LIBIA
 
Libia: miliziani salafiti di Haftar sfidano la Corte penale internazionale, "pronti a nuove esecuzioni pubbliche"
Tripoli, 20 ago 2017 10:51 - (Agenzia Nova) - I miliziani salafiti dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar ribadiscono la propria contrarietà al mandato d'arresto spiccato della Corte penale internazionale (Cpi) contro il maggiore Mahmud Al Werfalli, comandante della forza d’élite “Al Saiqa” (fulmine in arabo) affiliata all’Lna, accusato di uccisioni illegali. In un video messaggio registrato a Bengasi, capoluogo della Cirenaica, un gruppo di uomini in divisa appartenenti alla “Saqia” esprimono la propria rabbia contro l’Onu e alcuni paesi occidentali, tra cui l’Italia, e si dicono pronti a giustiziare in pubblico i loro prigionieri. I miliziani affermano che Werfalli "rappresenta tutta la Libia" e che il loro comandante ha rischiato la vita per la patria. “Ha fatto la storia e ha riacquistato la dignità per coloro che l'hanno persa", affermano i militanti, citati dal sito web informativo “Libya Observer”. Il maggiore viene descritto dai suoi uomini come “l'eroe della Cirenaica”, affermando che per i prigionieri uccisi dovrebbe essere stato “un onore essere giustiziati dai suoi proiettili”.

Gli estremisti di Haftar accusano l'Onu e alcuni paesi occidentali, tra cui l'Italia, di ingerenze negli affari interni del loro paese: “Abbasso la Corte penale internazionale, abbasso l’Onu, abbasso l’Italia, abbasso gli Stati Uniti e abbasso il Regno Unito”. Gli uomini della “Saiqa” affermano che il generale Haftar, in qualità di comandante dell’operazione militare “Karama” (dignità in arabo), avrebbe impartito l’ordine di uccidere i prigionieri e di non mostrare pietà. Gli estremisti salafiti ammettono e anzi si vantano di aver commesso esecuzioni sommarie pubbliche per causare orrore tra i nemici e si dicono pronti a rifarlo. “Non abbiamo paura di nessuno, abbiamo solo paura di Allah", spiegano i militanti, negando di aver nascosto i corpi in fosse comuni. I cadaveri dei prigionieri uccisi, a loro dire, sono stati tutti inviati al Centro medico di Bengasi "alla luce del sole".

Nel frattempo i governi di Francia, Regno Unito e Stati Uniti hanno “accolto con favore l'annuncio del 17 agosto dell'Esercito nazionale libico di sospendere il maggiore, Mahmoud al Werfalli”. Attraverso una nota congiunta, i tre paesi chiedono all’Lna “di assicurare che le indagini siano svolte in modo completo e giusto”, si legge nella nota congiunta. Le accuse contro Werfalli sono relative alle esecuzioni sommarie avvenute in primavera e all'inizio dell'estate, mentre volgeva al termine l’operazione militare Karama lanciata nel 2014 per estromettere gli islamisti avversari del generale Khalifa Haftar, comandante dell’Lna, da Bengasi. “Stiamo monitorando da vicino il conflitto in Libia. Coloro che sono sospettati di commettere, ordinare o non prevenire uccisioni illegali e torture devono essere pienamente indagati e ritenuti responsabili”, prosegue la nota congiunta.

Secondo quanto reso noto dal portavoce dell’Lna, Ahmed al Mismari, “il maggiore Mahmoud Mustafa Al Werfalli è stato arrestato e indagato dal procuratore militare dal 2 agosto, per ordine numero 31/1957 emesso dal comandante generale delle Forze armate libiche, maresciallo di campo Haftar”. Diversi video diffusi sui social media mostrano Werfalli, che abbraccia l’islam salafita, mentre supervisiona l'esecuzione di prigionieri bendati e incappucciati. Egli stesso viene ripreso mentre uccide un prigioniero, l'ultimo di un gruppo di circa 20 uomini vestiti con la tuta arancione che ricorda i prigionieri di Guantánamo e dello Stato islamico, con un colpo di pistola alla nuca.

La forza d’élite legata all’Lna aveva protestato contro il mandato d'arresto, invitando la Corte penale internazionale “a concentrarsi sull'arresto di "coloro che hanno ucciso e reso sfollati uomini, donne e bambini”. A maggio Werfalli aveva annunciato le sue dimissioni dalle forze speciali, dimissioni tuttavia respinte dal comandato dell’Lna. Il mese successivo, a giugno, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite aveva accusato il comandante salafita di essere coinvolto nella gestione di centri di detenzione segreti al di fuori di Bengasi. A luglio, le Nazioni Unite avevano dichiarato di essere profondamente preoccupate che le persone detenute dell’Esercito nazionale libico potrebbero essere a rischio di tortura o esecuzione sommaria. (Res)
 
 
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