INDONESIA
 
Indonesia: respinto appello dell’ex governatore di Giacarta condannato per blasfemia
Giacarta, 28 mar 06:24 - (Agenzia Nova) - La Corte Suprema dell’Indonesia ha rigettato l’appello dell’ex governatore di Giacarta, Basuki “Ahok” Tjahaja Purnama, condannato per blasfemia e arrestato nel maggio 2017, dopo la pubblicazione da parte di suoi oppositori islamisti di un video in cui il politico pareva insultare il Corano. Un portavoce della Corte Suprema ha dichiarato che il politico dovrà scontare la sentenza di condanna per intero: “Tutte le motivazioni per l’appello avanzate dal team legale di Ahok sono state respinte dal giudice”, ha spiegato il portavoce, che però non ha illustrato in maggior dettaglio le motivazioni del pronunciamento. Ahok, un cristiano di etnia cinese, è stato condannato a due anni di reclusione per l’accusa che ha fatto naufragare la sua campagna per la rielezione alla guida della capitale. Il video che ha innescato le violente manifestazioni di protesta nei suoi confronti e la successiva condanna, però, era stato manipolato e accompagnato da sottotitoli errati. Il responsabile della diffusione del video è stato condannato a 18 mesi di reclusione per la violazione delle leggi sull’information technology, ma ciò non è bastato a garantire all’ex governatore la scarcerazione. Stando a un editoriale pubblicato lo scorso gennaio dal quotidiano “Jakarta Post”, la carriera politica di Ahok potrebbe non essere conclusa.

Il movimento politico islamista indonesiano si sta rapidamente affermando come una sfida senza precedenti alle forze moderate e al presidente Joko Widodo, in vista delle elezioni generali che si terranno nel paese nel 2019. Negli ultimi mesi la forza retorica del movimento islamista si è abbattuta su Ridwan Kamil, il popolare sindaco di Bandung, nella provincia di Giava Occidentale. Ritenuto sino a qualche tempo fa un potenziale leader del conservatorismo islamico, lo scorso marzo Kamil si è allontanato dall’opposizione islamista ed ha annunciato il proprio sostegno a Widodo in vista delle prossime elezioni. Kamil, che il prossimo anno sarà candidato alla guida del governo di Giava Occidentale, si è trovato improvvisamente al centro di una martellante campagna di propaganda da parte delle forze islamiste, che lo definiscono un “musulmano poco convinto”. Il politico è stato attaccato per aver visitato una chiesa durante il periodo natalizio e contestato per la sua appartenenza alla minoranza sciita.

La campagna contro Kamil potrebbe fornire una anticipazione degli ostacoli che Widodo si troverà ad affrontare durante la campagna per la sua rielezione. Già nel 2014 il presidente indonesiano aveva visto crollare il proprio vantaggio sugli avversari islamisti a causa di voci in merito alla solidità della sua fede islamica. Alla fine il presidente aveva strappato agli avversari una vittoria di misura. Negli anni scorsi il presidente è stato accusato di essere “segretamente cristiano”, collegato al disciolto Partito comunista indonesiano e accusato di aver steso un tappeto rosso alla penetrazione degli interessi economici cinesi nel paese. Ad oggi Widodo vanta un enorme vantaggio in termini di consensi rispetto ai suoi potenziali avversari. Un sondaggio effettuato da Indo Barometer lo scorso novembre gli attribuisce la fiducia del 42 per cento degli indonesiani.

In realtà, il vantaggio potrebbe essere assai meno solido di quanto appaia: anche se il colossale programma di sviluppo infrastrutturale varato dal suo governo ha consentito a Widodo di recuperare consensi dopo il primo, traballante anno del suo mandato presidenziale, l’influenza del movimento islamista sulla politica nazionale appare in costante aumento. Lo scorso aprile il popolare governatore uscente di Giacarta, il cristiano di origini cinesi Basuki Tjahaja “Ahok” Purnama, ha visto crollare i propri consensi a seguito delle accuse di blasfemia rivoltegli dagli islamisti, ha perso la corsa per la rielezione ed è stato addirittura condannato a due anni di reclusione. L’accusa di aver “insultato il Corano” mossa a Purnama ha innescato due vaste manifestazioni di protesta di musulmani alla fine del 2016. Da allora gli islamici hanno utilizzato il tag “Alumni 212” - un riferimento alla data delle due manifestazioni – per mobilitare folle di cittadini islamici a sostegno della loro causa e contro il governo indonesiano in carica.

Per dar prova della sua fede religiosa, Widodo si è allontanato da Purnama, e il suo governo è stato tra i più duri nel contestare la decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele. Nei giorni scorso l’Indonesia è stata teatro di ripetute manifestazioni di protesta di fronte all’ambasciata Usa a Giacarta, durante le quali sono state bruciate bandiere a stelle e strisce e immagini di Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il presidente Widodo ha condannato con forza la decisione della Casa Bianca negli ultimi giorni, definendola una violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite e ricordando il sostegno di Giacarta alla causa degli arabi palestinesi.

Widodo aveva reagito immediatamente all’annuncio del presidente Usa, il 9 dicembre scorso, affermando durante una conferenza a Bogor che “l’Indonesia condanna con forza” il riconoscimento statunitense di Gerusalemme come capitale di Israele. L’annuncio di Trump, ha detto Widodo, “potrebbe minare la sicurezza e la stabilità globale”. Il ministro degli Esteri indonesiano, Retno Marsudi, si è presentato a una conferenza sulla democrazia a Banten con indosso una kefiah bianca e nera, in segno di solidarietà con il popolo arabo palestinese. Il ministro ha dichiarato che l’Indonesia si ergerà sempre al fianco della Palestina, ed ha fatto eco alle condanne ancora più dure formulate nelle scorse ore da diversi paesi arabi.

L’Indonesia è uno dei paesi che più si è speso politicamente a sostegno di una soluzione a due Stati al conflitto arabo-palestinese. Il ministro Retno ha detto che la decisione del governo Usa rischia di innescare una nuova ondata di violenza nel Medio Oriente. Anche il ministero degli Esteri della Malesia aveva avvertito nei giorni scorsi che l’eventuale riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele, o il trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv alla storica culla delle religioni monoteiste, sarebbero stati accolti da Kuala Lumpur come una forma di aggressione al mondo arabo e islamico, e una violazione dei diritti di musulmani e cristiani. “Si tratta anche di una violazione dei diritti nazionali del Popolo palestinese, incluso il loro diritto all’autodeterminazione, e di una grave violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu”, ha avvertito il ministero. (Fim)
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