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Cooperazione: mutilazioni genitali femminili, l'impegno per la messa al bando in un convegno alla Farnesina

Roma, 30 gen 2017 18:00 - (Agenzia Nova) - Sono circa 200 milioni le donne e le ragazze nel mondo ad aver subito la mutilazione dei loro organi genitali. La pratica, riferiscono dati delle Nazioni Unite, è diffusa in ben 30 paesi, la maggior parte dei quali si trova in Africa. Proprio i paesi africani e l’impegno dei rispettivi governi nella lotta contro il fenomeno sono stati tra i protagonisti della conferenza internazionale "BanFGM" sulla messa al bando delle mutilazioni genitali femminili, che si tiene oggi e domani alla Farnesina. L’evento, organizzato dall’organizzazione non governativa “Non c’è pace senza giustizia”, in collaborazione con il ministero degli Affari esteri e con l’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo, rientra nel progetto BanFGM, finanziato nel 2014 dalla Cooperazione allo sviluppo italiana per il rafforzamento del quadro politico, istituzionale e giuridico volto alla messa al bando delle mutilazioni genitali femminili nei paesi dell'Africa francofona (Burkina Faso, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea, Mauritania, Niger, Senegal).

L’empowerment delle donne è infatti uno dei principali campi d’azione della Cooperazione italiana, che negli anni ha portato avanti numerosi progetti con approccio integrato per promuovere una sensibilizzazione su questi temi, come sottolineato dal sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, nel suo intervento di apertura. Dalle risoluzioni Onu alle legislazioni nazionali, ha detto il sottosegretario, sono stati fatti notevoli passi in avanti per ostacolare tale pratica. Dal 2009 l’Italia, d’intesa con numerosi paesi africani, ha avviato un intenso sforzo per lanciare alle Nazioni Unite la campagna per il superamento della pratica. I risultati non si sono fatti attendere e - nel 2012 e nel 2014 - l’Assemblea generale ha adottato all’unanimità le prime due risoluzioni per l’eliminazione della pratica, impegnando gli Stati membri a intensificare le misure per la prevenzione e la repressione del fenomeno.

A questo si aggiungono gli sforzi a livello nazionale, culminati in Italia nella legge numero 7 del gennaio 2006, sulla prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile. Le donne, ha osservato Della Vedova, “possono fare la differenza migliorando la condizione della comunità i cui vivono e delle loro famiglie”. In questo senso, “l’educazione assume un ruolo centrale”. E’ necessario “moltiplicare gli sforzi per superare quelle logiche che considerano questi comportamenti normali perché radicati nelle diverse culture”. Per farlo, ha concluso il sottosegretario, “è indispensabile l’impegno di tutti”. Sull’importanza del fattore educativo nella lotta alle mutilazioni genitali e, più in generale, alla violenza contro le donne, si è soffermato anche il segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni, sottolineando come, su questo, “c’è ancora molto lavoro da fare”.

La volontà dei governi, ha dichiarato il segretario generale, è fondamentale nella lotta alla violenza contro le donne. I governi “devono marciare di pari passo con la società civile, con l’obiettivo di affermare la libertà di scelta degli individui”. In questo senso, ha proseguito Belloni, il ministero degli Esteri vanta un impegno pluriennale. Ad oggi, “sono stati fatti molti progressi, basti pensare alle risoluzioni Onu, all’impegno dell’Ue sotto guida italiana e alle diverse legislazioni nazionali”. I risultati, ha sottolineato il segretario generale, si riscontrano anche nella pratica, con un calo registrato nel numero di casi di mutilazioni genitali femminili. Occorre tuttavia, “continuare a lavorare sull’educazione”. All’evento è intervenuta anche l’ex ministro degli Esteri e fondatrice dell'organizzazione internazionale “Non C'è Pace Senza Giustizia” per l'abolizione delle mutilazioni genitali femminili, Emma Bonino.

La promozione dei diritti delle donne resta un tema centrale anche in tempi, come quelli attuali, in cui anche i paesi dalla forte tradizione democratica non stanno dando il meglio di sé i termini di difesa dei diritti umani - ha detto l’ex ministro degli Esteri -. Viviamo in periodi confusi, in cui il vecchio ordine internazionale è moribondo e dove non si vede all’orizzonte alcun nuovo ordine mondiale”. Ciononostante “la determinazione nel promuovere i diritti delle donne, quali agenti capaci di produrre un cambiamento prosegue”, ha continuato l’ex capo della Farnesina, definendo “pericolosa” la tendenza attuale alla chiusura nazionalista. La nostra involuzione, ha detto Bonino rivolgendosi ai rappresentanti di paesi africani presenti, “deve essere per voi un monito”. Secondo l’ultimo rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) la metà delle donne e delle ragazze che ha subito la mutilazione degli organi genitali femminili vive in tre paesi, rispettivamente Egitto, Etiopia e Indonesia.

Secondo gli ultimi dati disponibili la pratica viene praticata soprattutto tra le bambine dai 14 anni in giù, che rappresentano il 44 per cento delle giovani colpite. Secondo gli ultimi dati disponibili più di 15 mila comunità in 20 paesi hanno pubblicamente dichiarato l’intenzione di abbandonare la pratica. Gli sforzi finora compiuti, ha dichiarato a “Nova” Fatima Dia Sow, commissario per le questioni di genere della Comunità economica degli stati occidentali (Cedeao), hanno dato i loro frutti. A livello internazionale “abbiamo messo in atto diverse risoluzioni, sia a livello dell’Onu che dell’Unione africana, come anche a livello delle organizzazioni regionali, ottenendo buoni risultati in tutti gli stati membri”. La Cedeao “è infatti una delle comunità più toccate in quanto include al suo interno paesi come il Niger, il Senegal o il Mali, dove la mutilazione genitale femminile era molto diffusa in passato”, ha dichiarato il commissario dell’organizzazione regionale.

Oggi, in alcuni paesi come il Niger, “siamo passati da un tasso di incidenza del 10 per cento a un tasso del 2 per cento”, ha rivendicato Dia Sow, attribuendo il risultato agli sforzi congiunti degli stati membri e di tutti i partner internazionali, “che hanno profuso notevoli sforzi in questa battaglia”. La sfida maggiore, tuttavia, resta quella della sensibilizzazione e dell’educazione. Le stesse donne, infatti, “sono spesso poco informate sui rischi di questa pratica”, ha sottolineato il commissario Cedeao, ribadendo la necessità di fornire alle comunità interessate tutte le informazioni necessarie sulle conseguenze che tale pratica comporta sulla salute delle donne. Per farlo il governo del Niger, paese membro della Cedeao, ha messo in campo con il supporto delle Nazioni Unite le cosiddette “scuole per i mariti”, con l’obiettivo di coinvolgere gli uomini nella promozione delle buone pratiche a livello sanitario e riproduttivo.

Il progetto, ha spiegato ad “Agenzia Nova” la first lady nigerina, Lalla Malika Issoufou, “nasce dalla consapevolezza che, culturalmente, sono proprio gli uomini ad esercitare la maggiore influenza nelle comunità locali”. Per questo “abbiamo deciso di coinvolgerli direttamente, al fine di sensibilizzare le donne e gli altri uomini su questi temi”. Le scuole, ha proseguito, sono circa 1.500 e sono diffuse in tutte le sette regioni del paese. Ma nonostante i progressi fatti a livello di legislazione nazionale, il ritmo generale dei risultati raggiunti nell’eradicazione del fenomeno è ancora troppo lento se paragonato al tasso di crescita della popolazione, mette in guardia il rapporto Unicef. Se la tendenza attuale continua, è l’allarme dell’organizzazione internazionale, il numero delle donne e delle ragazze vittime di mutilazione genitale femminile vedrà un forte aumento nel corso dei prossimi 15 anni. (Cas)
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