SPECIALE DIFESA
 
Speciale difesa: Libia, caso Warfalli continua a creare imbarazzo al generale Haftar
Tripoli, 09 feb 16:15 - (Agenzia Nova) - La polizia militare di Bengasi che fa capo al generale Khalifa Haftar, comandante dell'autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) e uomo forte della Cirenaica, sarebbe stata costretta a rilasciare ieri Mahmoud Warfalli, l'ufficiale salafita indagato dalla Corte penale internazionale (Cpi) per le uccisioni sommarie avvenute nella città dell’est della Libia. Secondo il sito web informativo locale “Libya Observer”, il comando dell’operazione “Karama” (Dignità) ha liberato Warfalli nelle prime ore di ieri mattina, 8 febbraio, dopo averlo portato dal quartier generale della polizia militare di Bengasi al Comando generale nella caserma di Rajma, 27 chilometri a est della città. Il trasferimento di Warfalli fuori città è avvenuto in un contesto di caos scoppiato nel capoluogo libico dopo la notizia del suo arresto. Mercoledì sera, 7 febbraio, decine di militanti delle forze “al Saiqa” e “Sahawat” hanno innalzato delle barricate lungo le strade di Bengasi, con tanto di copertoni in fiamme, per protesta contro la presa in custodia del loro comandante, considerato un "eroe di guerra". Una forza militare guidata dai figli di Haftar (la Brigata 106, guidata da Khalid Haftar) ha fatto irruzione nel quartier generale della polizia militare, dove Warfalli si era consegnato spontaneamente su ordine del "feldmaresciallo" dell'Lna, per portarlo a Rajma, sicura roccaforte militarizzata dell'Lna.

Altri manifestanti volevano assaltare il quartier generale della polizia militare, ma le Guardie delle forze speciali “al Saiqa” (fulmine in arabo) sono riuscite a dissuaderli dal farlo. I manifestanti hanno chiesto al Comando generale di rilasciare immediatamente Warfalli. Un video diffuso sui social media ieri sera, 8 febbraio, mostra un anziano combattente delle forze “Sahawat” del distretto di Masakan, Adel Makhadda, parlare al telefono con Warfalli tramite un mediatore. Nel video, Makhadda ha assicurato a Warfalli che tutti i residenti di Masakan sono con lui, minacciando di demolire il Comando generale dell’esercito di Haftar se il comandante non fosse tornato a Bengasi prima della luce del giorno di giovedì. Fonti delle forze “al Saiqa” hanno confermato che Warfalli sia stato rilasciato e restituito a Bengasi in modo sicuro. Successivamente è stato pubblicato un altro video che mostra le forze “al Saiqa” celebrare l'uscita di Warfalli in piazza Keesh. Alcuni combattenti nel video hanno elogiato il ruolo di "Makhadda" nel rilascio di Warfalli.

Ricapitolando, dunque, martedì scorso, 6 febbraio, Warfalli si era consegnato al quartier generale della polizia militare per le indagini della Corte penale internazionale. Poco dopo un gruppo armato guidato dai figli di Haftar aveva preso d'assalto il quartier generale e aveva portato Warfalli a Rajma, scatenando le rabbiose proteste nelle strade di Bengasi per timore che potesse essere consegnato alla Corte dell’Aia. L'ufficiale libico, infine, viene rilasciato probabilmente all'alba di giovedì 8 febbraio, allo scadere dell'ultimatum delle forze “Sahawat”. La vicenda ha spinto il portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico, Ahmed al Mismari, a rilasciare un'intervista alla versione araba dell’emittente “France 24”, in cui viene categoricamente escluso che Warfalli possa essere consegnato alla Corte penale internazionale, nonostante sul capo dell'ufficiale penda un mandato d'arresto per crimini di guerra. Mismari, infatti, ha affermato che “non è plausibile al momento una consegna di Warfalli, abbiamo una legge, una magistratura e dei processi trasparenti. Non faremo cose al di fuori della legge”. Al Warfalli è accusato di una serie di omicidi avvenuti a Bengasi tra cui quello di 10 presunti terroristi islamici avvenuto in piazza dopo l’attentato contro la moschea di Biat al Radwan dello scorso mese.

Warfalli era stato già arrestato e sospeso dal servizio la scorsa estate. La Corte penale internazionale ha chiesto più volte la consegna dell’ufficiale di Haftar. L'ultima richiesta in tal senso risale al 26 gennaio scorso. L’uomo, che abbraccia l'islam salafita, è accusato di aver compiuto una serie di crimini e di omicidi in particolare durante il conflitto con le milizie islamiste di Bengasi, capoluogo della Cirenaica. I miliziani salafiti della “Al Saiqa” (che significa fulmine in arabo) avevano manifestato nei mesi scorsi la propria contrarietà al mandato d'arresto spiccato della Corte penale internazionale contro il loro comandante. In un video messaggio registrato a Bengasi, un gruppo di uomini in divisa appartenenti ad “Al Saiqa” aveva espresso la propria rabbia contro l’Onu e alcuni paesi occidentali, tra cui l’Italia, dicendosi pronti a giustiziare in pubblico i loro prigionieri. L’ufficiale veniva descritto dai suoi uomini come “l'eroe della Cirenaica”, affermando che per i prigionieri uccisi dovrebbe “un onore essere giustiziati dai suoi proiettili”.

Il caso Warfalli evidenzia un nervo scoperto di Haftar: le milizie salafite che lo sostengono. Non è un caso, forse, che le due autobombe che martedì 23 gennaio hanno ucciso a Bengasi almeno 35 persone, tra cui bambini, ferendone più di 90 altre, abbia preso di mira una moschea utilizzata proprio dai combattenti salafiti che sostengono il generale. Il giorno dopo l’attentato, Warfalli ha giustiziato personalmente dieci prigionieri davanti alla stessa moschea, con un colpo in testa. Il video dell’esecuzione mostra i dieci inginocchiati in fila, vestiti di una tuta azzurra. Haftar aveva assicurato alle Nazioni Unite di aver fatto arrestare il comandante, ricercato dal 15 agosto 2017, ma evidentemente ha mentito. La vicenda rappresenta un imbarazzo per Haftar: che egli non abbia voluto arrestare Warfalli, o che non possa farlo, forse perché il comandante salafita è considerato un eroe dai suoi seguaci di Bengasi, è innegabile che l’episodio mina la sua credibilità, e ne pregiudica forse le possibilità di affermarsi come leader di tutta la Libia. (Lit)
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