SPECIALE INFRASTRUTTURE
 
Speciale infrastrutture: Cina-Maldive, per Pechino aiuti economici svincolati da condizioni politiche
Pechino, 09 feb 18:00 - (Agenzia Nova) - La Cina non ha mai vincolato gli aiuti economici e finanziari concessi alle Maldive a condizioni di natura politica, e non ha mai arrecato alcun danno alla sovranità e all’indipendenza di quel paese, né alla sicurezza della regione dell’Oceano Indiano. Lo ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, in risposta alle accuse mosse a Pechino dall’ex presidente maldiviano Mohamed Nasheed. In un articolo pubblicato mercoledì scorso dal quotidiano “Indian Express”, Nasheed ha rivolto un duro attacco al presidente delle Maldive, Yameen Abdul Gayoom, affermando che “nella sua incessante ricerca dell’arricchimento personale ha venduto la sovranità nazionale” alla Cina. Nasheed ha accusato la Cina e altri paesi di aver lanciato un processo di appropriazione del territorio, delle infrastrutture e delle utility del paese insulare.

“Questo furto di territori non mina solo l’indipendenza delle Maldive, ma la sicurezza dell’intera regione dell’Oceano Pacifico”, ha scritto l’ex presidente nel suo editoriale. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha replicato definendo “insensate” le accuse di Nasheed, e ricordando che gli aiuti di Pechino alle Maldive erano iniziati già durante il suo governo. “Mi chiedo se il signor Nasheed abbia derubricato l’intera cooperazione bilaterale alla voce di ‘furto’”, ha chiosato il portavoce. Geng ha aggiunto che la Cina intende continuare a facilitare lo sviluppo infrastrutturale e socio-economico delle Maldive sulla base di un rapporto basato “sull’equità e il rispetto reciproco”, nel comune interesse di entrambi i paesi.

Le Maldive sono al centro di una grave crisi istituzionale dalla scorsa settimana, quando la Corte Suprema ha ordinato la scarcerazione di tutti gli oppositori politici dell’attuale governo, incluso l’ex presidente Mohammed Nasheed, in esilio nel Regno Unito. Il presidente, Yameen Abdul Gayoom, ha reagito al pronunciamento della Corte schierando l’Esercito attorno al Parlamento e arrestando alcuni dei parlamentari che erano stati espulsi nei mesi scorsi, dopo aver annunciato il loro passaggio ai ranghi dell’opposizione. Le Maldive, divenute indipendenti dal Regno Unito nel 1965, sono state governate per decenni dal dittatore Maumoon Abdul Gayoom, fratellastro dell’attuale presidente, sino al 2008, quando a seguito di elezioni democratiche l’Arcipelago è divenuto una democrazia presidenziale multipartitica. Dopo una breve parentesi democratica, però, il paese sembra aver nuovamente imboccato con decisione la via dell’autoritarismo, con il tentativo di colpo di Stato militare ai danni di Mohammed Nasheed nel 2012, le sue dimissioni, e l’elezione di Yameen, l’anno successivo.

La crisi politica in atto nelle Maldive si inserisce in un contesto regionale reso volatile dalla crescente influenza politica ed economica della Cina sul governo di Male, che ha spinto quest’ultimo ad adottare posizioni sempre più conflittuali e provocatorie nei confronti dei due paesi vicini, India e Sri Lanka. L’annuncio a sorpresa di un accordo commerciale tra Maldive e Cina, lo scorso dicembre, ha innescato pesanti critiche all’indirizzo del governo indiano di Narendra Modi, accusato da personalità politiche come il diplomatico Krishan Chander Singh di aver trascurato le relazioni con i paesi minori nella tradizionale “sfera di influenza” di Nuova Delhi. Il progressivo avvicinamento alla Cina delle Maldive, un arcipelago di 400 mila abitanti collocato nell’immediata periferia indiana, ha dimostrato, secondo il funzionario, l’incapacità di Nuova Delhi di “stabilire e far rispettare le invisibili linee rosse” della politica estera nazionale.

L’accordo commerciale, però, non è la sola sfida rivolta dalle Maldive a Nuova Delhi: sempre lo scorso dicembre, “Vaguthu”, sito Web d’informazione pro-governativa delle Maldive, ha titolato a piena pagina che “l’India non è il nostro migliore amico, ma un nemico”. L’editoriale invitava l’Arcipelago a trovare nuovi partner e alleati sulla scena internazionale: un’apparente allusione a Pechino. Sempre nel mese di dicembre, l’Autorità per il governo locale delle Maldive ha annunciato restrizioni agli spostamenti dell’ambasciatore indiano a Male, Akhilesh Mishra, dopo un incontro tra il diplomatico e tre consiglieri del Partito democratico delle Maldive, la principale forza politica di opposizione al presidente Abdulla Yameen, il cui governo ha assunto negli ultimi anni posizioni via via più autoritarie. Il governo di Yameen e i suoi sostenitori hanno riservato la stessa ostilità anche al visino Sri Lanka: lo scorso novembre Riyaz Rasheed, uno dei parlamentari della maggioranza parlamentare delle Maldive, ha accusato il governo di Colombo di complottare con l’opposizione per deporre il governo in carica.

Fonti diplomatiche di Colombo, dove hanno sede diverse rappresentanze diplomatiche accreditate per entrambi i paesi, interpretano queste ostentazioni di ostilità da parte del governo maldiviano come un segnale di sicurezza da parte di Yameen, dopo la firma degli accordi commerciali, finanziari e infrastrutturali con la Cina. Yameen conta sui finanziamenti cinesi per realizzare una lunga lista di progetti per fare del paese “la Dubai dell’Asia Meridionale”, inclusa l’espansione dell’aeroporto internazionale delle Maldive, che costerà circa 400 milioni di dollari. Il presidente punta così a consolidare il proprio consenso in vista delle prossime elezioni, in programma per novembre 2018. La condotta del governo delle Maldive ha suscitato critiche a livello internazionale, che però non paiono preoccupare il presidente.

Tra gli ambasciatori che hanno criticato le ultime iniziative del governo, e in particolare le restrizioni imposte al diplomatico indiano, figurano quello tedesco, Joern Rohde, e quello statunitense, Atul Keshap. Il progressivo avvicinamento delle Maldive alla Cina coincide con il progressivo declino dello stato economico e delle finanze dell’Arcipelago: lo scorso novembre il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha classificato per la prima volta il paese come “fragile”, a seguito di due revisioni straordinarie dei conti pubblici che hanno riscontrato “un declino dell’ambiente regolatorio per il business e della qualità della gestione dei conti e finanziaria” tra il 2014 e il 2016.

L’economia delle Maldive, che genera un Pil di 3,6 miliardi di dollari ed è cresciuta del 3,9 per cento lo scorso anno, resta altamente volatile e sconta “crescenti squilibri fiscali ed esterni”, ha avvertito alla fine dello scorso anno l’Fmi; il Fondo ha riconosciuto i potenziali benefici dei piani infrastrutturali del governo, ma ha anche messo in guardia dal rapido aumento del debito pubblico. Sul fronte economico, le Maldive scontano gravi squilibri. Il governo di Yameen ha presentato l’accordo di libero scambio con la Cina come un successo fondamentale per l’export nazionale, che è rappresentato per il 97 per cento dai prodotti ittici; le esportazioni maldiviane verso la Cina, in particolare, sono costituite da pesce per il 99,7 per cento. L’accordo di libero scambio “consentirà l’esenzione dai dazi dei prodotti ittici nel principale mercato di consumo globale”, ha dichiarato alla fine dello scorso anno il ministro dello Sviluppo economico delle Maldive, Mohamed Saeed.

Uno sguardo alla bilancia commerciale dell’Arcipelago, costantemente in passivo, rivela però una situazione assai meno rosea. Nel 2016 le importazioni delle Maldive dalla Cina e da Hong Kong hanno superato le esportazioni di quasi 200 volte. In passato il paese riusciva a mantenersi in attivo grazie al suo settore dei servizi, e in particolare al turismo; tale rapporto di è invertito nel 2016, soprattutto per effetto dei dispendiosi progetti infrastrutturali promossi dal presidente Yameen, che richiedono cemento, macchinari e manodopera specializzata, provenienti in gran parte proprio dalla Cina. La dipendenza dalle importazioni cinesi ha raggiunto quota 16 per cento nel 2016, più del 13 per cento delle importazioni dalla vicina India. E più aumenta l’indebitamento generato dai progetti infrastrutturali cinesi, più si profila all’orizzonte la realizzazione di una base militare da parte di Pechino in quell’arcipelago di 1.200 isole, che entrerebbe così a far parte a tutti gli effetti della “collana di perle” cinese. (Cip)
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