a porte chiuse tenuto martedì, si getta l'allarme sull'arresto di Edgar Zambrano, primo vicepresidente dell'Assemblea nazionale (An), il parlamento controllato dalle opposizioni ma le cui funzioni non vengono da tempo riconosciute dal governo. Il timore di Washington, si legge nella nota, è che sia il primo passo di una escalation nei confronti "dell'unica istituzione democratica rimasta in Venezuela". Gli Stati Uniti, prosegue la nota, "lanciano un appello a tutti gli stati membri per prepararsi ad adottare sanzioni concrete in risposta alla repressione che il regime di Maduro porta avanti in Venezuela".

Zambrano, che a detta degli oppositori si trova in regime di privazione di libertà "in un luogo sconosciuto", era stato arrestato l'8 maggio con l'accusa di "tradimento della patria, cospirazione, istigazione all'insurrezione, ribellione civile, associazione a delinquere, usurpazione di funzioni e istigazione alla disobbedienza della legge". Oltre a Zambrano, le autorità hanno disposto l'avvio di indagini nei confronti di altri deputati cui è stata revocata l'immunità parlamentare, sempre per la partecipazione al "colpo di stato" di fine aprile. In una prima tornata sono finiti Ramos Allup, Luis Florido, Jose Blanco, Mariela Magallanes, Simon Calzadilla, Dairene Delgado e Americo De Grazia. De Grazia e Magallanes sono stati accolti nella residenza dell’ambasciatore italiano a Caracas; Blanco nell’ambasciata argentina. Il 14 maggio è stata la volta di Juan Andres Mejia, Freddy Superlano, Sergio Vergaga, Miguel Pizarro e Carlos Paparoni.

La riunione del Cds - ha fatto sapere l'ambasciatore aggiunto russo presso Onu, Dmitri Polianski, all'agenzia "Sputnik" - era stata convocata su "iniziativa degli europei, e in particolare dei francesi". L'incontro, il primo dopo la tentata sollevazione del 30 aprile sotto la guida del presidente dell'An, Juan Guaidò, doveva servire a valutare i risultati della terza riunione tenuta del Gruppo internazionale di contatto animato dall'Unione europea. Il Gruppo, riunitosi il 6 e 7 maggio nella Costa Rica, aveva annunciato l'imminente invio di una delegazione politica "di alto livello" a Caracas, per avviare un dibattito su possibili formule utili all'uscita dalla crisi, centrate sul dialogo e sulla celebrazione di nuove elezioni presidenziali. Durante i colloqui al Cds, ha detto l'ambasciatore peruviano Gustavo Meza-Cuadra, si è inoltre ratificata la volontà di un incontro tra il Gruppo di contatto e il Gruppo di Lima, l'insieme dei paesi americani particolarmente critici verso Maduro.

La posizione degli Stati Uniti, fermamente contraria alla permanenza di Maduro al potere, era stata ribadita sempre nella giornata di ieri durante i colloqui che il segretario di Stato mike Poompeo ha avuto a Sochi, Russia, tanto con il suo omologo Sergej Lavrov, quanto con il presidente Vladimir Putin. "È giunta l'ora che Maduro se ne vada. Ha solo causato danno e miseria al popolo venezuelano e speriamo che l'appoggio russo a Maduro finisca", ha detto Pompeo. Lavrov ha da perte sua ribadito che "non si può imporre la democrazia con la forza", e che spetta al popolo venezuelano scegliere il proprio futuro, definendo "estremamente importante "che tutte le forze politiche avviino un dialogo tra di loro". La Federazione Russa torna in questo senso a sostenere il cosiddetto "meccanismo di Montevideo", strumento diplomatico animato da Messico e Uruguay, diretto a sviluppare il dialogo tra governo e opposizioni venezuelane.

Da tempo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avverte che per la soluzione della crisi politica venezuelana "tutte le opzioni sono sul tavolo", ma molti dei paesi e attori internazionali pur contrari al presidente Maduro ribadiscono - a vario titolo - la necessità di non ricorrere all'uso della forza. Ha fatto dunque notizia la richiesta formale di incontro che il presidente dell'Assemblea nazionale Juan Guaidò ha trasmesso al Comando meridionale Usa con l'obiettivo di stabilire “una relazione di cooperazione diretta e di vasta portata” con le forze armate degli states. Un passo che il governo venezuelano ha denunciato come "ennesima prova" del piano orchestrato dalla Casa Bianca per creare disordine nel paese e giustificare un eventuale intervento armato.

La crisi in corso in Venezuela ha visto un'escalation dopo che lo scorso 23 gennaio Guaidò ha prestato giuramento come capo dello Stato "ad interim". Subito dopo sono arrivati i riconoscimenti, tra gli altri, del presidente degli Stati Uniti Trump, del brasiliano Jair Bolsonaro e del segretario generale dell’Organizzazione degli stati americani (Osa) Almagro. Si sono aggiunti poi altri paesi latinoamericani, tra i quali l’Argentina, il Cile, la Colombia e il Perù. Guaidò ha quindi ottenuto il riconoscimento di molti paesi europei. Sullo sfondo rimane la proposta di mediazione per un dialogo interno al paese, avanzata per la prima volta da Messico - paese che conferma la sua ferma volontà di non ingerenza - e Uruguay. Al fianco di Maduro, denunciando pesanti ingerenze negli affari interni del Venezuela, rimangono la Bolivia, Cuba ma anche la Turchia, la Federazione Russa e la Cina. A questi, più di recente si sono aggiunti i 15 paesi africani aderenti alla Comunità di sviluppo dell'Africa australe (Sadc).

Il 30 aprile, alle prime luci dell'alba, Guaidò chiamava il paese a una nuova mobilitazione generale contro il presidente Nicolas Maduro. Al suo fianco, alcuni militari e il carismatico oppositore Leopoldo Lopez liberato dai domiciliari con la complicità di almeno un elemento del servizio di intelligence. Una mossa sostenuta con rinnovato vigore dal fronte internazionale a sostegno di Guaidò e che sembrava poter aprire una nuova fase nella crisi politica. Nel giro di poche ore, però, veniva svelato che il numero di militari pronti a lasciare Maduro era esiguo (e senza nessun nome di particolare richiamo) e che la base aerea inizialmente presentata come sede delle operazioni non era mai stata ai presa. Lo stesso Lopez, in serata, finiva per ottenere ospitalità nella residenza dell'ambasciatore di Spagna a Caracas. Maduro dava in breve per conclusa la crisi e prometteva punizioni per "i golpisti", rivendicando la compattezza delle forze armate attorno al governo e "il sangue freddo" dinanzi alle "provocazioni" di chi avrebbe "sperato nel bagno di sangue per giustificare una invasione armata". (Res)
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